Alfonso Gianni. La decisione che manca del Consiglio europeo

Alfonso Gianni. La decisione che manca del Consiglio europeo

Chi si aspettava la soluzione dei vari problemi aperti in questa drammatica crisi economica moltiplicata dalla pandemia è rimasto senz’altro deluso dalle conclusioni del Consiglio europeo del 23 Aprile. In realtà gli esiti, peraltro interlocutori o comunque non concludenti, cui è giunto il Consiglio europeo non costituiscono certo una sorpresa rispetto alle varie prese di posizione assunte nella immediata vigilia. Tra le quali va sottolineato un quasi impercettibile, ma significativo, ammorbidimento dei toni di Angela Merkel, frutto, forse, di un’accresciuta consapevolezza della prossimità all’orlo del burrone e dei vari pronunciamenti favorevoli all’esercizio del principio della solidarietà che si sono manifestati crescentemente anche all’interno del suo paese.

In sostanza i Ventisette hanno incamerato le misure prospettate dai ministri delle Finanze che appunto prevedevano l’intervento del Mes non proprio senza condizionalità, ma comunque soft (i cui caratteri, e non sono dettagli, sono però ancora da definire); la creazione di uno strumento per finanziare la cassa integrazione o sistemi simili nei Paesi membri (Sure); l’utilizzo della Banca europea degli investimenti (Bei) in aiuto alle imprese. Il complesso di questi interventi raggiunge i 540 miliardi e dovrebbe entrare in vigore il 1° giugno. Ma tutto ciò comporterà una ulteriore maratona negoziale, vista la quantità e il peso delle questioni cosiddette tecniche, ma che comportano conseguenze di sostanza, su cui i vari Paesi devono ancora trovare un preciso accordo.

Infine il Consiglio europeo ha dato mandato alla Commissione europea di mettere a punto il Fondo per il rilancio economico (Recovery Fund). Lo dovrà fare entro il 6 maggio, spostando di una settimana la data precedentemente prevista. Sul punto decisivo quindi il Consiglio ha deciso di non decidere e non era difficile immaginarselo. La ragione è che sulla cosiddetta quarta gamba su cui dovrebbe poggiare l’intervento europeo, permangono differenze evidenti che si sono manifestate ampiamente anche nelle dichiarazioni successive alla riunione da parte dei vari capi di Stato e di governo. In sostanza si prevede che  la Commissione europea dovrà prendere denaro a prestito sui mercati finanziari e aumentare la quota delle risorse proprie nel bilancio comunitario, che salirebbe dall’1,2% del Pil europeo al 2%. In realtà ne servirebbe di più. Il finanziamento del Fondo potrebbe avvenire con l’emissione di titoli di debito da parte dalla stessa Commissione, il che è perfettamente coerente con l’art.122 del Trattati che prevede spese speciali in caso di calamità naturali e catastrofi indipendenti dalle responsabilità dei vari Stati.

Il punto di maggiore attrito, e che rimane del tutto aperto, è se questo fondo erogherà prestiti o sovvenzioni. A favore di questa ultima soluzione si sono ovviamente schierati i paesi più bisognosi, mentre sulla prima opzione stanno quelli del Nord. Ursula von der Leyen non si è sbilanciata e ha quindi annunciato un mix tra le due cose. Ed è su questo che probabilmente si lavorerà e si litigherà in vista del 6 maggio. A favore di aiuti in luogo di prestiti si stanno pronunciando numerosi e autorevoli economisti, giustamente preoccupati dall’appesantimento del debito nei prossimi mesi nei paesi che già l’avevano alto e che hanno pagato un prezzo maggiore alla pandemia in corso. Ad esempio, Lucas Guttemberg, vicedirettore del Jacques Delors Centre di Berlino, insieme ad altri economisti, sostiene nettamente la tesi che l’implementazione del concetto di solidarietà comporta in questa fase la concessione di aiuti. Guttenberg ritiene che gli eurobond in questa fase non sarebbero lo strumento ideale, perché si concentra sull’immediatezza. Una cosa però potrebbe non eliminare l’altra: aiuti subito ed emissione di eurobond, magari perpetui, tali cioè da non prevedere il rimborso del capitale ma solo la maturazione degli interessi, come ha sostenuto lo stesso George Soros. Il varo degli eurobond è infatti la misura che si proietta più di altre al di là della grave contingenza e permetterebbe un passo in avanti nel travagliato percorso dell’unità europea. Proprio per questo incontra la netta contrarietà delle parti più retrive dell’elite europea.

Lo si comprende facilmente prestando attenzione alle parole di Jens Weidmann, presidente della Bundesbank ed ex consigliere di Angela Merckel. “In Germania – dichiara ad Affari&Finanza del 20 aprile – c’è un ampio sostegno a favore di una solidarietà europea in questa grave crisi. Questo include aiuti in campo medico e gli aiuti finanziari (…) Tuttavia – egli aggiunge – una sostanziale espansione aggiuntiva e a lungo termine della responsabilità comune, modificherebbe radicalmente la natura dell’unione monetaria (…) quindi – conclude – la priorità è ora quella di fornire aiuti pragmatici e disponibili in tempi brevi”. In altre parole ciò che potrebbe superare gli storici limiti della Ue, cioè quella di essere solo un’unione monetaria, è esattamente inviso a chi la vuole rinserrare entro quella costrizione. Ma è esattamente questa condizione che la può portare al fallimento.

Dal canto suo, pur non essendo sufficiente, la Bce il suo ruolo lo svolge. Oltre agli acquisti dei titoli sul mercato secondario per ingenti quantità – superando di fatto la cosiddetta capital key che avrebbe imposto acquisti in proporzione alla quota capitale di ogni singolo stato membro, comprando più titoli italiani che tedeschi – la Bce ha assunto una decisione importante e che ci riguarda da vicino: quella di disarmare di fatto il potere delle agenzie di rating decidendo di accettare come garanzia collaterale dalle banche anche i titoli di Stato che venissero considerati al di sotto dei livelli di investimento, cioè i cosiddetti junk bonds, ovvero i “titoli spazzatura”. Un sollievo, viste le condizioni tristi del nostro rating.

Il cammino verso una vera e propria, stabilizzata e organizzata, mutualizzazione del debito è ancora lungo, pieno di incertezze e di trabocchetti. Ma diversi tabù cominciano a cadere. Persino la modifica dei Trattati non appare più un’ipotesi fantascientifica, anche perché la dura realtà dimostra quanto essi fossero inadatti a fronteggiare situazioni che pur non essendo affatto imprevedibili, certamente fuoriescono da un tracciato di tranquilla normalità. Quando un insieme di norme non riesce a fare questo, fallisce il suo compito più importante che è quello di affrontare e risolvere la straordinarietà.  Quindi va cambiato e in modo radicale.

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