Matteo Renzi: ultimatum a Conte, “fai come dico, o sei solo un populista che cerca consenso”. Non lascerà il governo. Salvini contro la Cgil. Landini: “sotto nei sondaggi, cerca nemici”

Matteo Renzi: ultimatum a Conte, “fai come dico, o sei solo un populista che cerca consenso”. Non lascerà il governo. Salvini contro la Cgil. Landini: “sotto nei sondaggi, cerca nemici”

In un intervento di 26 pagine, prima alla Camera e poi al Senato, Conte ha ribattuto punto per punto alle accuse che gli sono state lanciate negli ultimi giorni, a partire dal metodo seguito. “Il governo ha sempre compreso la gravità del momento e per questo non ha mai agito per via estemporanea, improvvisata e solitaria”, ha sottolineato, negando che con l’uso dei Dpcm siano state calpestate la Costituzione e la centralità del Parlamento. “Quei principi non sono stati né trascurati né affievoliti”, e comunque la vita e la salute dei cittadini sono “il bene primario di valore assoluto di fronte a cui gli altri diritti non possono che recedere”. Ma è anche sul merito che Conte è sotto accusa, da parte di tutti coloro, a partire proprio da Italia viva, che chiedono una maggiore rapidità nel superamento del lockdown. Conte però, assicura, non cerca “il consenso” ed è pronto anche a “scelte impopolari” ma necessarie perché “non possiamo permettere che i sacrifici compiuti dai cittadini risultino vani per imprudenze compiute in questa fase così delicata”. E in questa fase “il governo non può assicurare il ritorno immediato alla normalità della vita precedente”. Però l’inquilino di Palazzo Chigi è consapevole delle difficoltà che il protrarsi delle misure di prevenzione creano, da un punto di vista sociale ed economico, tanto che il governo non può escludere “una contrazione del Pil fino al 10,6%”.

Ed è così che, al termine dell’intervento di Conte in Senato, il leader di Italia Viva Matteo Renzi, con toni sorprendenti per un partito ancora in maggioranza, ha dato in aula a Palazzo Madama una sorta di ultimatum al presidente del Consiglio. “Lo dico qui perché in quest’Aula io rivendico di aver contribuito a creare un altro governo quando un senatore, il senatore Salvini, ha chiesto i pieni poteri. Non li abbiamo negati a lui per darli ad altri: è un fatto costituzionale che dobbiamo tutti insieme difendere”. Poi comincia ad affondare i colpi contro Conte. “Siamo a un bivio, si può stare a inseguire le dirette Facebook, che fanno crescere i follower, oppure si può cercare di seguire quelle statistiche secondo cui crescono i disoccupati. Io vorrei che lei desse un occhio in più ai dati dell’Istat e un occhio in meno ai sondaggi e avesse il coraggio di dire che, di fronte all’emergenza occupazionale e alla carneficina che ci prospetta la situazione che stiamo vivendo, occorre uno sforzo di tutti. Tocca a lei decidere: se lei ci vorrà al suo fianco, noi ci saremo, a condizione di fare le cose che servono agli italiani. Se invece dobbiamo essere su un crinale populista, che dice alla gente quello che alla gente piace sentire, noi non saremo al suo fianco”. Insomma, la prima accusa di Renzi, populismo alla ricerca di consenso, è pesantissima, ma non è ancora il colpo del ko.

“In queste situazioni di emergenza – continua – la Costituzione è la bussola. Non abbiamo mai avuto un quadro derogatorio così ampio, rispetto ai principi e alle libertà costituzionali, come in questo momento; nemmeno durante il terrorismo” e “richiamarla – afferma Renzi rivolgendosi a Conte – a un utilizzo diverso del decreto del Presidente del Consiglio dei ministri non è atto di lesa maestà”. Questo il secondo gancio, diciamo destro: l’accusa di aver fatto strage dei limiti imposti dalla Costituzione al potere esecutivo. E infine il colpo decisivo, quello del ko, che fa pensare ad un ultimatum, ad un aut aut: o fai come dico o ce ne andiamo. “Noi non ci siamo – puntualizza l’ex premier – dietro ai giochini che talvolta le veline di Palazzo Chigi alimentano. Ho fatto quel mestiere e so come si fa ad alimentare le veline. Noi glielo diciamo in faccia. Signor Presidente, siamo a un bivio: lei è stato bravo a rassicurare gli italiani, lei è stato molto bravo, in questi due mesi, a dare parole di calma e di rassicurazione. Non era facile, dovremmo riconoscerlo tutti. Il punto però è che nella fase due della politica non basta giocare sulla paura o sul sentimento della preoccupazione. C’è una ricostruzione da fare che è devastante e che richiederà molta politica, visione, scelte coraggiose e che non può essere ferma al modo con il quale abbiamo iniziato”. Se sceglierà “la strada del populismo non avrà al suo fianco Italia viva. La politica è altrove, se sceglierà la via della politica la aspetteremo là”, scandisce citando un discorso pronunciato alla Camera da Mino Martinazzoli il 28 aprile 1987.

La sensazione è che uno spettro agita i sonni della maggioranza: ovvero, che Matteo Renzi voglia trasformare il governo guidato da Giuseppe Conte in una riedizione del governo della “non sfiducia”, l’esecutivo guidato da Giulio Andreotti che resse l’Italia nei mesi burrascosi tra il 1976 e il 1978. Una mossa che tuttavia non porterebbe alla caduta dell’esecutivo. Ma al suo condizionamento. Il governo potrebbe andare avanti grazie all’astensione di Italia Viva. Mutatis mutandis, è esattamente quello che avvenne nel caso del terzo gabinetto Andreotti, un monocolore democristiano che resistette 1 anno e 7 mesi grazie all’astensione sulla fiducia dei comunisti. Anni bui, caratterizzati da un quadro economico devastante: l’inflazione all’11 per cento, il calo del Pil del 2,1%, con le banche che arrivano a emettere una sorta di moneta parallela, i ‘miniassegni’. Le istituzioni tremano sotto la minaccia del terrorismo e di scandali, come il caso Lockheed che arriva a lambire il Colle. In quel contesto, il Pci esce dalle elezioni politiche del 1976 al massimo storico. Le trattative con la Dc arrivano fino a una forma embrionale di solidarietà nazionale. Il Pci consentirà la nascita del governo senza votare contro, ma astenendosi sulla fiducia. Così alla Camera il governo viene fiduciato con 258 voti a favore e 303 astenuti, 44 i contrari. Al Senato con 136 sì, 69 astenuti, 17 voti contro. Nei 591 giorni di vita il governo Andreotti contrattò tutti i principali provvedimenti con il Pci, compresa quella splendida riforma del sistema sanitario (malamente citata dallo stesso Renzi nel suo intervento), pubblico, gratuito e universale, che ancora oggi regge e ci viene invidiato all’estero.

In ogni caso, anche con l’uscita di Italia viva dalla maggioranza, difficilmente le opposizioni avrebbero i numeri per far cadere il governo. Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia a Palazzo Madama arrivano a 140 voti. Qualche senatore in meno della maggioranza senza Italia Viva: Ms5 e Pd arrivano a 131, ma a questi si devono aggiungere i senatori di Leu e del Misto (7), 3 delle Autonomie e 3 di Svp. In totale 144 voti. In uno scenario di questo tipo, coi due fronti a misurarsi i voti testa a testa, la sopravvivenza dell’esecutivo – ragionano in ambienti di maggioranza – dipenderà dai 17 senatori di Italia viva, coi renziani nella condizione di attuare una politica dei due forni – governo/opposizione – da una posizione di minoranza. In tal caso a Renzi torneranno utili le parole che Berlinguer destinò ad Andreotti, nel discorso sulla fiducia del 10 agosto del 1976: “Il nostro voto non sarà una manifestazione di fiducia nel suo Governo, e soprattutto non si tradurrà in una attesa passiva, in un benevolo confidare nell’opera sua e dei suoi ministri. La nostra astensione – disse Berlinguer – vuol dire che riteniamo di potervi mettere alla prova”. Ma quello era Enrico Berlinguer ed era il leader della più grande forza popolare e di sinistra d’Europa. Non pare proprio che Renzi abbia la stessa statura politica né la stessa forza popolare.

Lo scontro durissimo nel governo ha fatto passare in secondo piano gli attacchi delle opposizioni

E in particolare lo scontro frontale costante con Matteo Salvini e la Lega che hanno deciso di portare avanti l’occupazione delle Aule di Camera e Senato avviata ieri. Oggi, però non sembra essere lui il Matteo che crea più preoccupazione a Conte. Anche se torna ad attaccare la Cgil anche in Senato, dopo averlo fatto in un’intervista a La Stampa. “Abbiamo un Paese intero in ostaggio della Cgil, che dice quello che si può fare e quello che non si può fare. Abbiamo l’impressione che ci sia qualcuno che conta più di altri nell’influenzare il governo, non le imprese, non i produttori, non i lavoratori, ma la Cgil” ha detto Salvini, intervenendo in Senato. “I voucher in agricoltura? No, quelli per il turismo? No, la pace fiscale? No. Probabilmente questi signori – dice rivolto al principale sindacato italiano – non hanno il problema dello stipendio a fine mese”. Efficace e sintetico il commento del segretario generale della Cgil Maurizio Landini, sull’intervento del leader della Lega Matteo Salvini. Ha detto: “A Salvini non ho nulla da rispondere. Ho la sensazione che il senatore sia in una fase in cui ha bisogno a tutti i costi di trovare dei nemici visto che ha i sondaggi che stanno scendendo”. Già, a chiusura di giornata, potremmo titolare questa fase politica dei due Matteo, ormai legati dallo stesso destino politico, in questo modo: a ciascuno il suo nemico.

In conclusione, segnaliamo l’intervento alla Camera del capogruppo di Leu, Federico Fornaro, che ha chiarito come davvero stiano le cose. Intanto, secondo Fornaro, ed è una battaglia che condividiamo, “i presidenti delle Regioni non sono governatori di uno stato federale: con tutti il rispetto per il loro lavoro e di quello che hanno fatto, non comprendo che senso abbiano le ordinanze della Liguria e della Calabria. Serve senso responsabilità, ci vuole rispetto dei ruoli istituzionali, ci vuole il Parlamento. E io, presidente, ritengo giusti i richiami sull’uso del Dpcm anche se, lo sottolineo, non sono stati inventati ora. So che lei ne terrà conto”. E infine, secondo Fornaro, “le misure del governo ci sono e i cittadini non si devono sentire abbandonati. Dall’opposizione si vedono molti atteggiamenti che non aiutano la causa, e che, anzi, servono solo a una sterile campagna elettorale permanente. Raccontare che non è stato fatto nulla sulla Cassa integrazione o sul contributo agli autonomi è una bugia che non serve a nessuno perché dalle macerie non rinasce l’Italia. La propaganda alla fine diventa rumore di fondo e nel rumore di fondo non si sente più nessuno”. Il dato più significativo citato da Fornaro è relativo al totale dei beneficiari che ammonta a 7.139.048 tra Cassa integrazione ordinaria e Assegno ordinario di cui 4 .558.355 già anticipati dalle aziende con conguaglio INPS e 2.580.693 con pagamento diretto INPS.

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