Patrizio Paolinelli. Tre domande a… Giorgio Benvenuto. “Riflettere su uno Statuto dei lavoratori che abbia una valenza europea”

Patrizio Paolinelli. Tre domande a… Giorgio Benvenuto. “Riflettere su uno Statuto dei lavoratori che abbia una valenza europea”

Quest’anno ricorre il cinquantenario dello Statuto dei lavoratori. Cosa ha significato questa legge nella storia del nostro Paese?

Una vera e propria svolta. Un mutamento epocale che ha riequilibrato i rapporti tra imprenditori e lavoratori e, come è stato detto in questi giorni, nel 1970 finalmente la Costituzione entrò in fabbrica. Per arrivare a quel risultato occorse una lunga elaborazione e una lunga riflessione. Occorse poi un’intensa collaborazione tra sindacato e giuslavoristi e un grande attivismo per ottenere un largo consenso intorno a quella proposta. Consenso necessario affinché lo Statuto diventasse un fattore di reale cambiamento, ossia una soluzione strutturale. Aggiungo che se lo Statuto dei lavoratori cambiò la vita all’interno dei luoghi di lavoro e allo stesso tempo cambiò anche il sindacato. Ne permise il rafforzamento e lo fece passare da corporativo a soggetto collettivo in grado di contribuire negli anni successivi a realizzare riforme di carattere generale che hanno dato all’Italia un sistema di welfare di grande valore. Si sente dire spesso che i padri dello Statuto dei lavoratori sono stati Giacomo Brodolini e Gino Giugni. Non voglio togliere alcun merito a quello che fu il loro ruolo così come fu fondamentale il rapporto unitario tra i sindacati. Ma i veri padri dello Statuto furono i lavoratori. Lavoratori che con le loro lotte nel ’68-’69 diedero forza a quella richiesta. Non va mai dimenticato che lo Statuto dei lavoratori non fu una concessione ma una conquista.

Il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, ha lanciato la proposta di un nuovo Statuto dei lavoratori. So che lei è d’accordo, ma come si dovrebbe procedere?

Partiamo da una constatazione: lo Statuto approvato nel 1970 offriva delle garanzie oggi fortemente indebolite perché la flessibilità è diventata precarietà e perché la mobilità è diventata nomadismo. Dunque abbiamo il problema di riequilibrare una situazione nella quale i lavoratori sono meno garantiti. Meno garantiti nella valorizzazione della loro professionalità, nella salute e nella difesa del loro potere d’acquisto. Quando parlo di riequilibro penso sia all’interesse dei lavoratori che a quello del Paese. Mi spiego: così come dispiace vedere le aziende che lasciano l’Italia per impiantarsi all’estero allo stesso modo dispiace che ogni anno migliaia e migliaia di giovani laureati lasciano il nostro Paese per cercare fortuna altrove. Oggi ci troviamo in questa situazione: dall’Italia vanno via le grandi aziende, i cervelli e persino i pensionati. Un nuovo Statuto dei lavoratori non può prescindere dal tenere conto di questa situazione. Ma lei mi chiede come procedere. Allora, per prima cosa i sindacati devono avere una posizione comune: sarebbe assurdo se Cgil, Cisl e Uil andassero ognuna per conto proprio. Poi, avere chiaro che non si può continuare a chiedere ai lavoratori di stringere la cinghia e di rinunciare ai propri diritti. In terzo luogo, occorre che il sindacato avvii un confronto, un dialogo con la politica e le associazioni datoriali. Certo, è necessario fare attenzione perché in questo momento i rapporti di forza sono sfavorevoli per le organizzazioni dei lavoratori. Perciò è decisivo costruire un consenso diffuso sul ripristino dei diritti perduti in questi ultimi vent’anni, su proposte che valorizzino il ruolo del lavoratore in azienda e su un deciso investimento nella formazione. Ecco, mi sembra che queste siano alcune delle direzioni principali su cui procedere per realizzare un nuovo Statuto dei lavoratori. Penso anche una cosa forse utopica. E cioè che sarebbe opportuno iniziare a riflettere su uno Statuto che abbia una valenza europea.

Può spiegare meglio cosa intende?

Certo. L’Europa zoppica perché non ha un’unità né fiscale né dal punto di vista sociale. E così nel nostro continente ci sono i paradisi fiscali e il dumping sociale. In molti dei ventisette paesi che compongono l’Unione non ci sono diritti che ancora sopravvivono in Italia grazie allo Statuto dei lavoratori. Ciò permette a molte imprese di delocalizzare la produzione laddove dove il sindacato è più debole, i contratti non hanno il peso che hanno qui da noi, le leggi di tutela dei lavoratori e dell’ambiente sono blande. Il nuovo presidente della Confindustria chiede di favorire la contrattazione aziendale e ignorare i contratti nazionali. Landini gli risponde che invece i contratti nazionali vanno mantenuti. Io sostengo che bisogna iniziare a immaginare dei contratti e delle regole che valgano a livello europeo. Mi rendo conto di quanto sia faticoso avviare questo percorso, ma non lo possiamo più eludere. Sennò in Europa continuerà a esserci il dumping sociale. Ed è proprio questo elemento che da noi, come altrove, fa arretrare i lavoratori sul piano dei diritti e delle tutele. Guardi, a me non convincono le posizioni di chi sostiene che le aziende italiane non possono ricevere aiuti pubblici se hanno la sede all’estero. Ci troviamo in una fase storica in cui dire “prima l’Italia” non porta lontani. Quello che bisogna dire è: prima l’Europa. Ma un’Europa unita su tutti i piani. E per quello che riguarda il mondo del lavoro è urgente varare una serie di regole minime che valgano per tutti i Paesi dell’Unione. Regole che non permettano più il verificarsi del dumping sociale.

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