Giusy Gabriele. Una lezione dalla epidemia di Covid-19: sulle macerie del Modello lombardo, ricostruire un Servizio Sanitario nazionale, universale ed efficace, investendo ogni risorsa possibile

Giusy Gabriele. Una lezione dalla epidemia di Covid-19: sulle macerie del Modello lombardo, ricostruire un Servizio Sanitario nazionale, universale ed efficace, investendo ogni risorsa possibile

Il famoso, e per me “famigerato”, Modello Lombardo ha egemonizzato il dibattito in materia di Sanità degli ultimi 15 anni. Molti di noi hanno  cercato di tenere vivo il dibattito mostrando i difetti e le criticità che avrebbe sicuramente prodotto. Di cosa si trattava? in estrema sintesi, di una forte presenza del privato e di una assoluta centralità dell’ospedale come fulcro dell’assistenza. Lo stesso è stato rappresentato dagli amministratori di centro-destra come capace di dare una risposta sanitaria efficace ed efficiente, producendo risparmio! La risposta che abbiamo cercato di dare in questo lungo periodo è che smantellare la rete territoriale dei servizi avrebbe prodotto insieme ai tagli, un indebolimento del Servizio Sanitario, pericoloso per la nostra salute. (A proposito, non so se si è notato che recentemente e per ragioni del tutto ideologiche non si parla più di Servizio ma di Sistema). Una parte di amministratori del PD per una lunga fase sono rimasti affascinati da questa importazione lombarda ed hanno immaginato di poterla importare in varie regioni. Anche se intanto, una parte di operatori sanitari ed alcune organizzazioni di sinistra e sindacali hanno prodotto una serie di iniziative che di fatto hanno impedito un processo di omologazione a quella impostazione.

Come potete vedere adesso, con la crisi determinata da un virus sconosciuto, proprio in Lombardia c’è stato il peggior focolaio e il maggior numero di morti. Stiamo parlando di un 17% di decessi su migliaia di contagiati. È facile sulla base di quanto esposto comprendere il perché: la centralità ospedaliera ha trasformato questi grandi nosocomi in amplificatori del contagio. “Il senno di poi” non è attuabile: in sanità, una volta smantellato, il concetto di “sanità pubblica” non si ripristina in pochi giorni. Prendiamo ad esempio i Dipartimenti di Prevenzione delle ASL, quelli che avrebbero potuto e potrebbero garantire la somministrazione dei tamponi su vaste aree di popolazione. Non a caso sono stati poco citati in questa fase, perché sono stati considerati residuali e depotenziati di risorse e personale. Invece proprio questa rete di strutture avrebbe o avrebbe potuto fare la differenza.

Ricordate la questione delle morti sul lavoro? Anche in quel caso si sarebbe potuto rafforzare questo importante settore delle ASL, ma fino a quando il virus non ci ha fatto capire il rischio personale dal quale nessuno è esente, abbiamo ignorato la problematica. Forse siamo ancora in tempo. Con uno scatto in avanti si potrebbe ripensare ad una assistenza domiciliare ben organizzata che sarebbe utile anche per i prossimi anni. Un po’ quello che ci è parso di capire stanno facendo a Piacenza, dove stando ai dati, il sistema  sembra aver funzionato. In sintesi non una logica emergenzialista che investe grandi risorse per costruire strutture ospedaliere, ma servizi utili per l’oggi e per il domani.

Si può utilizzare questa catastrofe per far ripartire il Servizio Sanitario Regionale nelle basi originarie e corrette della 833. Ma quali sono gli avversari di questa impostazione? È facile a dirsi. I “Signori” della sanità privata hanno avuto tutto l’interesse a fare mercato sulla salute  e creare informazioni denigratorie per ottenere consenso tra i cittadini su un semplice slogan del tutto ideologico: pubblico e privato sono uguali, anzi il secondo è migliore come veniva enunciato con toni trionfalistici nella Regione Lazio dalla Giunta Polverini. In questa situazione è, invece, palese a tutti che le migliaia di accreditati/privati sono diventati poco utilizzabili e comunque non risolutivi.

Verità semplici e concrete appaiono sui social. Un ragazzo di 15 anni è morto negli USA perché non aveva un’assicurazione. Ma c’è un altro tema che ha avvelenato la discussione in questi anni, la trasparenza dell’informazione. La Lombardia ha inviato (confinato) pazienti COVID nelle RSA determinando contagi e decessi nella fascia più fragile della popolazione. Si poteva impedirlo? È stata avviata in queste ore un’indagine della Magistratura sulla delibera dell’otto marzo della Regione Lombardia che ha chiesto alle RSA di accogliere pazienti COVID innescando una “Bomba Stragista”. È corretta l’autonomia regionale in questa circostanza? Perché è giusto che tutte le regioni contribuiscano ad affrontare la tragedia lombarda, cito solo le centinaia di infermieri che dal sud si sono mossi in soccorso dei colleghi come la disponibilità di posti letto di rianimazione per spostare i pazienti. Ma allora cos’è e che senso ha questa continua battaglia fatta dalle regioni come la Lombardia per ottenere la famosa autonomia?

Un’altra questione è il gran parlare degli operatori della sanità pubblica con grande ammirazione. Gli eroi di oggi sono gli stessi sui quali si è fatta macelleria sociale con tagli e con toni ai confini della “diffamazione”. Ricordiamo la quantità di aggressioni subite da utenti inferociti per non parlare delle campagne degli studi leghisti per richiedere risarcimenti da presunte inadempienze di sanitari. Mi pare di poter dire che chi aveva interesse a privatizzare per fare affari ha soffiato con una comunicazione mistificante sul fuoco del malcontento con lo scopo che ho già sottolineato di smantellare il servizio sanitario regionale. Dove hanno mancato le forze del centro-sinistra è credo chiarissimo. Non hanno saputo o voluto opporsi a questo processo che sembrava inarrestabile.

Ora però è arrivato il virus ed improvvisamente ci sono i nuovi eroi e l’opinione pubblica si è spostata su posizioni di difesa di chi sta cercando di salvarci la vita. La politica segue e cerca di stare sull’onda del consenso, ma non sento nemmeno dire, avevate ragione voi.

È indifferibile riconoscere gli errori ed impostare soluzioni strutturali.

Questo è quello che ci potrebbe lasciare di positivo il virus: rendere tutta questa morte un po’ meno inutile, un investimento nuovo sulla salute pubblica, un rilancio della rete territoriale dei servizi, una nuova capacità di solidarietà ed alleanza tra regioni e governo centrale. Ci piacerebbe che l’epidemia ci lasciasse una rinnovata consapevolezza sui determinanti sociali della salute. In questa circostanza è solo intuitivo leggere i dati dai quali emerge il danno alla vita determinato dal ritardo nella chiusura delle fabbriche del nord. Ma è sempre così, dalle fognature all’inquinamento, tutti dovrebbero sapere che una specifica organizzazione sociale produce o salute o malattia. Temo però che  chi governa gli interessi economici in poco tempo cancellerà le organizzazioni dell’oggi e ricondurrà l’opinione pubblica sulle percezioni preesistenti ed allora noi operatori del servizio pubblico non saremo più eroi ma inutili consumatori di risorse.

Solo ostacolando e combattendo questo regresso, solo con una corretta informazione, solo con il potenziamento delle risorse per la Sanità Pubblica potremo mettere in atto buone pratiche ed azioni risolutive.

*Giusy Gabriele psicologa responsabile della UOC D6 Dipartimento di Salute Mentale ASL2 Roma 2.

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