Patrizio Paolinelli. Tre domande a… Giorgio Benvenuto. “Dinanzi all’epidemia manca una linea del governo nazionale”

Patrizio Paolinelli. Tre domande a… Giorgio Benvenuto. “Dinanzi all’epidemia manca una linea del governo nazionale”

In questi mesi di pandemia si è assistito a continue polemiche tra Regioni da un lato e governo nazionale dall’altro e persino tra le stesse Regioni. Come spiega questa mancanza d’intesa?

Non mi meraviglio che ci possano essere opinioni diverse, ci mancherebbe altro. Anche in altri Paesi ci sono stati conflitti tra potere nazionale e poteri locali. Quello che da noi è grave è che ci sono i compartimenti stagni. Non dialogano i ministri tra loro.  Basti vedere il conflitto che c’è stato tra il ministro degli esteri e quello dell’economia per la governance dei quattrocento miliardi di prestiti alle imprese. Per di più per il rinnovo dei vertici di enti e di aziende pubbliche si è assistito a un’incredibile lottizzazione che in tempi di emergenza come questi sarebbe stato davvero meglio evitare. Dall’altro lato abbiamo la voglia di protagonismo dei presidenti regionali con continue uscite sui giornali, in Tv e su Internet. In tal modo si sgretola la solidarietà, la collaborazione tra istituzioni. Ecco come si spiega la mancanza di intesa tra istituzioni. Il problema è che il nostro Paese non è capace di dialettica, di dialogo, di confronto. E così ci si ritrova come in un talk show dove alla fine volano gli insulti. Credo che l’epidemia abbia messo ancora più in luce la scarsa coesione del governo nazionale. D’altra parte la coalizione Pd-M5Stelle non ha un programma e non ha una politica, non solo dell’emergenza ma anche di prospettiva. E così scricchiola da tutte le parti e autorizza i poteri locali a prendere o cercare di prendere decisioni autonome. È evidente che occorrerebbe un confronto serio tra governo nazionale, opposizioni e Regioni.

In attesa di questo confronto governo e enti regionali hanno creato task force per la gestione dell’emergenza sanitaria. Cosa che ha sollevato dubbi e critiche da parte di alcuni osservatori. Qual è la sua opinione?

Intanto osservo e vedo che il governo si è circondato di ben quindici task force che operano attorno alla presidenza del consiglio e ai ministri, mentre le Regioni ne hanno messo in piedi trenta. In totale ci lavorano circa ottocento persone. Ci sono poi delle curiosità. Per esempio, il ministero dell’Istruzione ha una task force per pensare al passato, composta da un centinaio di persone, e una, bontà loro, composta da solo quindici persone per pensare al futuro della scuola. Poi, tra le varie task force ce n’è una che si occupa delle donne in quanto poco rappresentate. E qui faccio una battuta cattiva: è vero che le donne sono poco rappresentate, ma tra le task force e tra i presidenti di Regione ci sono tante di quelle primedonne che dovrebbero bastare. Mi consenta un’altra battuta: visto il numero e la tendenza a proliferare di queste unità operative occorrerebbe creare una task force che gestisca tutte le altre task force. E allora, battute a parte, penso che siamo alla babele. Babele che peraltro sembra continuare. La cosiddetta fase 2 che inizierà il prossimo 4 maggio per far ripartire l’economia ancora non si sa bene come sarà organizzata. Dinanzi a tanta confusione una cosa è certa: manca una linea del governo centrale.

Dinanzi al coronavirus non le sembra che il mito di Milano come capitale dell’efficienza ne esca malconcio?

Ahimè, direi che Milano è in buona compagnia. Nello specifico credo che ci sia stata una sottovalutazione generalizzata. Alla fine di gennaio c’erano state delle grandi avvisaglie ma la Lombardia e il suo capoluogo non hanno fermato le attività produttive. Anzi hanno proclamato la volontà di andare avanti. Probabilmente pensavano che il coronavirus fosse un problema solo cinese o un’influenza un po’ più grave che poteva essere contrastata. Dinanzi al triste primato di morti della Lombardia e dinanzi a tutto quello che è avvenuto in Italia credo che più che cercare colpevoli vada fatta una riflessione collettiva. E andrebbe fatta perché l’epidemia ha messo in evidenza come tutte le forze politiche, chi più chi meno, hanno depotenziato la sanità pubblica a favore di quella privata. Anche il modello della sanità lombarda, presentato come un’eccellenza nazionale, dinanzi a un’emergenza si è trovato in difficoltà. Bisogna ricostituire una capacità di affrontare il coronavirus con una posizione comune dove ogni istituzione ha il proprio ruolo perché non si può pensare di andare avanti come abbiamo fatto sinora.

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