Valter Vecellio. Silvia Romano, e subito parte il circo delle volgarità

Valter Vecellio. Silvia Romano, e subito parte il circo delle volgarità

Domenico Quirico, inviato di lunga esperienza de “La Stampa”, lui pure vittima di un lungo, estenuante sequestro (cinque mesi, rapito mentre si trova in Siria per lavoro; liberato con modalità non dissimili da quelle di Silvia Romano, anche se nel suo caso non apertamente rivendicate), pesa le parole pur non nascondendo la sua opinione sui fatti: “Dio, come pesa quel barracano verde, come ci annaspiamo dentro… In un vestito che non ha voluto lasciare dietro, che ha voluto esplicitamente come simbolo, c’è il mondo dell’islamismo radicale con i suoi codici, le parole d’ordine, i territori segreti, l’incubo dei predicatori che sanno ispirare l’animo alla follia…”. Prosa asciutta, al tempo stesso non priva di “sentimento”: “…Naturalmente si potrebbe tacere. Non parlarne, non scriverne per discrezione o per pudore. Il linguaggio è sacro non si devono mai pronunciare parole alla leggera. Le parole fanno paura, talvolta…”. Alla fine del lungo articolo il lettore può certamente scuotere la testa, dissentire, non essere convinto di quello che Quirico scrive, “sente”,  probabilmente rivive. Però Quirico scrive con rispetto, cerca di comprendere e  spiegare. Quello che vede non gli piace, quello che sente neppure; ma non si scaglia belluinamente. Pensoso riflette, e aiuta a riflettere chi lo legge e ascolta. Pacato, determinato, educato.

Poi arrivano i crociati. Sono quelli che non sai se ci credono davvero in quello che scrivono e dicono; o se invece un giorno sono capaci di vendere madre, moglie, figlia, sorella in cambio di un pugno di copie in più. Emuli di Charles Tatum, il giornalista senza scrupoli magistralmente interpretato da Kirk Douglas ne “L’asso nella manica” di Billy Wilder. Quello specula cinicamente sul dramma di un minatore intrappolato dopo il crollo di una miniera. Qui si fanno titoli, e si scrivono cronache che fanno leva sugli istinti più bassi del lettore. Figuriamoci: nessuno si sogna di invocare censure o che. In definitiva, il vero e unico “tribunale” sono i lettori. Però peccato che certe sguaiataggini non si sappiano e non si vogliano evitare.

Silvia Romano, prima di scendere dall’aereo che l’ha condotta in Italia, avrebbe potuto chiedere di indossare un abito griffato, una gonna o jeans e maglietta. Avrebbe potuto evitare di “esibire” la sua conversione all’islamismo; si sarebbe potuta limitare a una discreto abbraccio a parenti e amici nel chiuso di una stanza, al riparo da telecamere e fotografi; avrebbe potuto chiedere di non essere esibita come un trofeo di Giuseppe Conte e Luigi Di Maio… Avrebbe potuto dire e fare tante cose. Raccontano che si sia confidata con la sola psicologa d’aver scelto un nuovo nome, Aisha, come la moglie del profeta Maometto; lo sanno tutti: o si è confidata con altri, o la psicologa non ha mantenuto il dovuto riserbo. Fa sapere di stare bene sia fisicamente che psicologicamente. Assicura di non essere incinta, di non essersi sposata; di non aver subito violenze, l’hanno trattata bene; quando ha chiesto una copia del “Corano”, servizievoli gliel’hanno subito data, e anche matita e quaderno per appunti (che poi le hanno sottratto, si capisce); e spontaneamente si è convertita… Ha detto, dice, e dirà tante cose, Silvia o Aisha che sia. Ci vorrà tempo, ora. Quell’anno e mezzo di detenzione peserà in ogni caso. Da oggi inizia un percorso molto difficile e complesso, “l’abbiamo riportata a casa” è il successo effimero di politici in cerca di visibilità e pubblicità. Non saranno giorni facili per Silvia-Aisha e chi le vuole bene. Alla fine: ammesso e non concesso che la ragazza non sia vittima della nota sindrome che porta a simpatizzare con il carnefice che nel gioco delle parti si mostra una briciola più umano; ammesso che davvero Silvia-Aisha abbia abbracciato una nuova fede, e che questa le sia di aiuto e conforto: saranno pure affari suoi?

Quel baraccano così fieramente esibito, certo: agli occhi di molti di noi sarà fuori luogo; a molti sarebbe piaciuto di più che messo piede in Italia inveisse contro i suoi carcerieri con parole di fuoco… Non l’ha fatto, non lo fa; forse non lo farà mai. Da domani, chissà, andrà in moschea, con capo e viso coperto dal velo… Saranno anche questi affari suoi? “Islamica e felice. Silvia l’ingrata. Schiaffo all’Italia”, titola “Il Giornale”. ”Abbiamo liberato un’islamica. La giovane tenera con i terroristi di Allah: mi hanno trattata bene e non mi hanno costretta ad abiurare”, si legge su “Libero”. “Conte e Di Maio fanno uno spot e un dono ai terroristi islamici”, riferisce “La Verità”. Risparmiamoci le cronache, che comunque rispecchiano fedelmente le sintesi dei titoli. Torniamo da Quirico: attraverso Silvia-Aisha rivive la sua odissea: “Conosco il rito dell’offerta della conversione per averlo vissuto. Comincia con una proposta, gentile: quella di cambiare identità, di assumere un nome musulmano. Allucinante complessità del fanatico. Sconcertante impenetrabilità di personaggi a doppio, triplo fondo. Non gli basta tenerti in pugno, barattarti per denaro. Vogliono la tua resa, la tua anima…”. In Quirico si legge il rispetto, la pena per chi ha vissuto lo stesso difficile percorso: “Chi esce da un rapimento ha soltanto la sua memoria, l’esser rimasto vivo, i gesti che ha compiuto o non ha compiuto in una dimensione che, non bisogna dimenticare mai, è quella della violenza, del ricatto. Se gliela rifiutiamo questa memoria, qualunque sia, ditemi, che cosa gli resta?”.

E’ un interrogativo che i Maurizio Belpietro, gli Alessandro Sallusti, i Pietro Senaldi, i Vittorio Feltri, probabilmente non si porranno mai. Per intima convinzione, o per calcolo e interesse, scelgono di essere quello che appaiono. Chissà: forse sbagliamo noi a pensare e credere che possano dire e scrivere cose diverse da quelle che scrivono e dicono. Come si dice: ogni botte dà il vino che ha; il loro è diventato aceto. Rancido.

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