Michele Cardulli. O la borsa o la vita: gli auguri di Confindustria

Michele Cardulli. O la borsa o la vita: gli auguri di Confindustria

Intanto buona pasqua a tutti. Non vi faccio raccomandazioni perché tanto lo sapete: non potete fare grigliate da amici e parenti, non potete fare picnic nei parchi. Non potete e basta. E sarà ancora lunga.

Non parlo neanche dell’accordo raggiunto in Europa, perché di economia capisco poco, è l’unico esame universitario che ho dovuto fare due volte, complice un professore un po’ svitato, ma colpa anche la mia avversità per la materia.

Però una cosa la voglio dire, in questo pippone prefestivo e dunque anche molto breve. Trovo assurdo l’atteggiamento degli industriali che vorrebbero riaprire tutto e subito. E trovo ancora più assurdo che l’appello più pressante venga proprio dalle associazioni padronali delle regioni più colpite. Già in me è molto forte il sospetto che alcuni ritardi nel definire le zone rosse in Lombardia siano dovuti proprio alle loro pressioni, ma che adesso dicano “vabbeh ma le nostre fabbriche sono sicure e quindi si può ripartire, altrimenti fallisce l’intero paese”, mi sembra davvero un’assurdità.

I dati sono semplici da leggere e comprendere: siamo ancora in piena emergenza, il numero dei contagiati continua a crescere senza particolari cali. Al massimo è stabile. Questo vuol dire che la nostra clausura è efficace, ma anche che ci sono ancora tanti malati che non abbiamo ancora individuato. E allora che si fa? Beh, io credo che l’unica cosa da non fare sia proprio tornare a mandarli in giro tranquillamente. Del resto i dispositivi di protezione bastano a malapena per il personale sanitario. Che si fa, si seguono le indicazioni del presidente lombardo e si esce tutti con il foulard? Io tenderei a diffidare, visto che si tratta dello stesso presidente che ha deciso di mettere i malati di covid 19 nelle residenze per anziani, fianco a fianco con la categoria più fragile per eccellenza.

Quello che gli industriali scaricano sul governo è un quesito secco: o la borsa o la vita. E lo fanno con il tipico piglio del padrone ottocentesco.  Perdonatemi se ci torno ancora una volta, ma a me sembra una clamorosa dimostrazione di come il capitalismo sia incompatibile con l’esistenza della specie umana su questo pianeta. Se il dilemma è questo, non possiamo che scegliere la vita, a patto di costruire allo stesso tempo un sistema di produzione alternativo a quello esistente.

Qua, diciamoci la verità, la quarantena sarà lunga e non ci sarà un ritorno alla normalità. Perché per avere un vaccino ci vorrà almeno un anno, perché poi dovrà essere prodotto in quantità tale da creare la famosa immunità di gregge.

E allora, se le cose stanno così e se davvero vogliamo provare a uscirne migliori di come ne siamo entrati, cominciamo a pensare che dobbiamo cambiare la nostra organizzazione sociale e questo non basta: dobbiamo pensare a un mondo in cui il profitto di pochi non sia l’unica bussola che orienta le scelte dei governi. Al di là delle teorie su complotti vari e sulle responsabilità degli alieni, una cosa dovrebbe essere ormai chiara a tutti: il nostro modo di stare su questo mondo mette a rischio la nostra esistenza. Questo ci grida il coronavirus. E da questo punto occorre partire. Capisco che fare una rivoluzione in quarantena non sia proprio agevole. Ma dobbiamo trovare il modo per far sentire la nostra voce. E penso al buon vecchio Carletto che da qualche parte se la ride: “Non dite che non ve l’avevo detto che andava a finire così”.

La finisco così con questo pensiero in fondo allegro, alla faccia degli avvoltoi di Confindustria.

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