La giornata politica. Maria Elena Boschi a palazzo Chigi alla vigilia del voto su Bonafede. Fca, ancora polemiche. Ecofin, ok al piano Sure

La giornata politica. Maria Elena Boschi a palazzo Chigi alla vigilia del voto su Bonafede. Fca, ancora polemiche. Ecofin, ok al piano Sure

Mentre la vicenda del prestito garantito dallo Stato a Fca sembra avviata a conclusione, seppure con un lungo strascico di polemiche, la maggioranza e il governo si trovano alle prese con la grana della mozione di sfiducia al ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede. A tenere ancora in bilico il governo è l’incertezza sul comportamento che terrà Italia Viva mercoledì in Aula, in occasione del voto. Solo al momento di prendere la parola nell’emiciclo, Matteo Renzi farà sapere se il suo sarà “pollice verso” o se invece terrà ancora in vita il governo. Perché, è anche la tesi del capogruppo Pd alla Camera Graziano Delrio, se Italia Viva voterà contro il governo l’apertura della crisi sarà inevitabile. E’ una prova importante per la tenuta del governo quella che si profila al Senato, dunque, con la discussione e la votazione sulla doppia mozione di sfiducia presentata nei confronti del ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede. Nel pomeriggio, un incontro di due ore tra il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, e Iv, in particolare con il capogruppo alla Camera, Maria Elena Boschi, a Palazzo Chigi potrebbe aver schiodato la questione, magari proponendo qualche alla formazione renziana qualche ingresso al governo.

Una delle due mozioni di sfiducia è stata presentata unitariamente dal centrodestra, primi firmatari i capigruppo di Lega, FdI e Fi, Massimiliano Romeo, Luca Ciriani e Annamaria Bernini. L’altra mozione è stata promossa da Emma Bonino (+Europa), hanno aderito anche Matteo Richetti di Azione e un nutrito gruppo di senatori di Forza Italia. Diverse le premesse, ma l’obiettivo è lo stesso: le dimissioni del ministro Guardasigilli. La mozione del centrodestra si concentra sulla vicenda della nomina al vertice del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap) con le polemiche scaturite dopo le dichiarazioni del pm Nino Di Matteo e sulle rivolte scoppiate nelle carceri i primi di marzo con la diffusione del Covid 19. Bonafede viene accusato di aver gestito male la situazione che ha portato alla norma sulla scarcerazione dei detenuti con una pena detentiva non superiore a 18 mesi e poi alla scarcerazione di boss mafiosi che soffrivano di patologie che li esponevano a maggiori rischi in caso di contagio. La mozione di sfiducia di Emma Bonino, invece, pone l’accento sull’abolizione della prescrizione voluta da Bonafede “in violazione del principio di ragionevole durata del processo”, sul fatto che non sia stata ancora presentata la riforma del processo penale, sulla difficile condizione delle carceri durante la diffusione del coronavirus, sulle polemiche per le influenze che il suo ministero avrebbe esercitato nelle nomine al Csm. Guardando ai numeri, e considerando il plenum dell’assemblea, se i 17 senatori di Iv dovessero votare tutti la mozione del centrodestra, che può contare su 139 voti (la presidente Casellati non vota mai), si arriverebbe a 156 voti. Mancherebbe così una manciata di voti per raggiungere i 161 della maggioranza in Senato. Si tratterebbe allora di vedere come si esprimeranno altri senatori, Pier Ferdinando Casini o gruppi minori e i senatori a vita. Anche la mozione Bonino e Richetti, già firmata anche da numerosi senatori azzurri, avrebbe chance di passare: ma solo se tutto il centrodestra votasse a favore e, anche in questo caso, se pure i renziani dessero il loro consenso. Considerando poi i probabili voti favorevoli degli ex 5 stelle oggi confluiti nel gruppo Misto (De Falco che l’ha firmata, Paragone e Martelli), con questo scenario la mozione raggiungerebbe 161 sì. Per evitare che una delle due mozioni possa passare, determinando la crisi di governo, Italia Viva dovrebbe votare contro, insieme al resto della maggioranza, oppure non votare.

Intanto, come si diceva, la maggioranza si confronta sul caso del prestito ad Fca laddove il tema non pare più “se” ma “come”: la garanzia dello Stato sul prestito a Fiat Chrisler Automobiles non sembra più in discussione, tanto che i partiti in blocco si sono detti favorevoli all’ipotesi. Rimane da stabilire quale sia il modo migliore per fare in modo che Fca rispetti quelle condizionalità, investimenti in Italia e tutela dei posti di lavoro, che tutti i leader hanno messo sul piatto in cambio della garanzia di Sace, la società che garantisce i crediti alle imprese e che fa capo a Cassa Depositi e Prestiti. Il Partito Democratico, dopo alcuni sbandamenti iniziali dovuti alla dura presa di posizione del vice segretario – Andrea Orlando – si è stabilizzato sulla linea dettata ieri dal segretario Nicola Zingaretti: “Nelle politiche di incentivi e prestiti con garanzia statale alle imprese e ai grandi gruppi industriali deve essere determinante la finalità di utilizzo delle risorse che devono servire a stabilizzare l’occupazione in Italia e a non delocalizzare le produzioni, e a realizzare una nuova stagione di crescita, innovativa che punti alla sostenibilità”. Ma Zingaretti aggiunge anche un passaggio che suona come un monito alla stessa Fca: “Purtroppo in Italia molte volte gli accordi sono stati disattesi, con gravi danni per i lavoratori e i soldi pubblici. Per questo ora il governo dovrà vigilare con la massima attenzione su questi strumenti e sugli effettivi utilizzi che le imprese faranno di queste risorse, Fca compresa”. Sugli accordi disattesi da Fiat in passato si è soffermato anche il segretario di Sinistra Italiana, Nicola Fratoianni: “Quando mai i vertici di Fca hanno rispettato gli impegni sottoscritti di investimenti nel nostro Paese? Tanto per sapere”, scrive Fratoianni in risposta al post nel quale Matteo Renzi sostiene la richiesta di Fca. Oggi, Fratoianni torna sulla vicenda definendo “un errore” quello del governo di avere concesso il prestito: “Penso che sia stato un errore dell’azienda chiedere la garanzia per il prestito e un errore del governo concederlo. Se si ottiene una garanzia su un prestito di tali dimensioni, mi pare di buonsenso chiedere cose non particolarmente rivoluzionarie quali il ritorni della sede legale e della sede fiscale in Italia”.

Nel frattempo, dall’Ecofin arriva l’ok definitivo allo strumento Sure contro la disoccupazione causata dal Covid: 100 miliardi concessi dall’Ue agli Stati membri. E si registra anche qualche progresso sulle misure aggiuntive a disposizione della Bei, la Banca europea per gli investimenti, 200 miliardi di euro di prestiti. L’annuncio è del vicepresidente della Commissione europea Valdis Dombrovskis, al termine del vertice dei 27 ministri finanziari dell’Ue. Ma l’attenzione è sul Recovery fund, il piano per la ripresa post coronavirus. Dombrovskis spiega che “la nostra ambizione non è quella di aumentare la capacità di finanziamento nel range di centinaia di miliardi, ma piuttosto di una cifra che supera mille miliardi”. Con una precisazione: “Naturalmente in questo caso stiamo parlando sia di prestiti sia di sovvenzioni. Questo è il livello di ambizione di cui stiamo discutendo nel contesto della nostra proposta di recovery fund”. E “non si tratta solo di investimenti in più per la crescita ma anche di riforme per fare sì che le risorse siano utilizzate nel modo più efficace”. I mille miliardi cui si riferisce Dombrovskis parlando della proposta della Commissione europea sono quindi di più di quanto prevede quella franco-tedesca da 500 miliardi, soldi da raccogliere direttamente sul mercato e da impiegare per sovvenzioni agli Stati più colpiti, fra cui l’Italia. L’Ecofin si è quindi poi soffermato sulla proposta della cancelliera tedesca Angela Merkel e del presidente francese Emmanuel Macron, che non vede tutti concordi. Resta infatti la diffidenza da parte dei Paesi ‘frugali’ del Nord Europa. Austria, Finlandia, Svezia e Danimarca non sembrano volere rinunciare alla richiesta di aiutare gli Stati in difficoltà attraverso prestiti.

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