Roberto Bertoni. I ragazzi del 2001

Roberto Bertoni. I ragazzi del 2001
Parlando della sua generazione, Enzo Biagi era solito utilizzare una data e un preciso riferimento storico: “Appartengo a coloro che avevano vent’anni il 10 giugno 1940”. Quel drammatico lunedì, infatti, aveva segnato per sempre il destino dei ragazzi di allora, richiamati alle armi per partecipare a una guerra fin da subito devastante, caratterizzata da sconfitte brucianti e tragedie inenarrabili come la disfatta sul fronte greco-albanese e la ritirata di Russia. Diciamo che quei cinque anni di guerra costituirono, per i nati negli anni ruggenti del secolo breve, una sorta di patria morale, cui ciascuno di essi si è sentito legato per tutta la vita. La guerra, l’esperienza partigiana, la Liberazione, la riconquista della democrazia, la scelta della Repubblica al referendum: sono i famosi “ideali della gioventù” cui faceva riferimento Enrico Berlinguer e che, posti in una sequenza temporale tanto ravvicinata, creano inevitabilmente un immaginario destinato a restare.
Ebbene, in questi giorni ho pensato spesso ai ragazzi del 2001. Mi ricordano in parte i ragazzi del ’99, ossia i diciottenni che, nel 1917, vennero chiamati alle armi e destinati ad andare a bruciare la propria giovinezza nel fango delle trincee, in una guerra straziante che ci condusse dritti al fascismo. I ragazzi del 2001, a differenza di chi ebbe diciott’anni nel corso della Prima guerra mondiale o venti il giorno in cui il duce si affacciò dal balcone di Palazzo Venezia per annunciare la dichiarazione di guerra, non hanno mai conosciuto da vicino alcun conflitto, non sono stati chiamati alle armi e non dovranno più nemmeno svolgere il servizio militare. Fatto sta che sono nati sotto la stella assai ben poco augurante dell’11 settembre, quando tutto cambiò per sempre e l’Occidente fu costretto a fare i conti con la propria intrinseca fragilità, sono cresciuti in un mondo in guerra permanente e sono diventati adolescenti e successivamente adulti nel contesto di un pianeta flagellato prima dal terrorismo jihadista e ora dal Coronavirus. Se penso a chi quest’anno dovrebbe affrontare la maturità, mi vengono dunque in mente i suoi diciannove anni perduti. Scorre nella mia testa un’unica sequenza di morte: le Torri Gemelle, le guerre di Bush, la tragedia di Nassiriya, le bombe di Madrid, l’infamia di Abu Ghraib, le bombe di Londra, la crisi economica del 2008, il repentino cambiamento degli equilibri globali, la distruzione del mondo di ieri senza che ne nascesse uno nuovo, questa fase di limbo che, come spiegava Antonio Gramsci, è sempre foriera di mostri, il trumpismo globale variamente declinato e adesso una pandemia che costituisce il Cigno nero del sistema democratico che abbiamo conosciuto sinora. C’è poco da scherzare: qui è in ballo il nostro vivere civile. Sono in ballo la democrazia e le conquiste che abbiamo difeso per settant’anni ma che ora, travolti come siamo da questa follia, sembriamo non essere più in grado di sostenere. Basti pensare a ciò che sta accadendo in Ungheria, con Orbán che ha chiesto e ottenuto i pieni poteri, ai senzatetto lasciati all’addiaccio in un parcheggio di Las Vegas nonostante gli alberghi in città siano vuoti, alla mancanza di solidarietà concreta fra gli stati europei, ai proclami di questo o quel capataz del Vecchio Continente, mai suffragato da azioni concrete, al pericolo di una deriva autoritaria mascherata sotto forma di provvedimenti d’urgenza per fronteggiare il morbo, alla mancanza assoluta, in Italia ma non solo, di partiti seri, popolari e  all’altezza, anche per via dell’assurda decisione di dar retta a chi sosteneva che la storia fosse finita dopo l’abbattimento del Muro di Berlino, e a tutta un’altra serie di elementi che lasciano intendere un declino che potrebbe rivelarsi davvero esiziale per la comunità nel suo insieme.
Penso a questa generazione sfortunata, alla sua gioventù sprecata, al suo essere stata messa in gabbia da un virus per ora senza cura, alla sua impossibilità di immaginare un futuro, per il semplice motivo che nessuno di noi sa come andrà a finire questa storia, e a come racconteranno un giorno tutto ciò ai loro figli e nipoti, se mai ne avranno. Il Coronavirus è la patria morale dei ventenni di oggi. I ragazzi tragici che non hanno conosciuto un solo giorno di normalità.
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