Patrizio Paolinelli. Tre domande a… Giorgio Benvenuto. “Si esce dalla crisi tutti insieme, con spirito di solidarietà, valorizzando le persone”

Patrizio Paolinelli. Tre domande a… Giorgio Benvenuto. “Si esce dalla crisi tutti insieme, con spirito di solidarietà, valorizzando le persone”

La pandemia sta creando notevoli problemi occupazionali. Quando sarà finita quale sarà il futuro del lavoro?

Dipende da noi. Ragionevolmente credo che non si possa tornare indietro perché l’epidemia ha determinato grandi cambiamenti e al contempo indicato grandi opportunità. Se si avrà una strategia possiamo fare in modo che l’uscita dalla crisi corregga errori del passato, indichi la strada che faccia contare di più le persone e riduca le disuguaglianze. Se invece ci limitiamo a lamentarci, ci rassegniamo ad attendere l’arrivo di un unto dal Signore che ci tiri fuori dai guai. Ma così non si va da nessuna parte. Siamo in una fase in cui dobbiamo essere attivi, positivi, dobbiamo tornare a pensare, a progettare e soprattutto a realizzare un’operazione di solidarietà. Un’operazione che metta insieme le persone, che utilizzi i saperi e le volontà di tutti con l’obiettivo di lasciarci alle spalle questa terribile crisi. Non mi sfugge che c’è chi potrebbe approfittare degli effetti negativi della pandemia per continuare e forse esacerbare le vecchie politiche del lavoro. Ma ciò avverrà se non saremo in grado di indicare delle alternative. La globalizzazione, la finanziarizzazione e il mercato non lo sono perché hanno aumentato le diseguaglianze e messo in discussione la sostenibilità dello sviluppo sia sul piano sociale che ambientale. Per di più, la conoscenza, le nuove tecnologie e l’intelligenza artificiale sono sempre più concentrate nelle mani di pochi. Fenomeno che insidia la soggettività, la libertà degli individui e la stessa democrazia. È invece il pluralismo che può farci cambiare rotta. D’altra parte la democrazia è un’arte sapiente, in grado di trovare gli opportuni compromessi tra forze e interessi diversi. Ciò significa che oggi istituzioni, movimenti, sindacati, associazioni imprenditoriali e più in generale i corpi intermedi devono trovare il modo di uscire insieme dalla crisi con uno spirito di solidarietà nei confronti degli ultimi e dei soggetti più fragili.

La Lega ha occupato il Parlamento per protestare contro la gestione della fase 2 del governo finalizzata a contrastare l’epidemia. Cosa pensa di questa iniziativa, che pure è durata solo 48 ore ma è politicamente significativa?

Avranno tolto le tende così in fretta perché forse sentivano freddo. A parte le battute credo che un partito politico debba far funzionare le istituzioni in cui si discute e rispettarne le regole. La scorciatoia che si è presa in Italia e nel mondo è che ci si mette nelle mani degli imbonitori. I problemi sono sempre più complessi, la tecnologia sempre più veloce e qualcuno si illude che ci possa essere un modo di governare altrettanto rapido. Torniamo a quanto le dicevo prima: occorre rivitalizzare la democrazia e abituarsi a lavorare assieme in maniera veloce ma rispettando le regole del gioco. La mossa della Lega mi sembra un tentativo di conquistare spazi di visibilità. Sarebbe stato meglio se si fossero adoperati per arricchire il dibattito, proporre soluzioni fattibili, dialogato con tutti. L’occupazione del Parlamento da parte della Lega mi ha fatto venire in mente un episodio avvenuto nel 1947. Il prefetto di Milano, Ettore Troilo, uomo di sinistra e popolarissimo comandante partigiano, viene improvvisamente sostituto dal ministro degli Interni col prefetto di Torino. Alla testa di migliaia di uomini Giancarlo Pajetta occupa la prefettura. Direttamente dall’ufficio del prefetto telefona a Togliatti informandolo dell’occupazione. Togliatti glaciale gli risponde: “E tu che ci fai in prefettura?”. Questo per dire che il problema non è quello di occupare un ufficio governativo, una fabbrica o il parlamento. Si entra e si occupa. Il problema terribile è come uscirne. La stessa cosa è avvenuta con la Lega. Avevano annunciato che avrebbero occupato l’Aula di Montecitorio a oltranza e dopo due giorni hanno sbaraccato senza ottenere nulla.

Ad appena venti mesi di distanza dal crollo, pochi giorni fa è stata fissata l’ultima campata del ponte Morandi e tra non molto sarà percorribile. Un record rispetto ai tempi a cui siamo abituati reso possibile grazie alle deroghe dalle procedure previste dal Codice degli Appalti. Il “Modello Genova” può diventare il nuovo standard per le opere pubbliche?

Penso che si debbano semplificare sia le regole sia le fasi di controllo e che si debba uscire dalla logica secondo la quale è meglio non costruire opere pubbliche perché altrimenti inizia la corruzione o s’insinua la criminalità organizzata. Sia ben chiaro: i controlli ci devono essere e devono essere severi, ma quanto avviene oggi porta a lungaggini insopportabili. Sappiamo tutti che le gare diventano storie infinite perché chiunque può ricorrere, perché c’è una pletora di enti che si debbono esprimere, perché non si finisce mai con le carte, i moduli, i timbri e così via. L’Italia è costellata di opere pubbliche ferme da anni o che vanno avanti al rallentatore. Purtroppo l’attuale normativa non evita la corruzione. Anzi, incentiva a trovare scorciatoie. E in tal caso ecco che l’opera si blocca perché interviene la magistratura. La quale ha i tempi biblici che tutti conosciamo. È evidente che così non si può continuare. E allora in materia di appalti pubblici una democrazia deve fissare poche regole, chiare per tutti e chi non le rispetta deve spere che certamente sarà punito. Questo significa che il Codice degli Appalti deve essere modificato, strutturato in maniera tale che non rappresenti un ostacolo all’avvio e all’andamento dei lavori.

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