Patrizio Paolinelli. Tre domande a… Giorgio Benvenuto. “Il decreto rilancio giunge in ritardo e non è chiaro”

Patrizio Paolinelli. Tre domande a… Giorgio Benvenuto. “Il decreto rilancio giunge in ritardo e non è chiaro”

Il governo ha varato un decreto di rilancio dell’economia italiana che comporta un investimento da 55 miliardi di euro. Ma alcuni settori produttivi li ritengono insufficienti per le esigenze delle proprie categorie e le opposizioni non sono affatto soddisfatte. Qual è la sua valutazione?

Sul piano dell’investimento la manovra è importante e va riconosciuto che le maggiori risorse, circa il sessanta per cento, sono destinate alle imprese e al lavoro.  C’è poi una cosa di cui non si parla che forse è ancora più importante. Mi riferisco alla definitiva cancellazione delle clausole di salvaguardia. Clausole che hanno pesantemente condizionato le leggi di stabilità degli ultimi dieci anni. Detto questo, io muovo altre critiche rispetto a quelle da lei accennate. Innanzitutto una certa dispersione delle risorse nel tentativo di dare una risposta a tutti. Ma soprattutto il ritardo con cui è giunto il provvedimento. Dobbiamo ancora attendere che sia pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale. Cosa che sembra avverrà lunedì prossimo. E comunque in Parlamento è preannunciata un’alluvione di emendamenti per la quale pare sia già previsto un tesoretto di circa ottocento milioni. Anni fa l’avremmo definito un fondo-mancia.

Dunque a suo giudizio il fattore tempo è decisivo per affrontare la crisi?

Ma certo. E non sono il solo a pensarla così. Ricordo che qualche settimana fa Mario Draghi rilasciò un’intervista, peraltro destinata a lasciare il segno nelle successive decisioni dell’Unione, in cui sostanzialmente disse due cose: occorre aumentare il debito pubblico e contemporaneamente agire in fretta. Ma ancora: il Parlamento europeo ha appena approvato una risoluzione che chiede duemila miliardi di euro per sostenere la ripresa aggiungendo di fare presto e bene. Purtroppo noi stiamo agendo lentamente e l’Italia sta avviando la fase 2 in ritardo rispetto agli altri Paesi. Il motivo è dovuto alla rissosità interna al governo, al suo essere appicciato con lo sputo, alla mancanza di un programma e allo scarso ascolto del paese reale. Il questo clima ogni volta che ci sono decisioni da prendere il governo deve avviare lunghe mediazioni che prendono settimane. Lunedì prossimo si aprono i negozi e le persone non hanno soldi in tasca. Non si fa che discutere su quanti metri gli ombrelloni debbono essere distanziati gli uni dagli altri e intanto gli aiuti promessi alle famiglie non sono ancora arrivati. A tutt’oggi ci sono problemi per la cassa integrazione. Così il Paese non riparte. Aggiunga poi il problema della burocrazia. Ma come si fa a scrivere un decreto legge di 450 pagine per un totale di 250 articoli? Un labirinto che ricorda i contratti delle assicurazioni in cui l’inganno è sempre in agguato. Quindi alla lentezza si aggiunge la mancanza di chiarezza. Non ci siamo.

Sono bastati due mesi di fermo di una parte sostanziale delle aziende per mettere in ginocchio il sistema produttivo occidentale. Non le pare che il nostro modello economico abbia le gambe particolarmente fragili?

Sicuramente lo sono quelle dell’Europa. Sono fragili perché ha tollerato che in questi anni la globalizzazione e la finanziarizzazione combinassero dei veri e propri disastri. Aver chiuso gli occhi sui paradisi fiscali presenti nel nostro continente, affidato al mercato l’ultima parola su tutto o quasi, accettato supinamente il fallimento di organi come l’ONU e non rispettato gli accordi sul clima sono una serie di nodi di cui il coronavirus è stato il pettine. Un pettine che è arrivato quando meno ce lo aspettavamo e che non è giunto dalla politica ma da una pandemia. L’assenza della politica ha consentito il nascere dei sovranismi, la crescita della Cina e ha concesso agli Stati Uniti di comportarsi come si sono comportati. Pensi all’innovazione tecnologica: risiede fuori dall’Europa, in Estremo Oriente o in America. Tutto questo ci ha resi fragili. Oggi l’Europa è una comparsa e se non c’è un cambiamento, tra dieci anni solo la Germania conterà qualcosa nello scacchiere internazionale. È augurabile che in zona Cesarini ci sia un recupero del nostro continente.

 

Share