Sos Aborto. Parte la campagna di Non una di meno. Pillola RU 486 fino alla nona settimana e rifinanziare i consultori

Sos Aborto. Parte la campagna di Non una di meno. Pillola RU 486 fino alla nona settimana e rifinanziare i consultori

Si chiama Sos aborto la nuova campagna lanciata sui social da Non Una Di Meno, Ivg ho abortito e sto benissimo e Obiezione Respinta per chiedere l’accesso all’aborto sicuro e gratuito anche in emergenza coronavirus. Quattro le principali richieste delle attiviste: eliminare la settimana di riflessione, autorizzare la somministrazione della Ru486 (pillola abortiva) nei consultori, somministrare la Ru486 fino alla nona settimana e rifinanziare i consultori. “Sulla carta l’interruzione volontaria di gravidanza è stata inclusa nella lista delle prestazioni in ambito ostetrico e ginecologico che non sono differibili”, scrivono le attiviste riferendosi alla nota di chiarimento del ministero della Salute del 30 marzo 2020, che, nero su bianco, include le Ivg tra le prestazioni ginecologiche indifferibili. “Eppure – denunciano – le donne che in questo periodo scoprono di essere incinte stanno passando un inferno. Normalmente il percorso di interruzione di gravidanza nel nostro Paese è una gincana, fatta di consultori gestiti da associazioni anti-abortiste, medici e anestesisti obiettori, preti in corsia che ti fanno la morale. Ora più che mai ci sentiamo in un presente distopico: la popolazione non può uscire di casa, se non per stato di necessità. I consultori hanno ridotto i loro orari di apertura, gli ospedali hanno trasferito i reparti Ivg per far fronte al Covid-19, molti hanno sospeso l’aborto farmacologico. Tutto questo con una scarsissima comunicazione alle utenti: ci ritroviamo a passare le ore rimpallate tra i centralini, cercando di aiutare le sorelle che ci scrivono chiedendoci aiuto, ogni giorno”.

Per le transfemministe “la situazione è paradossale”

Il Governo chiede di stare a casa, ma “se vogliamo interrompere una gravidanza ci dobbiamo spostare, più volte, spesso a vuoto, per prenotare le analisi, farle materialmente, richiedere il certificato di Ivg, recarci in ospedale per l’operazione. Se scegliamo di abortire con la Ru486 poi, in ospedale ci dobbiamo andare due volte in day hospital, se ci va bene. Tre giorni di seguito, se va male. Siamo obbligate a mettere a rischio noi stesse, i nostri cari, gli operatori sanitari. Siamo costrette a ricorrere a metodi clandestini quando viviamo relazioni violente e non possiamo giustificare l’uscita da casa”. La proposta è chiara: “Garantire la possibilità di ottenere la Ru486 nei consultori fino alla nona settimana di amenorrea, con personale infermieristico e ostetrico, per poi poter abortire a casa”. Un’ipotesi che, se messa in pratica, “metterebbe tutti più al sicuro: il sistema sanitario verrebbe alleggerito, l’obiezione di coscienza peserebbe meno sulle spalle delle donne, i pochi medici non obiettori non dovrebbero sopperire all’inadempienza dei colleghi obiettori. Abortire a casa in questo periodo vorrebbe dire meno spostamenti, meno contagi, meno morti”.

In questo senso, nelle ultime settimane, si sono espresse diverse associazioni e società scientifiche di ginecologi, una fra tutte l’Associazione ostetrici ginecologi ospedalieri italiani (Aogoi), che, per voce della sua presidente Elsa Viora, ha chiesto l’incentivazione della gestione ambulatoriale e una somministrazione farmacologica fino a nove settimane. Nel frattempo Obiezione Respinta prosegue, giorno dopo giorno, il lavoro di mappatura dal basso degli ospedali in cui il servizio Ivg è attivo, ridotto o trasferito, in questo periodo di emergenza sanitaria, per offrire un primo aiuto a tutte le donne che hanno necessità di abortire. La lista è in costante aggiornamento sul canale telegram https://t.me/aborto_emergenzaCOVID19. Mentre in Puglia nasce ‘Staffette per l’aborto’, una rete di supporto che ha raccolto informazioni su come abortire nel territorio barese (telefono h24: 3319634889; email: staffettexlaborto@inventati.org).

Share