Roberto Bertoni. Lo Statuto, i diritti e il lavoro

Roberto Bertoni. Lo Statuto, i diritti e il lavoro
Giornate importanti, grandi anniversari ed eventi piuttosto significativi nel panorama politico, culturale e letterario del nostro Paese. Direi anche sindacale, specie se si considera il livello di scontro raggiunto,  in particolare dalla CGIL di Maurizio Landini, con la nuova Confindustria targata Bonomi. Non entriamo nel merito: è ancora presto per giudicare l’operato di un presidente insediatosi da pochi giorni. Fatto sta che l’inizio non è stato dei migliori, per usare un eufemismo, e le dichiarazioni anti-stataliste con cui si è presentato hanno segnato una netta cesura rispetto alla volontà di dialogo espressa, ad esempio, da Squinzi. Non poteva esserci, dunque, momento peggiore per celebrare i cinquant’anni dello Statuto dei lavoratori, quando la Costituzione entrò finalmente anche nelle fabbriche ed ebbe avvio quella stagione di diritti e conquiste sociali che avrebbe modernizzato l’Italia e favorito un dialogo tra i corpi intermedi e le forze politiche nella fase più buia del terrorismo e della violenza stragista.
È doveroso ricordare figure straordinarie come Giacomo Brodolini e Gino Giugni, artefici di una riforma che ha mutato il nostro immaginario, segnando un’epoca e mutando in profondità equilibri in precedenza cristallizzati. Fu nel 1970 che iniziò il decennio della svolta, annegato nel ’78 nel sangue di Moro e degli uomini della sua scorta, fra il marzo e il maggio di un anno che ha cambiato in negativo la storia d’Italia e il corso delle vicende politiche e civili. Fu un atto di straordinaria modernità, una legge che garantì le giuste tutele a chi non ne aveva mai avute, una norma che contrastò abusi, violazioni di diritti elementari, licenziamenti per motivi politici e altre nefandezze che avevano avvelenato i decenni precedenti.
Il PCI si astenne e ancora oggi si discute, fra i superstiti di quella parte politica, se sia stato giusto o meno, se veramente la previsione dell’articolo 18 solo per le aziende sopra i quindici dipendenti non meritasse, comunque, un voto favorevole. Non c’è dubbio, tuttavia, che il varo dello Statuto dei lavoratori fu una pietra miliare che favorì, anni dopo, il percorso del compromesso storico tentato da Berlinguer dopo i tragici fatti del Cile, consentendo un confronto aperto e costruttivo fra le ali più progressiste del PCI e della Democrazia Cristiana e garantendo la tenuta democratica del Paese in anni definiti, non a caso, di piombo. Fu grazie allo Statuto dei lavoratori, infatti, se il sindacato riuscì a contenere le spinte eversive, a contrastare la violenza e il terrorismo, a denunciare le frange più estreme e violente, a isolare i fiancheggiatori di idee indegne e assassine e a creare quella cultura operaia del rifiuto della barbarie che fu indispensabile per arginare le derive dittatoriali e golpiste che serpeggiavano nella Penisola già prima della strage di piazza Fontana per diventare poi all’ordine del giorno.
Scriviamo queste note mentre festeggiamo i settant’anni di un un intellettuale che ha legato al lavoro e alla sua tutela buona parte del suo impegno culturale. I migliori auguri a Erri De Luca e un pensiero a tutti coloro che il lavoro non ce l’hanno, l’hanno perso o, se ce l’hanno, è drammaticamente precario. Cinquant’anni dopo l’unico dovere della nostra classe politica, e in particolare della sinistra, sarebbe quello non solo di ripristinare l’articolo 18, indebolito dal governo Monti e definitivamente smantellato da Renzi, ma di estenderlo a tutti i lavoratori, rivedendo e attualizzando un impianto giuridico avanzatissimo e attuando pienamente l’articolo uno della nostra Costituzione, ahinoi invece da tempo calpestato.
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