Coronavirus. 4 maggio. 211.938 contagi, 82.879 guariti, 29.079 decessi. Istat, a marzo +49% decessi: oltre 23 mila al nord, a Bergamo +568%

Coronavirus. 4 maggio. 211.938 contagi, 82.879 guariti, 29.079 decessi. Istat, a marzo +49% decessi: oltre 23 mila al nord, a Bergamo +568%

Sale a 211.938 il numero degli italiani colpiti dal coronavirus dall’inizio dell’epidemia, con un aumento di 1.221 casi (ai minimi dal 10 marzo, ieri +1.389). Sono i dati forniti dalla Protezione Civile nel bollettino quotidiano delle 18. Oggi si registrano 1.225 guariti (ieri 1.740), con il totale che sale a 82.879, mentre rispetto a ieri torna a salire lievemente il numero dei decessi, 195 contro i 174 di 24 ore fa, per un totale di 29.079. Per effetto di questi dati, il numero dei malati attuali scende per la prima volta da quasi un mese sotto i 100mila, in totale sono 99.980. Continuano a calare anche i ricoveri: quelli ordinari sono scesi di 419 unità, e sono oggi 16.823. Quelli in terapia intensiva si riducono di 22, scendendo a 1.479, trentesimo giorno consecutivo di calo. Le persone in isolamento domiciliare sono 81.678. Infine, sono stati fatti in 24 ore 37.631 tamponi, in calo rispetto a ieri (quasi 45mila) e soprattutto rispetto al record del primo maggio che aveva fatto segnare 74.208 tamponi in un giorno.  Superano i tre milioni e mezzo i casi di coronavirus accertati nel mondo, i morti sono oltre 247 mila, secondo la rilevazione della Johns Hopkins University. I contagi accertati sono 3.519.901. I morti finora sono 247.838, e il numero maggiore è negli Usa con 67.686 morti. Seguono l’Italia e la Gran Bretagna con 28.520. Negli Stati Uniti, ci sono almeno 1.158.341 casi e 67.686 morti a causa della Covid-19, secondo l’aggregatore di dati della Johns Hopkins University. Il totale include i casi di tutti e 50 gli Stati, del District of Columbia e dei territori statunitensi, oltre ai casi riguardanti cittadini rimpatriati. Lo Stato più colpito, con almeno 316.415 casi e 24.708 morti, è New York. Poi il New Jersey, con almeno 126.744 casi e 7.871 morti. La città più colpita è New York City, con almeno 174.331 casi e 18.925 morti.  Germania, stando ai dati del Robert Koch Institut, i contagi a livello federale sono saliti a 163.175 (+679 rispetto al giorno prima) mentre il numero delle vittime è 6692. Il tasso di riproduzione R0 è sceso allo 0,74. Come sempre un po’ più alti i dati riportati dalla Hopkins University, che registra 165.664 contagi e 6.866 vittime.

Istat: a marzo +49% decessi: oltre 23mila al nord, a Bergamo +568%

Quasi il 50% in più di decessi rispetto al periodo 2015-2019 nel solo mese di marzo. Sono i numeri con cui deve fare i conti l’Italia ai tempi del coronavirus. Nel rapporto prodotto dall’Istat insieme all’Istituto Superiore di Sanità sulla mortalità della popolazione nel primo trimestre 2020 emerge come tra il 20 febbraio e il 31 marzo si siano registrate 90.945 morti, oltre 25 mila in più (24.354 unità) rispetto alla media di 65.592 degli ultimi cinque anni. Nell’impennata di decessi, pari al 49,4%, il 54% è costituito da morti diagnosticati Covid-19 (13.710). Il 52,7% dei casi (104.861) è di sesso femminile, con una età media di 62 anni. Nelle fasce 0-9, 60-69 e 70-79 anni invece si osserva un numero maggiore di casi di sesso maschile. Nella fascia oltre i 90 anni, il numero di soggetti di sesso femminile è più del triplo rispetto a quello maschile, probabilmente dovuto alla netta prevalenza di donne in questa fascia di età, sottolinea il report. Se il virus, seppur di poco, colpisce maggiormente le donne, la letalità invece è più elevata tra gli uomini, ad eccezione della fascia 0-19 anni. Nel 34,7% dei casi segnalati inoltre viene riportata almeno una co-morbidità (una tra: patologie cardiovascolari, patologie respiratorie, diabete, deficit immunitari, patologie metaboliche, patologie oncologiche, obesità, patologie renali o altre patologie croniche). L’eccesso di mortalità più consistente si riscontra per gli uomini tra i 70 e i 79 anni: i decessi aumentano di circa 2,3 volte tra il 20 febbraio e il 31 marzo; segue la classe di età 80-89 (quasi 2,2 volte di aumento). La diffusione geografica dell’epidemia invece si presenta eterogenea: è stata molto contenuta nelle Regioni del Sud e nelle isole, mediamente più elevata in quelle del centro rispetto al Mezzogiorno e molto elevata nelle regioni del Nord. Il 91% dell’eccesso di mortalità riscontrato a livello medio nazionale nel mese di marzo si concentra nelle aree ad alta diffusione dell’epidemia, che comprende 3.271 comuni, 37 province del Nord più Pesaro e Urbino. Nell’insieme in queste zone i decessi sono più che raddoppiati rispetto alla media 2015-2019 del mese di marzo. Se si considera il periodo dal 20 febbraio al 31 marzo, i decessi sono passati da 26.218 a 49.351 (+ 23.133); poco più della metà di questo aumento (52%) è costituita da vittime Covid-19. All’interno di questo raggruppamento le province più colpite dall’epidemia hanno pagato un prezzo altissimo in vite umane, con incrementi percentuali dei decessi nel mese di marzo 2020, rispetto al marzo 2015-2019, a tre cifre: Bergamo (568%), Cremona (391%), Lodi (371%), Brescia (291%), Piacenza (264%), Parma (208%), Lecco (174%), Pavia (133%), Mantova (122%), Pesaro e Urbino (120%).

“Si tratta della prima volta che l’Istat diffonde questa informazione riferita a un numero così consistente di comuni”, sottolinea il rapporto. Quanto al futuro prossimo, sottolineano Istat e Iss, per una valutazione complessiva dell’impatto di Covid-19 sulla mortalità totale occorre continuare a monitorare l’evoluzione del fenomeno nelle prossime settimane/mesi. Molte delle province che sono nella classe a media diffusione sono state interessate dall’epidemia con alcune settimane di ritardo rispetto alle province della classe ad alta diffusione. Non è dunque sufficiente l’analisi dell’andamento dei decessi di marzo per cogliere il fenomeno dell’incremento in queste aree. Il consolidamento dei dati di mortalità e di sorveglianza dell’epidemia Covid-19 per il mese di aprile consentirà la costruzione di misure più accurate.

Fase 2, tornano al lavoro più over 50 che giovani 

Sono 4,4 milioni i lavoratori che da oggi, secondo quanto stabilito dal DPCM del 26 aprile, hanno ripreso la propria attività lavorativa; mentre 2,7 milioni continueranno a restare a casa in attesa di successive misure governative. Su 100 rimasti a casa per effetto dei provvedimenti di sospensione delle attività, ben il 62,2% potrà tornare al lavoro. La ripresa però avrà effetti inattesi. Coinvolge soprattutto lavoratori over 50 – proprio la classe di età più esposta al rischio di contrarre la malattia da coronavirus in forma grave -, rispetto ai giovani, interessa maggiormente il Nord Italia, più esposto al contagio in questi due mesi di emergenza da Covid-19, e favorisce i lavoratori dipendenti a discapito degli autonomi. Ad approfondire le caratteristiche di chi da oggi riprende la propria attività è una indagine della Fondazione Studi Consulenti del Lavoro, a partire dai microdati delle forze lavoro Istat, intitolata “Ritorno al lavoro per 4,4 milioni di italiani. Al Nord prima che al Sud, anziani più dei giovani”. La ripresa interessa principalmente i lavoratori dell’industria, dove l’attività potrà ritornare a pieno regime (100% dei settori riaperti): su 100 lavoratori che rientreranno al lavoro il 60,7% lavora nel settore manifatturiero; il 15,1% nelle costruzioni; il 12,7% nel commercio e l’11,4% in altre attività di servizio. Dunque, principalmente occupazione maschile più presente in tale comparto. Sono, infatti, 3,3 milioni gli uomini che tornano al lavoro (il 74,8% del totale), mentre “solo” 1,1 milioni le donne (25,2%), categoria risultata più resistente al virus. In generale, sono soprattutto lavoratori dipendenti (3,5 milioni, pari al 79,4% di chi riprende a lavorare) mentre gli autonomi (il restante 20,6%) devono ancora aspettare: solo il 49% di quanti sono stati interessati dai provvedimenti di sospensione può riaprire da oggi. Tra i paradossi legati alla riapertura delle attività produttive prevista dalla Fase 2, nonostante il dibattito nazionale sull’opportunità di prevedere rientri differenziati.

Circa 3.800 i treni regionali di Trenitalia (Gruppo FS Italiane) in circolazione per l’inizio della Fase 2 dell’emergenza sanitaria Covid-19. A questi si aggiungono 12 Frecce e 6 InterCity fra le principali città italiane utili agli spostamenti necessari indicati dalle Autorità competenti. Lo comunica Fs definendo l’offerta di trasporto “adeguata alla richiesta di mobilità”. “D’accordo con le Regioni, Committenti del Servizio, l’offerta regionale – spiega una nota del gruppo – ha avuto un incremento di circa 25 punti percentuali rispetto alla scorsa settimana, passando da circa 2 mila corse a 3.800. Sui treni regionali in viaggio circa 190 mila persone, più 8 punti percentuali rispetto alla scorsa settimana che corrisponde al 13% dei passeggeri del periodo prima dell’emergenza”. Il riempimento medio dei treni regionali è pari al 15%, già calcolato in base alla nuova disponibilità al 50% di posti a sedere.

Un caso positivo in Francia già il 27 dicembre

Un caso di coronavirus si sarebbe registrato in Francia già a fine dicembre, prima ancora che l’allarme fosse lanciato dalla Cina. Lo sostiene il dottor Yves Cohen, capo dei servizi di rianimazione degli ospedali Jean Verdier a Bondy e Avicenne a Bobigny, nella banlieue parigina. In un’intervista all’emittente Bfmt, rilanciata dai media francesi, il medico ha spiegato di aver riesaminato tutti i test Pcr effettuati su pazienti con polmoniti sospette a dicembre e gennaio. Su 24 pazienti, uno è risultato positivo al covid-19. L’uomo era stato ricoverato il 27 dicembre a Bondy. Il Pcr, un esame con tecniche di biologia molecolare usato per diagnosticare le infezioni virali, gli era stato fatto per vedere se aveva l’influenza. L’uomo, oggi guarito, è stato subito ricontattato. “E’ stato malato 15 giorni e ha contagiato i due figli, ma non la moglie”, ha riferito Cohen. Nessuno dei famigliari è mai stato in Cina. Ma la donna lavora al banco del pesce di un supermercato, vicino al settore dei sushi, dove sono impiegate persone di origine cinese. L’ipotesi avanzata è che la donna si sia infettata attraverso i colleghi, ma sia rimasta asintomatica.

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