Nuccio Iovene. Contro i diffusori di odio, facciamo sentire la nostra vicinanza a Silvia e a tutti i cooperanti. Restiamo umani

Nuccio Iovene. Contro i diffusori di odio, facciamo sentire la nostra vicinanza a Silvia e a tutti i cooperanti. Restiamo umani

Dopo 18 mesi, finalmente, Silvia Romano è tornata a casa. La giovane cooperante italiana, rapita in Kenya alla fine del 2018 e a quanto pare quasi subito trasferita in Somalia, dove sembra essere rimasta prigioniera fino all’altro ieri, ha potuto così riabbracciare i suoi cari, mentre l’Italia intera ha tirato un sospiro di sollievo. Una buona notizia di cui avevamo bisogno dopo due mesi di isolamento e bollettini quotidiani su contagi, ricoveri e decessi, quasi a rappresentare un segno di speranza e di futuro, mentre nel suo quartiere a Milano le campane hanno suonato a festa e gli amici, i vicini, gli abitanti si preparano ad accoglierla a braccia aperte. Dopo mesi di timori per la sua vita e mancanza di notizie, quella ragazza sorridente circondata dai bambini di cui avevamo visto le foto, grazie al lavoro della nostra intelligence, è stata liberata e la sua vicenda si è conclusa felicemente.

Ma non per gli odiatori di professione, a partire dai giornali della destra, le loro firme di punta e i loro esponenti politici di riferimento. Gli odiatori di professione tendenzialmente odiano tutti, ma alcuni di più. Se c’è chi fa venire il sangue agli occhi agli odiatori questi sono, al pari del drappo rosso sventolato davanti al toro infuriato, quelli che loro definiscono “buonisti”, e i nostri giovani cooperanti all’estero sono tra questi ai primi posti delle loro classifiche. Già nei primi giorni successivi al rapimento, la giovane Silvia era stata trasformata da costoro da vittima a irresponsabile e causa della sua stessa condizione. Che ci faceva lì, perché ci era andata, e soprattutto perché il Paese doveva farsi carico dei suoi capricci e delle sue scelte? Gli stessi che amano ripetere come un mantra, quando si tratta di salvare migranti in mare, che non possiamo accogliere tutti e che al contrario bisogna “aiutarli a casa loro”, non sopportano neanche quelli che fanno esattamente questo, o almeno ci provano. Perché gli odiatori di professione sono coerenti solo al loro stesso odio, che curano e coltivano nel tempo, evitando che sopisca.

Probabilmente la cosa che avrebbero preferito è che di Silvia Romano non si fosse saputo più nulla, che con il passare del tempo il suo ricordo fosse cancellato, come purtroppo è accaduto o rischia di accadere per altri nostri concittadini all’estero per lavoro o per missione e rapiti o scomparsi. E invece Silvia è viva, è stata salvata, è tornata tra noi e si è convertita all’Islam. Apriti cielo. Prime pagine di giornale, dichiarazioni politiche pesantissime: le prime tre cose (viva, salva, tornata) rese trascurabili rispetto alla tunica verde che la copriva all’arrivo in aeroporto, alla sua dichiarazione che era stata trattata tutto sommato bene dai suoi rapitori e che la sua era stata una conversione libera. Quelli che hanno sottratto 49 milioni allo Stato (e ancora non li hanno restituiti) chiedono di sapere quanto è costato il suo rilascio. Salvini addirittura dice che è stato fatto uno spot per gli jihadisti e che lui (quello del Papeete per intenderci) avrebbe preteso in questa occasione “un atteggiamento più sobrio da parte delle istituzioni”. Nessun rispetto per la sofferenza di questa giovane ragazza, per la sua lunga detenzione e la necessità di aggrapparsi ad ogni modo alla vita ed alla speranza. Nessuno sforzo di capire, lasciarle tempo di elaborare e provare a superare quanto le è successo. Il silenzio non è una dote degli odiatori, i quali anzi non hanno perso l’occasione di distribuirlo a piene mani il loro odio, buttarla in politica questa vicenda come al solito, continuando ad infliggere a Silvia Romano una pena supplementare assolutamente insopportabile.

Ecco perché nelle prossime ore, nei prossimi giorni, dovremo tutti far sentire a lei la nostra vicinanza, il nostro affetto e la nostra solidarietà e testimoniare così, e proprio in un momento complicato come questo, che sentiamo il dovere e abbiamo la voglia di restare umani.

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