Paolo Lucchesi. Riflessioni sulla sanità

Paolo Lucchesi. Riflessioni sulla sanità

Un esame su bisogni e domande dei cittadini mette a nudo l’inadeguatezza del nostro welfare e quindi la necessità di riprogettarlo per adeguarlo alla realtà sociale ed economica profondamente cambiata. Sarebbe il nucleo fondamentale del programma di una vera forza di sinistra; sfida vincente che ridarebbe senso alla politica e al suo rapporto con i cittadini. La salute non è solo un diritto fondamentale, è una conditio sine qua non per godere di ogni altro valore e diritto. A fronte di tale eccezionale prerogativa occorre recuperare la ricchezza della nostra Carta. Essa riconosce rango costituzionale ai diritti di libertà – civili e politici – ma anche ai diritti sociali, in quanto entrambi costituiscono il patto, democratico-sociale, tra cittadini e Stato. Una garanzia che – sottratta alla disponibilità del legislatore ordinario, alle contingenze economiche (art. 41), agli avvicendamenti dei governi – diviene il valore fulcro e al contempo il fine assegnato ai pubblici poteri (art. 3, 2). Si può aggiungere che tra diritti sociali e vincoli finanziari va operato un bilanciamento ineguale, cioè l’eventuale rilievo riconosciuto a quest’ultimo dal legislatore va considerato valore-mezzo e come tale non può intaccare l’essenza dei diritti sociali con carattere  universale, protetti dalla Costituzione come valore-fine.

Sulla salute tale visione è espressa all’art. 32 della Carta che impegna la Repubblica a garantirla come diritto inviolabile del singolo e interesse della collettività. La legge 833/78 l’ha tradotta operativamente istituendo il S.S.N. concepito quale forma in grado di assicurare un sistema di tutela della salute, uguale per tutti. Con tali richiami costituzionali è importante soffermarsi su ciò che sta avvenendo nella lotta al Covid 19, realtà inevitabilmente con luci e ombre. Tra le prime colpisce l’atteggiamento degli operatori, interni e esterni (no profit e volontariato) con la grande dimostrazione di generosità, disponibilità, competenza e capacità, quasi un recupero identitario della vecchia missione di servizio. Tra le rilevanti ombre non mi soffermo sulle incertezze e i compromessi del Governo, più preoccupante caso mai il comportamento contraddittorio dei livelli territoriali.

Pongo l’attenzione sui gravi limiti mostrati dalla struttura sanitaria.

Com’è possibile che sia un problema il  reperimento di ventilatori, di tamponi e di mascherine? Come giustificare la lentezza nel raddoppio dei letti di terapia intensiva? Come perdonare l’incapacità di organizzare un servizio che evitasse le morti in assoluto isolamento? A livello più complesso. Esclusi i provvedimenti restrittivi, tutto l’intervento contro la pandemia è stato terapeutico, mentre è mancata la prevenzione che avrebbe dovuto puntare sulla identificazione e isolamento dei soggetti contagiosi. Senza dubbio l’emergere di tante ombre è la conseguenza di scelte economiche e sanitarie che hanno mutato l’economia da valore-mezzo a valore-fine, invertendo il suo rapporto con la persona, declassata ad homo consumens. In sanità dalla metà degli anni ’90 tutti gli interventi hanno avuto l’obiettivo non il miglioramento del sistema, ma il blocco degli investimenti e la riduzione dei costi, ottenuta  con due criteri: l’inefficiente taglio lineare e un assurdo ricorso ai costi standard. Prassi supportata da un coro unanime contro l’alto costo del nostro S.S.N. quando la percentuale di spesa sul PIL e la spesa pro capite erano molto inferiori ai Paesi europei più avanzati. Il risultato, chiaro già da prima, è ora sotto gli occhi di tutti: graduale smantellamento   della sanità pubblica creando le condizioni per una facile affermazione della  privata, arrivata a quasi il 30% della spesa sanitaria. Un percorso di contro-riforma che evidenzia l’attuazione di una strategia.

Richiamo due decisioni significative.

Il primo: la riforma del titolo V della Costituzione e la maldestra ridefinizione delle attribuzioni tra i vari livelli istituzionali. In sanità il trasferimento delle competenze alle Regioni ha trasformato il S.S.N. in un sistema articolato regionalmente. Per illudere sulla permanenza della universalità del diritto sono stati inventati i LEA, come se in una struttura l’esistenza di un servizio prescinda dalla sua qualità e dai tempi di erogazione. Su un altro piano ugualmente nefasta è la contrattazione sociale aziendale con  migliaia di accordi sulla sanità. Ne traggono vantaggio, oltre agli investitori, gli imprenditori perchè  il costo sostenuto è inferiore rispetto ad un aumento salariale; i lavoratori che hanno accesso senza costo e lunghe attese a servizi sanitari; i sindacati perché trovano così un residuo consenso. Però ne conseguano molte controindicazioni: si distrugge un welfare di cittadinanza e si reintroduce quello lavoristico creando condizioni diverse tra lavoratori e cittadini e tra i lavoratori; si favorisce la sanità privata, al contrario viene penalizzata la sanità pubblica per minori entrate e perché le rimangono settori sanitari molto onerosi; il sindacato abdica ad un ruolo di cambiamento e diviene co-attuatore di una delle disuguaglianze più pesanti; si maschera l’inadeguatezza retributiva, la più bassa fra i 10 paesi più industrializzati, con conseguenze negative sullo sviluppo economico e sulle disuguaglianze sociali interne.

QUALCHE PROPOSTA

Anche senza la lezione del Covid 19 si deve con urgenza tornare allo spirito della riforma del 1978, cioè ad una sanità pubblica e nazionale, quindi va cancellata la riforma del titolo V e l’autonoma strutturazione sanitaria regionale.

Va rilanciata una programmazione nazionale che, elaborata con le regioni, preveda piani di medio-lungo periodo nei quali vi siano limiti alla privatizzazione sia fissando il peso della convenzionata che annullando le agevolazioni alla non convenzionata.

Occorre un progetto d’investimenti finalizzati ad adeguare le strutture – con criteri di duttilità capaci di fronteggiare esigenze eccezionali – e alla dotazione di attrezzature innovative, soprattutto diagnostiche.

I LEA vanno abbandonati e sostituiti con nuovi indici creati per misurare la qualità e tempestività degli interventi.

Occorre un sistema informativo nazionale. che colleghi le varie banche dati con informazioni collaterali (condizioni di lavoro, ambientali, ecc) utili ai fini sanitari.

Occorre superare la concezione aziendalistica delle ASL per sostituirvi quella di realtà funzionale erogatrice di servizi essenziali di qualità, al contempo liberandola dall’invadenza della politica.

Eliminazione delle agevolazioni alla contrattazione sociale aziendale di natura sanitaria.

Sono proposte di getto che acquisterebbero più senso se riconsiderate all’interno di un confronto generale sulla nostra sanità, che purtroppo è mancato negli ultimi 20 anni.

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