Roberto Bertoni. Salvare Silvia

Roberto Bertoni. Salvare Silvia
Comprendiamo la necessità di concedere più spazio possibile alla tragedia del Coronavirus: è giusto, indispensabile, richiesto da una popolazione disperata e affranta per ciò che vede e sente quotidianamente. È giusto spiegare, affrontare la questione con il dovuto tatto, aiutare i più a comprendere la portata globale del fenomeno. Fatto sta che, almeno in Italia, si ha l’amara impressione che questo dramma venga usato da alcuni per coprire ogni altra notizia. Politica in quarantena, umanità neanche contemplata, drammi del mondo, a cominciare da quello dei migranti, nascosti nelle pagine interne o neanche presi in considerazione. E poi c’è Silvia Romano, la giovane cooperante rapita in Kenya il 20 novembre 2018 e della quale, da allora, non solo non se ne sa più nulla ma non se ne sente nemmeno parlare.
Silvia è scomparsa dai radar, è stata dimenticata, colpita da un virus non meno atroce di quello che sta uccidendo migliaia di persone: il morbo dell’indifferenza, della mancanza di rispetto, del disinteresse. Di Silvia sembra non importare più nulla a nessuno: non fa notizia, non fa ascolti, non se ne parla perché tanto è inutile. Sono storie già sentite tante volte, bugie che hanno contribuito all’impossibilità di far luce sul rapimento e l’assassinio di Giulio Regeni, sull’esecuzione di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin a Mogadiscio e su molte altre questioni spinose che si è preferito dimenticare, trattandole come una fastidiosa polvere da porre sotto il tappeto. Sotto il tappeto della nostra democrazia, non a caso, risiedono innumerevoli punti oscuri, lati indicibili, aspetti che dovrebbero indurci a rabbrividire e a riflettere attentamente, proprio ora che siamo costretti stare a casa e abbiamo, dunque, un po’ più di tempo per leggere, analizzare, discutere.
Parlare di Silvia Romano, specie in un giorno importante come il 25 aprile, chiederne a gran voce la liberazione, battersi affinché la sua storia non svanisca, accendere riflettori sulla grandezza morale di una ragazza che, proprio come i partigiani, ha sacrificato stessa e i suoi vent’anni per il bene degli altri, per portare gioia serenità agli ultimi del mondo, significa ricordarsi di cosa voglia dire essere giornalisti e perché abbia ancora un senso questo mestiere. Silvia non è un errore, un incidente di percorso, un aspetto secondario: è la priorità, anche in una fase in cui, giustamente, si compiono autentiche maratone per fornire alla gente tutte le notizie del caso sulla strage, neanche troppo silenziosa, nella quale siamo coinvolti. Silvia Romano è stata rapita un anno e mezzo fa e da allora sulla sua vicenda è stata fatta discendere una coltre di silenzio che non fa onore a nessuno. Non alle istituzioni, non all’informazione, non alle singole persone, perché non c’è niente di peggio della sensazione che qualcuno si stia voltando dall’altra parte quando è in ballo la vita di una ragazza di ventitré anni che spende la propria esistenza per il prossimo e che avrebbe diritto a un minimo di considerazione.
Non abbassiamo la guardia, continuiamo a cercarla, a chiedere di lei, a batterci, a non darla vinta al cinismo dei sedicenti pragmatici per cui c’è sempre un problema più importante della vita umana. Salvare Silvia e trattare affinché venga restituita all’affetto dei suoi cari, ora più che mai, è un dovere morale. Ignorarla o lasciare qualcosa di intentato ci fornirebbe, invece, la misura del nostro degrado, la straziante certezza che non saremo migliori neanche quando questa follia sarà finita.
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