Giulia Rodano. Silvia Romano, ancora una donna messa alla gogna, esaminata, scrutata, interrogata e poi giudicata

Giulia Rodano. Silvia Romano, ancora una donna messa alla gogna, esaminata, scrutata, interrogata e poi giudicata

La gioia per la liberazione di Silvia Romano è stata – vorrei dire, come al solito! – macchiata e amareggiata dall’ennesima gazzarra di editorialisti, leoni da tastiera della destra nostrana, sollevata subito, senza neppure che Silvia abbia parlato, abbia raccontato, abbia potuto persino riflettere in libertà. Ancora una donna messa alla gogna, esaminata, scrutata, interrogata e poi giudicata. Come ha osato convertirsi? Come ha osato tornare vestita come una musulmana? Perché  ha voluto mettere a rischio la nostra tranquilla coscienza occidentale sbattendoci in faccia la realtà della povertà estrema e della estrema violenza?

Una donna che ha osato rischiare per le sue convinzioni, che ha lasciato il luogo in cui è bene che stia, dove può vivere protetta dai suoi uomini, il suo luogo naturale, per avventurarsi nel modo, non può che aspettarsi il peggio. Se l’è cercata.  Stia in casa e non corra rischi!

In più, se la scelta è anche in contrasto con l’egoismo sociale che ispira le destre della ricca Europa, allora il linciaggio è assicurato. Quelli che “aiutiamoli a casa loro” considerano chi lo fa, nella migliore delle ipotesi, degli imprudenti e, nella peggiore, dei profittatori.

Se quindi questa donna, come Silvia, riesce a tornare, non può che essere irriconoscibile, non può che essere stata improvvida, se non plagiata e utilizzata, prima che dai suoi rapitori, da “chi l’ha mandata li”.

Già era successo con le “due Simone” e con Greta e Vanessa, cooperanti rapite e rilasciate e definite signorilmente “oche giulive”, ragazze senza troppo cervello e ragione.

Lo stereotipo maschile per cui le donne non sono in condizione, e quindi non hanno diritto, di fare le proprie scelte e di rischiare in proprio, è duro a morire.

E allora, anche su Silvia, bisogna indagare pubblicamente, sbattere in prima pagina la sua vita sessuale, insinuare una gravidanza, ipotizzare un matrimonio, mettere in dubbio le sue scelte religiose, la sua conversione.

Nulla in una donna può essere, neppure in condizioni estreme, quali quelle in cui Silvia si è trovata, il frutto di scelte, di decisioni, magari anche assunte per calcolo, per sopravvivere.

Silvia, come tutte le donne vittime di violenza, non ha diritto al rispetto, al silenzio, al tempo per elaborare il proprio dolore.

Le donne non vengono considerate da questi maschilisti nostrani (e l’aggettivo è elogiativo)  essere umani adulti, sono sempre bisognose di tutele e soprattutto non devono pensare e mettere in discussione la vita “normale”.

Ma le donne non si piegano e continuano a fare le proprie scelte. E proprio questi mesi di pandemia ne sono state un’ulteriore conferma. Le donne hanno lavorato, rischiato in prima linea contro il Covid19, hanno sorretto e sostenuto il paese in quarantena. È bene che anche i nostri maschi si rassegnino.

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