Alfonso Gianni. La recessione che ci aspetta

Alfonso Gianni. La recessione che ci aspetta

La crisi economica che ci attende nel dopo pandemia sarà profonda e probabilmente lunga. Una vera recessione che riguarderà il mondo intero, anche se non ovunque allo stesso modo. Per capirne l’entità si può partire dal World Economic Outlook del Fondo monetario internazionale pubblicato il 14 aprile. Nella prefazione al Rapporto la capoeconomista del Fmi, Gita Gopinath, afferma che la recessione generata dalla pandemia “fa impallidire” quella prodotta dalla crisi economico-finanziaria globale del 2009. Infatti l’economia mondiale, secondo l’Fmi, calerà del 3% nel 2020. Un crollo di proporzioni inedite, cui farebbe seguito  nell’anno successivo una ripresa del Pil globale, “molto incerta”, del 5,8%. Nel biennio “la perdita complessiva di Pil globale potrebbe essere di circa 9 mila miliardi di dollari, superiore alla somma delle economie di Giappone e Germania”, ha sottolineato Gobinath nell’intervento introduttivo che accompagna la diffusione del Rapporto.

La differenza rispetto alla precedente già gravissima crisi di 11 anni fa è evidentissima se si considera che nel 2009 la perdita di Pil mondiale si era limitata allo 0,1%. «Questa – ribadisce l’economista- è una crisi veramente globale poiché nessun paese è risparmiato» con impatti «particolarmente forti» per i paesi che dipendono «dal turismo, dai viaggi, dall’ospitalità e dall’intrattenimento». «Per la prima volta dalla Grande Depressione, sia le economie avanzate sia i mercati emergenti e le economie in via di sviluppo sono in recessione», conclude Gopinath. La caduta del Pil previsto per il 2020 (-9,1%), infatti, potrebbe essere molto simile a quella avutasi del 1945 al termine della seconda guerra mondiale (-10,3%), determinando quindi una recessione decisamente più grave di quelle seguite alla Grande Guerra (-5,6% nel 1919), al famoso crollo di Wall Street (- 4,7% nel 1930),e al fallimento di Lehman Brothers ( -5,5%) nel 2009.

Si tratta di una crisi che aggredisce l’economia mondiale contemporaneamente dai due lati, quello della domanda e quello dell’offerta, il che, come vedremo, ha conseguenze rilevantissime sul come uscirne.

Ma l’analisi del Fmi fornisce per il prossimo futuro scenari ancora peggiori. Il rimbalzo del 2021 è incerto soprattutto perché la sua potenzialità è legata alla scomparsa della pandemia nella seconda metà del 2020. Ipotesi che più il tempo passa più appare improbabile, dal momento che la sua sconfitta è legata all’esistenza di vaccini e farmaci efficaci che per ora sono solo in via di ricerca o di prima sperimentazione. Gli analisti del Fmi avanzano prudentemente perciò tre possibili scenari, tutti peggiorativi di quello principale già così poco allegro. Se il tempo per fermare il contagio fosse più lungo la recessione sarebbe di tre punti maggiore, cui seguirebbe un rimbalzino di un solo punto percentuale nell’anno che viene. Ma se il 2021 ci presentasse la continuazione o la ripresa dell’ondata pandemica, anche quel punticino sparirebbe o cambierebbe di segno. Infine, se si sommassero i due scenari di cui sopra, l’esito sarebbe una recessione anche nel 2021 di 8 punti di Pil in meno rispetto a + 5,8% stimato.

Per quanto riguarda l’Eurozona la recessione penalizzerà – siamo nel primo scenario, quello meno peggiore – il nostro paese con una caduta del Pil nell’anno in corso pari al 9,1%. Le stime della Banca d’Italia sono un poco meno drammatiche, ma è chiaro che in poche settimane tutto è cambiato. Dallo 0,6% in più a 8,5 in meno, mentre nel 2009 la contrazione del Pil si fermò al 5%. Farà peggio di noi solo la povera Grecia (-10%), mentre duramente colpite saranno anche Germania (- 7%) e Francia (-7,2%). Anche per gli Stati uniti la prospettiva è pessima (- 5,9% di Pil), mentre la Cina resterà in positivo, ma solo per 1,2%. Il rapporto del Fmi si sofferma ovviamente anche sul quadro occupazionale che per l’Italia vede salire la disoccupazione dal 10% al 12,7%, raddoppiarsi al 14% in Portogallo, salire in Spagna al 20,8% e in Grecia al 22,3%. Solo la Germania si manterrà su livelli di disoccupazione leggermente superiori a quella che viene definita frizionale, sotto il 4%, mentre la media dell’Eurozona salirà al 10,4%. E bisognerà sempre ricordare che i maquillage effettuati ai criteri di calcolo dell’occupazione permettono di considerare in tale condizione anche chi lavora solo un’ora alla settimana. Si tratta quindi di un’occupazione con una larga percentuale di lavori precari, minimali e occasionali. Anche oltreoceano la disoccupazione picchierà forte e probabilmente influenzerà gli orientamenti elettorali negli Usa (sempre che le elezioni si tengano come previsto ai primi di novembre), dal momento che si passerebbe dal 3,7% del 2019 al previsto 10,4% a chiusura del 2020.

Altri centri studi e istituzioni, quali Bankitalia, l’Istat, la Bce per quanto riguarda il quadro europeo si sono prodigati nella seconda parte del mese di aprile ad inondarci di dati sul quadro italiano e dell’Eurozona. Ovviamente non tutte le previsioni sono identiche, ma tutte concordano nel delineare per l’anno in corso un andamento pesantemente recessivo, mentre le prospettive del 2021 sono legate agli effetti di un effettivo contenimento della pandemia e dello sviluppo di un vaccino di comprovata efficacia. Si tenga conto che mettere in circolazione un  vaccino avendone sperimentato l’efficacia e l’assenza di effetti collaterali negativi, richiede anni, secondo alcuni scienziati addirittura una diecina, mentre i vari centri di ricerca stanno lavorando nella speranza di ottenere il vaccino in tempi molto più stretti, ma comunque non inferiori ai 12-18 mesi. Stando così le cose è veramente difficile immaginare una ripresa a “V” dell’economia, laddove toccato il fondo immediatamente si risale. È più probabile una ripresa a “U” dove ci si riprende dopo un consistente periodo di stagnazione. Mentre non è evitato, specialmente nel caso italiano vista le carenze strutturali del nostro sistema, il pericolo di una situazione a “L”, dove la stagnazione si prolunga per un tempo indefinito.

In ogni caso non si può accettare che, passato il pericolo pandemico, tutto torni come prima. La fretta di riaprire tutto e subito cui assistiamo in questi giorni (con veri e propri deliri del tipo “i morti di Bergamo ci chiedono di ripartire subito”) è la manifestazione più evidente di questa intenzione. Se la pandemia si è sviluppata in modo così rapido e grave anche a causa del sistema economico, di consumo, di vita esistenti, la ripresa non può avvenire in altro modo che rimettendo in discussione questi ultimi. Quasi cinquant’anni fa sulle colonne de il manifesto Lucio Magri rifletteva sulle condizioni in cui ci si trovava dopo la famosa crisi petrolifera. Era il gennaio del 1974 e Magri, provocatoriamente come egli stesso scriveva, proponeva un “modello di stagnazione alternativa” che avrebbe poi dovuto congiungersi senza soluzione di continuità a un “alternativo modello di sviluppo”. In sostanza anche il dirigente comunista si rendeva conto che da una simile crisi non si usciva come un centometrista dai blocchi di partenza, ma che era inevitabile un periodo più o meno lungo di “stanca” e che allo stesso tempo quel periodo stagnante poteva essere risolto interamente contro le masse popolari per la ricostituzione di un capitalismo ancora più aggressivo, oppure poteva servire per porre le basi di uno sviluppo alternativo. Per questo era necessario da subito pensare anche a un modello di stagnazione alternativa fondata sulla ridistribuzione del reddito (oggi diremmo un reddito di base generalizzato e incondizionato), sulla ricerca della massima occupazione possibile anche in settori a bassa produttività (e un vero green deal offrirebbe occasione per tutti i tipi di lavoro), sul controllo delle scelte produttive   (qui si chiama in causa il ruolo imprenditoriale dello stato e una necessaria programmazione).

È su questi temi tutt’altro che semplici che una sinistra potrebbe ricostituirsi e ragionare, piuttosto che limitarsi a una critica, seppur necessaria,  ai Dpcm del governo Conte.

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