Patrizio Paolinelli. Tre domande a… Giorgio Benvenuto. “Progettare il futuro del lavoro: compito del sindacato per affrontare la transizione socio-economica”

Patrizio Paolinelli. Tre domande a… Giorgio Benvenuto. “Progettare il futuro del lavoro: compito del sindacato per affrontare la transizione socio-economica”

Insieme a Cesare Damiano e Raffaele Morese lei ha inviato una lettera aperta ai tre segretari generali della Cgil, della Cisl e della Uil. Per prima cosa, può dirci il motivo per il quale avete scritto tale lettera?

Perché in merito alle misure prese dal governo per tutelare lavoratori, famiglie e imprese avvertiamo uno scarto tra le decisioni e la loro attuazione. Pertanto riteniamo che i provvedimenti assunti debbano diventare immediatamente operativi. Non possiamo trovarci in una situazione come il black-out del sito dell’Inps di qualche giorno fa o la babele della Cassa integrazione guadagni. Quest’ultima è stata meritoriamente estesa alle piccole e microscopiche aziende, ma per accedervi ci sono venti causali e quindici strumenti differenti. Ripeto: così è una babele. Coi lavoratori chiusi in casa occorre semplificare al massimo le procedure, anche perché stiamo parlando di dieci milioni di persone in una gravissima situazione di emergenza. Non basta. Per tutelare la salute pubblica il governo ha fatto chiudere aziende che in altri Paesi invece sono rimaste aperte. Lei capisce bene che problema si viene a creare sul piano della concorrenza. Anche in questo caso occorre intervenire altrimenti c’è il rischio che le nostre imprese vengano sopraffatte. Persino sull’erogazione dei fondi pubblici per far fronte alla chiusura dell’attività alcune aziende stanno anticipando i soldi perché quelli annunciati dal governo non arrivano. Come se non bastasse le imprese che non sono in regola col pagamento delle tasse e dei contributi previdenziali non possono accedere a commesse pubbliche. Data la situazione in cui ci troviamo è una norma che va sospesa. Non basta ancora. Nel decreto salva Italia i controlli fiscali passano dai cinque ai sette anni precedenti. Mi chiedo: ma è questo il momento di mettersi a fare simili operazioni? Tutto questo per dire che si sta generando un clima difficile. Siamo molto preoccupati e così abbiamo deciso di scrivere ai segretari generali dei maggiori sindacati italiani.

Passiamo ora ai contenuti della vostra lettera.

La pandemia provocherà una forte accelerazione dei cambiamenti già in essere prima di questo terribile evento. Mi riferisco in particolare al mutamento radicale dell’organizzazione del lavoro e dei processi produttivi. In poche parole, il dopo-coronavirus presenta uno scenario che ci farà uscire definitivamente mondo del lavoro del ‘900. Lo smart working e l’intelligenza artificiale saranno due dei vettori di tale fuoriuscita. Ciò comporterà, per esempio, la caduta di un tabù come l’orario di lavoro. Col prevedibile incremento del lavoro a distanza le persone più che alla presenza fisica in fabbrica o in ufficio saranno vincolate al risultato che saranno in grado di raggiungere. Si tratta di un passaggio d’epoca dove a contare sarà soprattutto la professionalità e dove si registrerà un aumento esponenziale della produttività. Poi, già oggi sappiamo che col post-pandemia ci troveremo dinanzi a una pesante crisi occupazionale e a disagi enormi per gli strati più deboli della società. Per tutti questi motivi con la nostra lettera invitiamo i sindacati a progettare il futuro del lavoro. Proponiamo di realizzare tale progetto in sintonia con i corpi intermedi, l’intellighenzia, i rappresentanti dell’economia e della finanza in modo da definire con precisione obbiettivi, strumenti e politiche. E non c’è tempo da perdere. Debbo dire che finora il sindacato si è mosso bene perché ha posto l’uomo al primo posto in termini di tutela della salute. Ma dovrebbe iniziare anche a mettere in campo proposte realizzabili. Tra gli anni ’50 e gli anni ’60 del secolo scorso Di Vittorio, Pastore e Viglianesi contribuirono a gestire la trasformazione dell’Italia da paese agricolo a paese industriale. Oggi come allora siamo all’interno di una fase di transizione. Lo stesso sindacato non sarà immune al cambiamento. Vanno rafforzati il protagonismo e la partecipazione perché occorre entrare nell’ordine di idee che l’azienda è un bene di tutti, non solo della proprietà. È interesse dell’intera società che le aziende siano competitive. Allo stesso tempo è chiaro che non tutto può essere affidato al mercato e che va rafforzato il ruolo dello Stato. Il quale non può limitarsi a fare semplicemente da regolatore.

Il premier Conte ha apprezzato l’offerta della von der Leyen di stanziare 100 miliardi di euro per compensare la riduzione degli stipendi di chi lavora con un orario ridotto. Ma insiste con forza sugli eurobond e avverte che è a rischio la casa comune se l’Europa non darà risposte all’altezza della crisi. È davvero così?

L’Europa scricchiola perché su tante questioni arriva in ritardo. Ma se dovesse saltare l’Unione sarebbero danni per tutti. Per noi peraltro maggiori perché abbiamo un debito pubblico stratosferico. Perciò non credo che il metodo “muoia Sansone con tutti i filistei” sia quello corretto. Inoltre, quando sento dire da nostri importanti esponenti politici che ognuno si arrangia da solo non so proprio come si possa fare. Così come rimane oscura la praticabilità degli eurobond per non parlare poi dell’evocazione di un nuovo Piano Marshall. Comunque sia è nell’interesse di tutti che l’Europa non scompaia. D’altra parte nessuna nazione del Vecchio continente ha le dimensioni della Cina, della Russia o degli Stati Uniti. Perciò in caso di disgregazione della casa comune anche il Paese più forte scomparirebbe. Dinanzi a questo scenario credo che alla fine un accordo si troverà. Dei passi avanti sono stati fatti. Uno è proprio il fondo da cento miliardi cui lei ha accennato. Al di là delle schermaglie tipiche di ogni trattativa credo che l’accordo sia inevitabile perché tutti gli attori in campo sanno che molte aziende non saranno in grado di riaprire e che ci sarà una generalizzata caduta del Pil. Andarsi a dividere in questa situazione sarebbe un suicidio. Perciò alla fine ci spiegheranno che hanno fatto l’accordo migliore di questo mondo.

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