Coronavirus e carceri. Intervista a Denise Amerini (Cgil): “Il decreto Cura Italia dà risposte insufficienti”

Coronavirus e carceri. Intervista a Denise Amerini (Cgil): “Il decreto Cura Italia dà risposte insufficienti”

Cinquantamila unità è la capienza massima delle carceri italiane, oltre 65 mila, invece sono gli attuali reclusi e recluse. Numeri che in situazione ordinaria non consentono il rispetto di standard igienico sanitari e della dignità dei detenuti. In epoca di Coronavirus gli istituti di pena rischiano di diventare focolai di contagi per chi vi risiede e per chi sta fuori, delle potenziali bombe a scoppio ritardato. A chiedere attenzione e umanità il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Ne parliamo con Denise Amerini dell’Area Welfare della Cgil, responsabile dipendenze e carcere.

L’unica forma di prevenzione al Covid-19 è il distanziamento sociale, impossibile in carcere. I numeri ufficiali raccontano di 16 positivi tra i detenuti e di due decessi tra il personale penitenziario e un terzo ricoverato in terapia intensiva. Nella realtà è probabile siano molti di più. Al momento l’unico provvedimento preso è quello di non consentire più l’accesso negli istituti non solo ai familiari di chi sconta pene ma anche a tutti gli operatori non appartenenti alla polizia penitenziaria. Il Decreto Cura Italia contiene alcune norme per consentire l’alleggerimento della popolazione carceraria ma non sembrano funzionare…

I numeri di cui parli sono arrivati soltanto oggi ma da tutti sono giudicati sottostimati, per altro non sono stati censiti ad esempio gli operatori sanitari che pure svolgono la propria attività nelle carceri. Sono numeri destinati a crescere e purtroppo in maniera esponenziale perché in carcere il distanziamento sociale è impossibile. Esistono celle pensate per due persone che ne ospitano fino a 9 e oltre, per non parlare dei servizi igienici assolutamente inadeguati, spesso a vista, e sappiamo della impossibilità di fare una sanificazione compiuta di questi ambienti. Gli articoli 123 e 124 del Decreto a par nostro, della Cgil e di tante associazioni che si occupano dell’universo della detenzione a cominciare da Antigone, dà risposte assolutamente insufficienti ed inefficaci.

Perché?

Propongono di trasferire ai domiciliari quanti hanno una pena residua da scontare fino a 18 mesi ma ciò è già previsto dalle norme vigenti e il risultato è appunto il sovraffollamento per il quale – ricordo – siamo stati sanzionati dalla Commissione Europea per i diritti dell’uomo. In più si impone il braccialetto elettronico, ma l’amministrazione penitenziaria non ne ha a disposizione che pochi esemplari. Il Cura Italia prevede che possano essere fatti uscire, non rimessi in libertà, circa 3mila soggetti da ora al 15 maggio. Non è questa la soluzione, la dimensione è assolutamente inadeguata per non parlare dei tempi. Abbiamo bisogno di risposte adesso, il virus non aspetta le lungaggini della burocrazia.

Una delle ragioni delle proteste scoppiate un paio di settimana fa era la sospensione dei colloqui con i familiari. Inevitabili per ridurre la possibilità che il contagio arrivi da fuori, terribile per chi è privato della libertà…

Il colloquio è l’unica possibilità di contatto con gli affetti, vietarli era indispensabile ma occorreva immediatamente consentire forme diverse di comunicazione. 1600 telefoni sono stati distribuiti tra i diversi istituti solo in questi giorni, lo avevamo chiesto occorreva fare prima. Quelle proteste, assolutamente da condannare quando in forma violenta, però sono scaturite da una situazione davvero insostenibile: da un lato la paura del contagio, dall’altro l’isolamento dai familiari. Sono uomini e donne che certamente devono scontare una pena, ma rimangono chiuse 24 ore al giorno in una cella sovraffollata senza fare nulla perché sono sospese tutte le attività trattamentali e senza nemmeno poter comunicare con i propri cari. È una situazione esplosiva anche da un punto di vista relazionale e psicologico.

La nostra Costituzione afferma che la pena è la sottrazione della libertà personale e deve avere una finalità rieducativa, le nostre carceri, lo abbiamo visto, sono assai poco aderenti al dettato della Carta, in questa emergenza si rischia di infliggere una pena nella pena?

È proprio questa la questione, e dobbiamo ricordare che la pena non può mai ledere la dignità della persona, qualunque sia il reato compiuto. Lo afferma appunto la Costituzione. Sappiamo, per altro, che là dove vengono sperimentate forme di carcerazione alternativa, meno afflittiva, l’incidenza delle recidive è più basso.

Allarghiamo lo sguardo. Le carceri rischiano di essere incubatori di contagi per i detenuti ma anche per chi vi lavora. E gli operatori rischiano di portare in carcere il virus, ma rischiano anche di portalo fuori…

Proprio per questa ragione è stato limitato l’ingresso solo al personale indispensabile, polizia penitenziaria e operatori sanitari. Ma anche questi lavoratori vanno messi in condizione di sicurezza. Vanno immediatamente distribuiti i dispositivi di protezione individuale e previste forme di organizzazione del lavoro che li tuteli maggiormente. Al momento viene fatta una forma di triage solo per i nuovi reclusi. Sono misure del tutto insufficienti.

Il decreto è all’esame del Parlamento, in sede di conversioni si possono apportare modifiche. Cosa chiedete a governo, Camera e Senato?

Le modifiche fondamentali che chiediamo sono innanzitutto che la detenzione domiciliare debba essere concessa a tutti coloro che hanno una pena da scontare, anche come residuo, fino a 36 mesi e ovviamente senza prevedere l’utilizzo obbligatorio del braccialetto elettronico altrimenti non esce nessuno. Ovviamente debbono andare a casa i detenuti che hanno problemi di salute importanti che potrebbero essere aggravati o rivelarsi fatali in caso di contagio e con loro anche tutti quelli che hanno compiuto i 65 anni di età, e chiediamo che non vengano esclusi da questa misura coloro che hanno avuto una contestazione disciplinare, la contestazione non è una sanzione. Chiediamo, inoltre, che per quanti debbono entrare in carcere da ora in poi venga valutata l’opportunità del differimento della pena in istituto a quando non sarà passata l’emergenza. Insomma esistono una serie di misure che potrebbero essere prese senza bisogno di particolari interventi legislativi, che avrebbero un effetto deflativo sull’affollamento particolarmente significativo. Per quanto riguarda il personale, infine, oltre a dotarli di tutti gli strumenti di protezione individuale immediatamente e monitorarli con tamponi, occorre procedere ad assunzioni straordinarie così come previsto per le altre forze dell’ordine.

Da rassegna.it

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