Rinaldo Gianola. Arrivano gli Agnelli, nuovi padroni, è la fine di Repubblica

Rinaldo Gianola. Arrivano gli Agnelli, nuovi padroni, è la fine di Repubblica

Il 3 dicembre 1989 Eugenio Scalfari scrisse un fondo, su la Repubblica, dal titolo inequivocabile: “La libertà di stampa non si compra”. Poche ore prima Silvio Berlusconi, grazie a un accordo con gli eredi Formenton, era diventato l’azionista di maggioranza del gruppo Mondadori-Espresso spiazzando Carlo De Benedetti e i suoi alleati Carlo Caracciolo e lo stesso Scalfari. Forse oggi la redazione di Repubblica potrebbe riprendere e ripensare quel titolo nel momento in cui il direttore Carlo Verdelli è cacciato dal nuovo editore John Elkann, l’erede degli Agnelli che guida Exor e Fca, entrato però al giornale con tanto di tappeto rosso e non con un colpo di mano come fece Berlusconi.

Il passo pesante dei vecchi padroni

Con lo stile rude e diretto dei vecchi padroni Elkann, appena ricevute le azioni dai figli di De Benedetti, ha proceduto a fare piazza pulita, ha licenziato Verdelli, minacciato di morte dai fascisti e proprio ieri scortato da una manifestazione di solidarietà sul web, indicando qual è il suo vero obiettivo: la fine di Repubblica. Certo, Elkann promette la trasformazione digitale, il rilancio, gli investimenti e forse sarà tutto vero anche se per esperienza, e per la Storia, bisogna diffidare della parola degli Agnelli. I capitalisti dispongono di strumenti di persuasione fortissimi (i soldi, soprattutto), possono facilmente piegare la politica, i sacri principi e pure l’informazione ai propri interessi, possono pagare il consenso di cui hanno bisogno. Forse Elkann farà un’altra Repubblica, magari di successo. Ma la Repubblica che abbiamo letto e conosciuto per oltre quarant’anni scompare.

Che fine faranno le “radici comuni”?

Il giornale liberal-socialista, la palestra politica e culturale di intellettuali e giornalisti progressisti, autoreferenziali, libertini, illuministi, radicali, finti comunisti, lottacontinuisti riciclati, diventati club e proclamatisi élite, capaci di sfidare l’impossibile e come scrisse Ezio Mauro, l’altro direttore insieme al fondatore Scalfari ad avere la stoffa per durare vent’anni, di scovare inedite, ardite, oniriche “radici comuni” con la razza padrona torinese, sparisce, non ci sarà più. Quella Repubblica è finita perché non può esistere con un azionista come Elkann, il giovane erede degli Agnelli che, quasi per sfregio verso la storia del giornale, porta alla direzione di Repubblica Maurizio Molinari, direttore della Stampa, esperto di politica estera, moderato per non dire di peggio, ispirato da un neo-atlantismo alla Gladio, che dopo oltre un mese trascorso sulle nevi di Champoluc è sceso in città per ricevere l’investitura. Per il mondo di Repubblica è una tragedia. Il nipotino dell’Avvocato come editore, Molinari come direttore: difficile immaginare di peggio. Di contorno Elkann ha spostato l’eterna promessa Massimo Giannini alla guida della Stampa e Mattia Feltri, figlio perbene di Feltri, alla direzione dell’Huffington Post. In attesa di trovare una casella adeguata per il ritorno di Mario Calabresi.

Alla conquista dell’informazione

Come si può combattere contro un padrone così gentile e così truce, entrato in redazione buttando una manciata di euro in pasto ai figli di Carlo De Benedetti che gli hanno spalancato la porta vendendogli, in perdita, le azioni pur di scappare dal giornale? Come è stato possibile che la maggioranza di Repubblica-Espresso sia stata ceduta a una società multinazionale, Exor Nv, la holding degli Agnelli, che ha sede nel paradiso fiscale olandese dove si pagano meno tasse, una scelta che priva l’Italia di miliardi di imponibile ogni anno? Chi può ergersi a difensore della libertà di stampa, del “giornalismo di Repubblica”, dell’indipendenza di chi osserva, scrive, commenta i fatti pubblici da quel brutto palazzo sulla Cristoforo Colombo? Forse doveva finire così, con i padroni per eccellenza, gli Agnelli, la Fiat mondializzata, che si mangiano anche il giornale nuovo, furbetto, provocatorio, ma comunque allineato e coperto perché chi sta vicino al potere impara a rispettare i propri simili, anche i nemici dai quali trae legittimazione. A ben vedere, non ci sono sorprese. E’ tutto segnato: i soldi tracciano il solco. Se si moltiplicano, moltiplicano il potere e gli appetiti. L’informazione si può conquistare mettendo mano al portafogli, soprattutto oggi che, in crisi spaventosa, costa niente. Nel 1976 Repubblica venne fondata con 3 miliardi di lire, metà Mondadori e metà Espresso. Carlo De Benedetti ci mise 50 milioni, forse perché non ci credeva. Un decennio dopo l’Ingegnere comprò la quota di Scalfari per 80 miliardi di lire. Oggi Elkann spende 102 milioni di euro per controllare il più grande gruppo editoriale italiano, un’inezia se si considera che pochi anni fa De Benedetti chiese un miliardo di risarcimento a Berlusconi per la causa Mondadori-Espresso. Diceva Enrico Cuccia: “Articolo quinto: chi ha i soldi ha vinto”. E la libertà di stampa? Il pluralismo? L’antitrust? Gli editori puri e purissimi? Ripassate più avanti, per oggi non c’è tempo.

Da strisciarossa.it

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