Valter Vecellio. Delitto Floyd. Perché non c’è un Martin Luther King? Perché c’è un Donald Trump?

Valter Vecellio. Delitto Floyd. Perché non c’è un Martin Luther King? Perché c’è un Donald Trump?

Dovrebbe preoccupare quello che accade in queste ore negli Stati Uniti. Il direttore di un telegiornale o di un giornale (anche italiano e per questo attento alle cose del suo “cortile”), dovrebbe seguire con attenzione gli eventi che in quel paese si consumano. Altro che le “pillole” che accade di vedere e leggere. È qualcosa che non riguarda solo i cittadini di Minneapolis, degli Stati Uniti. Quella cancrena è un Covid che non conosce frontiere; se una democrazia come quella negli Stati Uniti, è sotto attacco, sotto minaccia, tutti noi lo siamo. Se certi valori sono messi in discussione, pregiudicati, la cosa ci riguarda. Ci riguarda direttamente. Che negli Stati Uniti la polizia non sia (non solo a New York, non solo a Chicago, ma un po’ dovunque) qualcosa di molto diverso dai poliziotti bonaccioni dell’immaginaria cittadina di Mayberry (la vecchia serie di telefilm “Andy Griffith Show”, don Andy Griffith e Don Knotts), è cosa nota; i mille film che Hollywood ha prodotto sugli usi e gli abusi degli uomini in divisa, non sono invenzione filmica. Che il “negro” e l’ispanico siano visti con occhio particolare, e di conseguenza trattati, anche su questo non c’è da dubitare (si dirà: non sempre hanno torto; resta il fatto che “negro” e ispanico sono “pesati” con un diverso metro, rispetto al bianco).

Le “ruvidezze” della polizia degli Stati Uniti sono cosa storica. Ma uno può essere un tagliagole fin che si vuole, non giustifica che una volta in manette venga violentato con un manganello e gli altri intorno a ridere. Anche questo è accaduto. A New York City. C’è chi invita a considerare il “contesto”. Francamente non so che contesto vi sia da considerare, nel caso di George Floyd, il “negro” ucciso a Minneapolis. Delinquente o no, è ammanettato; è sdraiato per terra; disarmato; non oppone particolare resistenza e comunque non è in grado di reagire se non con il fiato che gli resta in gola, quando un poliziotto per una quantità interminabile di minuti gli mette un ginocchio sul collo. Quello dice: “Non respiro”, e l’agente nulla, non allenta la presa. Gli altri tre a guardare. Nessuno dei tre dice: “Ehi! Quello sta male, smetti di premere!”. Niente. E il “negro” muore.

Quale cosa abbia fatto prima, quel “negro” è vivo nelle mani di alcuni poliziotti; e mentre è da loro “custodito”, muore. Ovunque, negli Stati Uniti o in Italia (caso Cucchi ricorda qualcosa?), se un cittadino è privato della sua libertà, chi gliela priva diventa automaticamente responsabile e garante della sua incolumità fisica e psichica. Questo non dovrebbe essere discutibile, opinabile. O lo è? Se lo è, lo si dica senza parlare di “contesto”. Che dire poi della troupe della CNN arrestata? Il giornalista non fa nulla, si limita a chiedere: “Che reato ho commesso?”. Ammanettato, portato via; e con lui il producer, un assistente, e l’operatore. Quali reati hanno commesso? Sì, un reato l’hanno commesso: quello di essere lì. Quello di vedere e di voler mostrare. Come nei paesi totalitari, non si deve vedere, non si deve sapere. Solo che qui siamo negli Stati Uniti d’America. La troupe dopo un’ora è rilasciata, con tante scuse. Ma chi ha disposto l’arresto, è chiamato a risponderne?

Ma ora veniamo al “contesto”. Non c’è dubbio che nessuna delle manifestazioni violente animate da teppisti e mascalzoni sono giustificabili; certamente chi scrive non le giustifica, le condanna senza “se”, senza “ma”. Senza far ricorso al “contesto”. No e basta. NON giustificare però non significa che non si debba cercare di comprendere. Comprendere NON significa essere indulgenti, “buonisti”, caritatevoli. Significa solo cercare di capire perché certe cose accadono, possono accadere. La prima cosa da spiegare (qui entrano in campo analisti, studiosi dei fenomeni della società, ricercatori), è come mai dal movimento progressista e anti-razzista negli anni Duemila non sia emerso un leader con l’autorevolezza, “l’appeal”, il carisma per guidare giuste rivendicazioni, protestare quando si deve protestare, negoziare quando si deve negoziare, facendo ricorso a due strumenti di lotta inscindibili: nonviolenza e diritto. Perché si deve andare indietro nel tempo, fare ricorso alla scolorita memoria: dopo Martin Luther King, o se si vuole (ma era “altro”) dopo Malcom X, chi? Al massimo si possono citare Ralph Abernathy, Andrew Young, Jesse Jackson, ma anche loro: vecchia guardia, e ben minore levatura… Ecco, forse una domanda che meriterebbe una risposta frutto di una seria riflessione è questa: perché non c’è più un Martin Luther King, capace oggi, con il suo “I have a dream”, di essere e dare speranza?

Seconda considerazione. Alla Casa Bianca siede, oggi, il più deleterio, dannoso, pericoloso presidente di sempre; al suo confronto anche Andrew Johnson assume la levatura del grande statista. Ebbene, il “clima”, il “contesto” che si respira non in queste ore, è anche il raccolto della semina di mesi, di anni, di questo presidente: dalla cui bocca escono sempre e solo parole di odio, discriminazione, livore. Smargiassate pericolose come le recenti affermazioni: se fossero riusciti a superare la cancellata della Casa Bianca, i manifestanti che protestavano fuori dall’alloggio presidenziale contro l’uccisione di George Floyd “sarebbero stati accolti dai cani più feroci e dalle armi più minacciose che io abbia mai visto. Solo qualche giorno fa il presidente Trump ha fatto del suo meglio per fomentare le manifestazioni e le proteste contro i lockdown decisi dai governatori. Ha soffiato sul fuoco con i suoi tweet che invitano a “liberare” il Michigan, il Minnesota e la Virginia, tutti a guida democratica, per scatenare un’ondata di manifestazioni anche in altri Stati con governatori repubblicani come il Texas e il Maryland.

Migliaia di morti, e l’unica preoccupazione del presidente Trump è “riaprire” l’America (a modo suo, naturalmente) nel timore di perdere le elezioni. Auspica la ripresa dei comizi, senza il distanziamento sociale, altrimenti “non c’è gusto”. Non dice una parola (dov’erano i “suoi” cani?) contro i manifestanti, che in Michigan scendono in piazza armati chiedendo l’arresto della governatrice Gretchen Whitmer con uno slogan che ricorda il suo contro Hillary Clinton: “Lock her up!” (in galera). Anzi! “A me sembrano persone molto responsabili”, commenta. “I suoi tweet incoraggiano atti illegali e pericolosi, che potrebbero portare alla violenza”, accusa Jay Inslee, governatore dello Stato di Washington.

La manifestazione più clamorosa e paradossale in Texas dove il governatore repubblicano Greg Abbott per primo annuncia il graduale allentamento della stretta. Nonostante ciò, nella capitale Austin un raduno ai piedi del parlamento “per protestare contro il lockdown autoritario imposto da meschini tiranni locali…, manovra del partito comunista cinese e del deep state contro Trump”. Il comportamento di Trump nei confronti del Coronavirus è solo uno dei tanti episodi che si possono citare. Quando si chiede: cosa c’entra Trump con i disordini del dopo Floyd, è questa la risposta: è responsabile, colpevole, di aver fatto emergere, di aver nutrito, vellicato tutto il peggio che gli Stati Uniti d’America hanno “dentro”. Invece di contrastare e combattere questi sentimenti di odio e di intolleranza, li cavalca, li usa con un cinismo e una avventatezza che sconcerta e inquieta. Già dai tempi della guerra in Vietnam il potere di allora fece leva sulla “paura” del cittadino medio; non per un caso proprio in quegli anni, non potendo più far leva sul pericolo “rosso” agitato dagli Hoover e dai McCarthy, cominciano le prime “guerre alla droga” e alla criminalità. Illuminante, in proposito, un saggio del professor Jonathan Simon: Governing Through Crime. How the War Crime Transformed American Democracy and Created a Culture of Fear (Oxford University Press, 2007). Da Johnson e Nixon a Trump: un’evoluzione. Oltre la paura, la rabbia, la frustrazione.

Alla fine, le due domande cruciali sono: a) Perché si è potuto affermare un Donald Trump? b) Perché non c’è un Martin Luther King? Alexander Hamilton, Benjamin Franklin Charles Kesler, George Washington, Terry Jordan, James Madison, John Jay, John Marshall, Richard Hosftadter, Thomas Paine, quante volte si saranno rivoltati nelle loro tombe?

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