Alfonso Gianni. Un manovra economica di quantità ma non di qualità

Alfonso Gianni. Un manovra economica di quantità ma non di qualità

È francamente difficile discutere di un testo di legge che ancora non c’è, ma siccome è da diversi giorni che se parla, ci si sente autorizzati ad esprimere qualche parere e azzardare qualche elemento di analisi economico-politica. In effetti nessuno è autorizzato a considerare definitivo l’articolato che pure circola nelle varie sedi istituzionali come nelle redazioni di giornali. Infatti la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale è stata annunciata per lunedì prossimo. Ci sarà perciò tempo di ritornare sui dettagli o sui punti controversi.

L’hanno chiamato decreto “rilancio”. La terminologia pokeristica ben si presta in questo caso. Infatti, salvo disperati bluff, rilancia chi ha una buona “posta” avanti a sé. Inutile cercare quindi i vincenti tra i lavoratori, tantomeno i precari, per non parlare delle badanti e neppure tra i migranti, malgrado lo stress emotivo della ministra, che peraltro ha evocato ben tristi precedenti. Li potete trovare invece nel mondo dell’imprenditoria, nell’alleanza tra banche e imprese, tra i Carlo Bonomi e i Luigi Abete (basta leggersi le ultime recentissime interviste), cioè il presidente designato di Confindustria e il presidente di Bnl.

Come si era già qui scritto qualche settimana fa, commentando la designazione a nuovo presidente di Carlo Bonomi, la Confindustria intende muoversi direttamente come un soggetto politico. A conforto di questa tesi, venerdì scorso si pronunciava anche l’autorevole editorialista de la Repubblica, Stefano Folli. I rappresentanti degli industriali e dei banchieri si sono lamentati – esattamente come in quel detto napoletano fin troppo esplicito – che nel paese e nel governo stava montando uno “spirito antindustriale”, che andavano abbassate le tasse alle imprese, tolta l’Irap, che non era colpa delle banche se l’euro s’insabbiava senza giungere a destinazione di chi ne ha bisogno. Tutta questa pressione, abilmente concertata, alla fine è riuscita ad assestare l’ultima spallata, quella decisiva, per fare pendere la bilancia del decretone dalla loro parte.

La mole del testo legislativo è impressionante. Non solo quella cartacea, oltre 250 articoli per più di 450 pagine, almeno per quello che si sa in attesa della versione finale, ma soprattutto per le sue dimensioni finanziarie. Si tratta infatti della manovra economica più grande della storia repubblicana: 55 miliardi di nuovo indebitamento, che, secondo il ministro dell’Economia, dovrebbe mobilitare 130 miliardi di liquidità. Proprio per questo è davvero un  guaio che tutto questo volume di risorse venga disperso in una bulimia di norme, tutt’altro che di facile lettura (ma questa non sarebbe una novità) che testimoniano di un sistema di governo che sembra rincorrere, mutatis mutandis, i fasti delle leggi di bilancio di memoria democristiana.

Anche allora pareva all’inizio che il tessuto connettivo delle leggi di bilancio fosse rappresentato da una fitta maglia di misure redistributive. Poi, man mano che la discussione sul testo della legge procedeva, prima nelle commissioni – sorvegliate a vista dai vari lobbisti padroni dei corridoi di Montecitorio – poi nell’Aula, la fetta redistributiva si assottigliava sempre più, e qualche categoria rimaneva a bocca asciutta, a vantaggio di ben più corposi sostegni alle leve dominanti dell’economia. Ora, in un rigurgito di pudore, il ministro dello Sviluppo economico Patuanelli definisce il tutto come un “mosaico” di interventi di “indennizzo e ristoro” e Conte, sfidato sulla necessità di parlamentarizzare la discussione finora sequestrata dal governo, non perde l’occasione per fare capire che la Camera potrà “ulteriormente migliorarlo”. Ma se la logica è quella prevalsa negli ultimi giorni, questa appare più una minaccia che una promessa.

Il governo ha per ora allontanato la richiesta di una più strutturale e decisa riforma fiscale a favore delle imprese. Rimandandola al poi, ma ribadendone la necessità, come ha affermato l’autorevole ministro Gualtieri. Non gli era difficile farlo, bastava trincerarsi dietro il carattere emergenziale del provvedimento. Allo stesso tempo non ha mancato di dare un segno preciso all’emergenza: infatti, dice Conte, l’abbuono della rata di giugno dell’Irap “significa erogare una forma indiretta di liquidità, lasciare nelle casse delle società somme di denaro”. Da spendersi come vogliono. Se a qualcuno fosse rimasto qualche dubbio, il governo ha ulteriormente precisato – anticipando un passo della relazione tecnica ancora ignota – che sia il saldo che l’acconto dell’Irap dovuti a giugno da imprese e professionisti fino a 250 milioni di fatturato sono “definitivamente cancellati”. Indipendentemente dal fatto se le imprese in questo periodo hanno perso o guadagnato.

Così pure gli interventi volti a favorire la ricapitalizzazione delle imprese non vanno presi come il prodromo di una nuova Iri. Non sia mai: “nessuna sovietizzazione” aggiunge il loquace Patuanelli, ma neppure alcun intervento sulla governance delle imprese, chiosa Gualtieri. In sostanza questo decreto, oltre a essere privo di un’anima di politica economica, seppellisce qualunque ambizione di una svolta, fosse anche una timida curvatura nel modello di sviluppo.

Perché sia ben chiara, la scelta conservatrice viene ribadita a livello sociale. I tre miliardi per il reddito di emergenza si sono liquefatti ai primi caldi; sono diventati uno solo per una platea che piuttosto che diminuire tende ad aumentare e rapidamente. Del reddito universale manco si parla. Tutto quindi viene fatto rientrare nei tradizionali ma sempre più usurati binari del welfare e del workfare, la cui insufficienza strutturale è stata messa a nudo dalla crisi economico-pandemica. L’enfasi posta sulla tardiva regolarizzazione dei migranti, un piccolo insufficiente passo in avanti, non copre la delusione per le decine di migliaia di persone lasciate fuori dal faticoso accordo di maggioranza. Ma  soprattutto l’intera questione è stata trattata più sotto il profilo di  braccia di lavoro mancanti e indispensabili, particolarmente in agricoltura, e non sotto quello più generale di donne e uomini portatori di diritti. Questo sì che avrebbe costituito un salto di civiltà. E non è mancata la beffa: la retorica sparsa a pieni polmoni sull’eroismo autentico, questo sì, delle lavoratrici e dei lavoratori della sanità si è miseramente risolta nella cancellazione del cosiddetto “premio” di mille euro perdutosi tra i meandri dei commi e delle ristrettezze di bilancio.

La monumentale manovra già viene giudicata insufficiente e si parla di un nuovo decreto di almeno 20 miliardi, nel quale potrebbero scivolare alcune delle norme ad oggi teoricamente presenti nel decreto che lunedì conosceremo nella sua esatta versione. Si sarebbe già trovato il nome per questo nuovo eventuale provvedimento: “per la Rinascita”. La fantasia onomastica non manca ma difficilmente può trarre in inganno. Se il “rilancio” ha queste caratteristiche è improbabile pensare ad una ”rinascita” per il paese. Non contento di tutto ciò Conte annuncia anche un altro decreto dedicato alla semplificazione delle norme scritte e delle procedure per implementarle. Staremo a vedere. Finora tutti coloro che si sono cimentati nella razionalizzazione delle miriade di norme in vario modo partorite, hanno miseramente fallito. E ogni volta l’ostacolo da superare si alza sempre più.

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