Fulvio Fammoni. La pandemia e il futuro prossimo dell’Europa

Fulvio Fammoni. La pandemia e il futuro prossimo dell’Europa

Nonostante le belle parole della presidente della Commissione europea e l’importante decisione di una “cassa integrazione europea” con stanziamento di circa 100 miliardi di euro, entro una settimana si svolgerà un passaggio decisivo per il futuro dell’Europa. Ci sarà un accordo sugli strumenti economici per contrastare gli effetti della pandemia in atto? In caso affermativo, la qualità dell’accordo, le valutazioni dei vari stati nel merito, saranno comunque decisive per il futuro dell’Europa. In caso negativo, la deflagrazione sarà importante. Un ulteriore rinvio, per il livello di aspettative che si è creato, avrebbe caratteristiche simili al mancato accordo.

L’emergenza è enorme e reale, tutti ne parlano e assumono decisione immediate, se le istituzioni europee non fossero in grado di farlo, il percorso è segnato. Certo, come molti giustamente argomentano, il ruolo della Bce è talmente importante che nell’immediato non può portare nessuno a decisioni drastiche e sbagliate, ma si verificherebbe un profondo spartiacque fra Unione e molti stati, fra le diverse aree dell’Unione. Se la preoccupazione di alcuni è per il futuro affidare la gestione di importanti strumenti economici alle forze sovraniste, è una preoccupazione inutile perché, a seconda delle decisioni che saranno prese, potrebbero riuscire nel capolavoro di farlo subito, facilitando il loro ruolo e consenso, ridimensionando del tutto la credibilità delle forze europeiste.

Questo è il passaggio che abbiamo di fronte.  Fra i cittadini, il calo dei consensi verso l’Europa è già fortissimo, tutti i sondaggi di opinione convergono su questo, così come il sentimento comune sui social network. Da tempo, anche in un paese storicamente europeista come l’Italia, una quota importante di cittadini si dichiara contraria all’Europa; era controbilanciata da un’altra quota che potremmo suddividere tra europeisti convinti ed europeisti scettici. E’ evidente che è già in atto uno smottamento da critici verso la sfiducia e da convinti verso forti elementi di criticità.

Le scelte che saranno fatte possono frenare o accelerare fortemente queste tendenze. Cosa è stato fatto:

– Le scelte della BCE sia per la quantità che per il superamento della quota del 33% di acquisto dai singoli stati;

– La Commissione ha previsto la sospensione dei vincolo del fiscal compact e per gli aiuti di Stato;

– L’annunciato varo della “CIG europea” e, vedremo come declinata, l’eliminazione dei vincoli per l’utilizzo dei fondi europei.

Solo pochi mesi fa, soprattutto il secondo punto, avrebbe creato scalpore, oggi è considerato poco più di un atto dovuto. Crea però inquietudine il termine “sospensione” perché non è chiarito cosa comporterà alla fine dell’emergenza. Se qualcuno pensa che allora, con Stati (quasi tutti fortemente indebitati) i vecchi parametri fra debito-deficit-Pil, torneranno in vigore, sposta solo in avanti il destrutturazione dell’Unione europea. Questo punto va chiarito adesso.

Il panorama italiano:

– Lo scenario di principali centri di studio economici prevedono che l’Italia si assesterà su una base di -6% di Pil nel 2020 con una ripresina di circa la metà nel 2021. Naturalmente, una durata più lunga della pandemia, influirebbe in modo negativo su questi dati. L’elemento che incide maggiormente su questo calo, oltre al blocco della produzione e al calo dei consumi, sono ancora una volta gli investimenti; è su questo che bisogna –subito- intervenire per limitare il trend al ribasso, ed è lì che serve l’Europa;

– È purtroppo prevedibile che una disoccupazione che non siamo mai riusciti, negli ultimi anni, ad allontanare dal 10% (circa 3 milioni di persone) subisca una nuova impennata, sia per vere e proprie cessazioni di attività, che per cessazione di tempi determinati, che per emersione di inattivi. Anche qui serve l’Europa;

– Dovremmo inoltre verificare come le esportazioni del made in Italy (una delle nostre principali fonti di risorse) nel futuro reggeranno alle ulteriori prevedibili scelte protezionistiche;

– Infine, la xenofobia e il razzismo, possono ancora condizionare l’emersione di centinaia di migliaia di persone che lavorano in Italia, sono drammaticamente sfruttate e non vengono fatte così contribuire oltre che alle dinamiche sociali a quelle economiche, fiscali e di welfare del Paese? Anche sull’immigrazione servirebbe una parola chiara dall’Europa.

Si pone, a questo punto, la domanda dei momenti difficili “Che fare?”. Servono molte cose, alcune portano alle modifiche dei trattati e quindi con tempi che vanno oltre l’emergenza anche se il confronto va aperto subito. Quello che serve nell’immediato, è uno sforzo comune, straordinario e innovativo di tutta l’Unione europea. Si discute della necessità aggiuntiva di mille miliardi oltre a quanto già stanziato, alcuni raddoppiano questa cifra. Il tanto richiamato MES può attualmente mobilitare solo circa 400 miliardi e andrebbe quindi almeno raddoppiato, non credo chiedendo ulteriori risorse agli stati in crisi, ma “attraverso l’emissione di bond sui mercati finanziari”. La BEI dovrebbe almeno decuplicare le risorse attualmente messe in campo, e forte della garanzia degli stati UE, dovrebbe emettere obbligazioni sui mercati, superando peraltro i limiti percentuali della partecipazione agli investimenti.

Anche per questo, oltre che per il fatto che il MES è uno strumento pensato per tutte altre finalità e che le attuali norme di garanzia (che già hanno provocato un disastro in Grecia e sono costate molto di più di interventi solidali alternativi) dovrebbero essere azzerate, che è così attuale e difficilmente eludibile la discussione sugli eurobound. Il panorama di alcuni paesi può essere più difficile per l’alto debito accumulato (anche se già la precedente crisi lo ha fatto salire in modo generale), ma le necessità che la pandemia propone sono simili in tutti i paesi UE, non solo in quelli attualmente più colpiti e tutti avranno bisogno di risorse per gestirli.

Ecco perché non si mette in comune i debiti pregressi, ma si deve invece programmare un debito comune, attraverso obbligazioni a basso interesse e lunga durata, legato a precisi obiettivi. E’ indispensabile, non solo per l’emergenza, ma per la ricostruzione. Oppure si vuole arrivare al paradosso che solo singoli stati, o più probabilmente diversi stati assieme emettano bond a questo dedicati? E se questo insieme di stati superasse, come già è per quelli che attualmente lo richiedono, il 60% del Pil europeo, cosa succederebbe a partire dal ruolo nei mercati finanziari della BCE?

Questo è il nodo. Non sono un economista e forse potrebbe essere risolto anche con altre modalità, ma deve essere risolto adesso, avere l’efficacia necessaria, essere comprensibile da parte dei cittadini. Nessuna genericità, ma condividere l’enorme rischio attuale su precisi obiettivi: welfare e sistema sanitario come motore di sviluppo dell’Europa futura; ambiente (altrimenti che fine farà il green new deal) specificatamente declinato su riconversione produttiva, assetto idrogeologico, energia e fonti alternative, ricerca, nuova occupazione legata a queste attività. Vorrei anche aggiungere un altro aspetto su cui riflettere. Bene la CIG europea, ma durante questo percorso la povertà aumenterà molto, in tutti i Paesi, con il concreto rischio di scoppi di rabbia sociale che magari anche in Europa qualcuno cavalcherà. Anche su questo, una riflessione e scelte comuni si impongono se ancora vogliamo definirci Europa sociale. Tra qualche giorno queste domande e riflessioni dovranno avere una risposta. Deve essere comune e condivisa e, come dice la presidente della Commissione “Non possiamo permetterci di fallire…” per “…un’Europa fondata sulla solidarietà”.

Da lì potrà partire una riflessione approfondita su come questa emergenza cambierà tutti noi, individualmente e collettivamente. Ma, limitandomi agli interventi economici, vorrei solo aggiungere che un pensiero economico troppo a lungo dominante è arrivato al capolinea, bisogna portarlo alla conclusione. Quello del primato del capitale, o peggio della finanza sul bene pubblico. Una deriva che ha portato al calo delle tutele sociali; ad un ruolo residuale del pubblico (pensiamo all’attuale situazione sanitaria non solo italiana) che sarà ad esempio un punto cruciale delle prossime elezioni del presidente USA; alla crescita a dismisura di tante diseguaglianze; al depauperamento della ricerca pubblica e a un meccanismo di brevetti che può portare –ad esempio- alla non produzione di medicinali essenziali che le singole imprese non sono in grado di garantire nelle quantità necessarie. Prendiamone tutti atto e decliniamo il futuro, rappresenterebbe un fondamentale elemento di fiducia per le persone.

Fulvio Fammoni è il presidente della Fondazione Di Vittorio. Da rassegna.it

Share