Alfonso Gianni. La questione decisiva degli eurobonds

Alfonso Gianni. La questione decisiva degli eurobonds

Per il 7 aprile è programmato il nuovo incontro a livello europeo che dovrebbe decidere in merito alla istituzione o meno degli eurobonds o coronavirus che dir si voglia. Si concluderebbe così la pausa di riflessione che i vari governi si sono dati dopo la fumata grigia del vertice Ue del 26 marzo. In questo periodo diverse sono state le prese di posizione dei vari governi, alcune di apertura altre di chiusura sul tema della condivisione dei rischi del debito. Certamente il fronte dei nove paesi, fra cui l’Italia, favorevoli ai coronabonds è cresciuto con l’apporto di piccoli paesi che porta il numero di partenza a 14. Vedremo se questo fronte terrà. Persino l’arcigno Dombrovskis, su Repubblica di venerdì, dichiara che la Ue è pronta a favorire gli Eurobond, ma attraverso l’intervento del Mes, ribadendo che per metterlo in moto “una qualche forma di condizionalità è legalmente necessaria”, il che è proprio l’oggetto della discordia che ha impedito una conclusione positiva del precedente vertice.

Rimbalza con insistenza il termine “realismo”. Bisognerebbe però non confondere il realismo con il lealismo. Il cambio di consonante indica la sudditanza psicologica e politica ai poteri costituiti e dominanti. E di questo purtroppo si tratta. E’ chiaro ormai che la scelta di fronte alla quale la Ue si trova è se fare ricorso agli eurobonds (o coronabonds) oppure no. Girarci intorno è buttare fumo negli occhi. Tutto il resto dipende da questo, comprese le modalità e le varie tecnicalità connesse, pur con la loro importanza.Roberto Perotti, economista di fama, sostiene che  non bisogna alimentare l’illusione dei coronabonds, perché non si può pretendere che la Germania garantisca per l’Italia e neppure un Mes privo di condizionalità andrebbe bene perché sarebbe un sussidio implicito ai paesi mediterranei. Più soft, ma sulla stessa lunghezza d’onda, le esternazioni del commissario europeo per l’economia, Paolo Gentiloni. Dunque siamo condannati a fare da soli? Se così fosse non soltanto sarebbe assai periglioso l’esito per l’Italia, ma per la sopravvivenza dell’Unione europea.

La Germania non è affatto un blocco compatto. Anzi. La convinzione che neppure la traballante locomotiva tedesca ce la possa fare da sola si sta facendo strada. Non solo nel quadro politico, ove sarebbe più scontato, ma anche in quello economico e scientifico. Da diversi giorni circola un appello internazionale di economisti, con ben oltre 500 firme, che si pronunciano per gli eurobonds. Sul Frankfurter Allgemaine Zeitung  noti economisti tedeschi ci ricordano che non solo l’argomento non è tabù, ma vi sono precedenti come per esempio quello della Cee che emise, per il superamento della crisi petrolifera del ’74, un titolo comunitario per garantire la ripresa. L’attuale crisi è simmetrica, ma non lo sono certo le condizioni di partenza con cui i vari stati europei si sono trovati ad affrontarla fin dall’inizio. Che i forti debbano aiutare i deboli è una necessità dei secondi quanto dei primi. Persino nell’algida Olanda, paese che pratica con molta disinvoltura il dumping fiscale, si levano voci discordi come quella dell’ex banchiere centrale Nout Wellink che, pronunciandosi per obbligazioni comuni, aggiunge “Se il Sud cade, il ricco Nord cessa di esistere”. Oltre tutto ciò che viene richiesta è la monetizzazione del debito futuro non di quello pregresso.

Non si tratta solo di una questione etico-ideale, ma anche squisitamente economica. Basta dare uno sguardo d’insieme all’economia mondiale, squassata oltre che dalla pandemia che nessuno risparmia, dalle follie protezionistiche di Trump (gli Usa sono i principali importatori dalla Germania), dalla contesa sui dazi e dalle nuove scelte di politica economica assunte dalla Cina (che finora è stato il principale partner commerciale della Germania). Dove riverserebbe le sue merci, il gigante teutonico se il mercato europeo, già monco per la Brexit, gli si sfarinasse davanti per il crollo economico e istituzionale dovuto ad un cieco egoismo? Ciò che è irrealizzabile non è quindi un necessario e utile atto di solidarietà, ma un isolazionismo fondato sull’insana convinzione dell’intrinseca superiorità teutonica che tante tragedie ha già portato.  La soluzione per l’immediato è invece a portata di mano. Perfino economisti mainstream, come Giavazzi, Tabellini, Quadrio Curzio avvertono che il Mes è una struttura inadatta a questo scopo, perché richiederebbe una modifica statutaria per evitare condizionalità assurde e per il suo insufficiente volume di fuoco. Meglio sarebbe allora usare la Bei finanziariamente rinforzata che è pur sempre un organismo comunitario a differenza del Mes che è un organo intergovernativo. Oppure prevedere più semplicemente l’emissione di obbligazioni dai singoli Stati nazionali garantite dalla totalità dei membri dell’Unione, volti a finanziare il contrasto alla crisi.

Abbiamo ottenuto la sospensione del Patto di stabilità, nuovi interventi della Bce, l’estensione e il finanziamento della Cassa Integrazione. Non è poco, anzi se non vi fosse stata la crisi indotta dalla pandemia simili obiettivi sarebbero apparsi completamente fuori da ogni portata. Ma di fronte a questa crisi di “proporzioni bibliche”, per rifarci alla fin troppo abusata definizione di Draghi, tutto ciò non basta. Ce lo dicono numerosi economisti italiani (come Brancaccio ed altri, persino dalle pagine del Financial Times). Serve un efficace controllo sul mercato dei capitali, misure che spostino il prelievo fiscale sulle rendite per ridurre le ulteriori diseguaglianze createsi, un piano di investimenti europeo dal sanitario, all’istruzione, all’ambiente: un social-greennew deal in cui nessuno resti senza reddito, altrimenti non si potrebbero attivare le forze e le intelligenze necessarie a metterlo in opera. Tanto più che non si tratta di rifare quello che c’era prima, ma di cambiare profondamente quel modello di sviluppo che ci espone in continuazione a crisi economico-finanziarie e a crisi sanitarie. Le parole recentemente pronunciate da Papa Francesco debbono essere anche per noi un monito su cui riflettere: “Abbiamo proseguito imperterriti, pensando di rimanere sempre sani in un mondo malato”. Non è stato e non è così.

Il dopo crisi è ancora lontano ed è del tutto imprevedibile il momento del suo inizio. Se la pandemia non è una guerra – un paragone sciocco che invece circola sulla bocca di tanti, anche autorevoli capi di governo – certamente il dopo coronavirus è paragonabile alla situazione che ci trovammo di fronte alla fine della seconda guerra mondiale quanto a ricostruzione del tessuto produttivo, cambiamento delle finalità del medesimo e sostegno al reddito di chi l’ha perso o non lo ha mai avuto in forma continuativa e stabile. Non c’è nessun Marshall che possa salvare l’Europa, anche se l’espressione “ci vuole un piano Marshall” è diffusa del tutto a sproposito anche nelle alte sfere. Il piano di ricostruzione non può che essere europeo. Il passaggio sugli eurobonds è solo l’inizio, ma indispensabile.

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