Patrizio Paolinelli. Tre domande a… Giorgio Benvenuto. “Per uscire dalla crisi la Germania si pone alla guida dell’Unione Europea”

Patrizio Paolinelli. Tre domande a… Giorgio Benvenuto. “Per uscire dalla crisi la Germania si pone alla guida dell’Unione Europea”

L’esito dell’ultimo Consiglio europeo si è concluso con un’intesa che però ha diviso la politica italiana. Il governo esulta mentre le opposizioni parlano di un buco nell’acqua. Come stanno le cose secondo lei?

Direi che è stato fatto un passo in avanti. Al di là delle polemiche i Paesi europei sono obbligati a trovare una soluzione. Senza la quale ne risentirebbero fortemente tutti: economie deboli e economie forti. Non c’è alternativa. Per dirla in latino: simul stabunt vel simul cadent (insieme staranno oppure insieme cadranno, ndr). Naturalmente parliamo di un accordo di compromesso. D’altra parte, i cambiamenti che ci aspettano saranno così repentini e così intensi che nessuno potrà cavarsela per conto proprio. Se c’è qualcosa da ripensare sono i sovranismi e la globalizzazione così come è andata avanti fino a oggi. Per entrare nel merito del negoziato europeo mi ha molto colpito l’atteggiamento della Merkel. Il discorso che ha tenuto davanti al Bundestag prima dell’incontro del Consiglio europeo ha orientato la trattativa. Come ha sostenuto la stessa Merkel, per la Germania l’Unione Europea è una comunità di destino. Tuttavia stiamo camminando su uno strato di ghiaccio molto sottile. Perciò la cancelliera ha mediato tra le opposte strategie per rispondere alla crisi mitigando l’intransigenza dei Paesi del Nord Europa e si è detta disponibile a aumentare i contributi al bilancio pluriennale dell’Ue. Non solo: ha sollecitato a fare in fretta. All’accordo cornice raggiunto dal Consiglio europeo vanno poi aggiunti tre elementi: i 540 miliardi della Banca europea, il Sure, ossia la nuova formula di cassa integrazione per i lavoratori, e il Mes.

Recentemente la Merkel ha sostenuto che è necessario uniformare le politiche fiscali europee. Un tema a lei molto caro. La domanda è: ci si riuscirà?

Non si potrà fare dall’oggi al domani ma in prospettiva penso proprio di sì. Non vorrei apparire il pierino della situazione, ma dinanzi a un quadro così in movimento mi ha stupito che nessuno abbia notato che dal prossimo primo luglio la presidenza del Consiglio europeo passa alla Germania. Credo dunque che le attuali posizioni della Merkel siano in funzione di una politica economica che abbia come priorità la tenuta dell’Unione. Tutto mi pare deponga a favore di una lettura che vede la Germania porsi con decisione alla guida dell’Unione Europea. D’altra parte la cancelliera tedesca ha detto a chiare lettere che per il bene dell’Europa occorre mettere insieme le risorse. E ha aggiunto: dobbiamo mettere insieme anche le modalità di spesa e di tassazione. Ciò significa due cose: la prima, che i soldi dell’Europa non vanno sprecati ma utilizzati per favorire lo sviluppo; la seconda, che finalmente ci si sta incamminando sulla strada di una politica fiscale comune. I tempi non saranno brevi perché si debbono uniformare i sistemi fiscali di ventisette Paesi, ma non potranno neanche essere lunghissimi. Lei mi chiede se si riuscirà in quest’impresa. Le rispondo così: per forza. Non c’è altra strada. E anche l’Italia dovrà adeguarsi.

Nel nuovo contesto politico-economico che si sta profilando quale ruolo può giocare il sindacato italiano?

Un ruolo importante. A patto che sappia cogliere l’occasione. Nel secondo dopoguerra seppe coglierla e contribuì alla rinascita del Paese proponendo delle soluzioni in merito ai processi produttivi e al modello di sviluppo. Oggi ci troviamo a un tornante della storia simile. Certo, il sindacato deve salvaguardare i lavoratori dagli effetti immediati della pandemia. Mi riferisco alla tutela della salute e alla caduta dell’occupazione. Ma non può limitarsi a una politica difensiva. Deve alzare l’asticella e presentarsi ancor più di ieri come un interlocutore che affronta le questioni e offre delle soluzioni. Le prime questioni da affrontare riguardano la politica fiscale e di conseguenza il lavoro sommerso. Un’altra questione riguarda la modernizzazione della pubblica amministrazione e più in generale dei servizi come delle infrastrutture. Poi c’è il grande tema del modello di sviluppo. Modello che va ripensato perché la globalizzazione di domani sarà differente da quella che abbiamo conosciuto fino a ieri. In questo contesto il sindacato ha il compito di fare in modo che i lavoratori partecipino ai cambiamenti. Nel 1949 Di Vittorio propose un Piano del lavoro per rispondere a una forte disoccupazione. Piano che non voleva la rottura del sistema, ma affrontare i problemi strutturali del Paese con il contributo dei lavoratori. È quello spirito che oggi va recuperato in un confronto aperto con la politica e le associazioni imprenditoriali.

Share