Alfonso Gianni. Il “quarto capitalismo” alla riscossa

Alfonso Gianni. Il “quarto capitalismo” alla riscossa

Nessuna sorpresa. Il presidente in pectore, dal 2017 numero uno dell’Assolombarda, è diventato il 31° presidente di Confindustria. Carlo Bonomi verrà incoronato il 20 maggio nella Assemblea dell’associazione, ma intanto ha ricevuto un consenso dal Consiglio generale che non lascia dubbi. Tutti i 183 membri hanno partecipato alla votazione, avvenuta a scrutinio segreto senza che ci siano state schede bianche o astenuti. L’altra concorrente Licia Mattioli è stata surclassata ricevendo meno della metà dei suoi voti: 60 contro 123. Si è lamentata di non avere ricevuto tutti i voti che si aspettava e che le erano stati promessi. Ma si sa, il voto segreto è un’incognita non solo nelle aule parlamentari.

E’ indubbio che questa elezione rappresenta quindi la volontà della Confindustria nel suo complesso di tornare ad essere un soggetto economico e politico capace di contare in quanto tale negli incerti scenari del nostro paese e non solo. Per farlo ha bisogno di una rappresentanza forte e diretta. Il partito della Confindustria non esiste, piuttosto è la Confindustria che vuole farsi partito, ovviamente con modalità diverse da quelle delle formazioni politiche, ma probabilmente più efficaci, almeno nelle intenzioni.

Non molti mesi fa la Confindustria aveva tessuto le fila anche per un’altra ipotesi. Quella di favorire la nascita di una nuova forza politica che potesse rappresentare i suoi interessi più da vicino e in modo più completo. Da qui è probabilmente nata la spinta alla scissione da destra del Partito democratico. Ma il percorso di Renzi e della sua creatura, Italia Viva, si è finora mostrato tutt’altro che trionfale, stando alle vicende del confronto politico e ai sondaggi. D’altro canto è tutto il tessuto della politica italiana che si presenta lacerato e slabbrato, così che secondo il nuovo presidente rappresentare le imprese vuole dire tenere la porta aperta a tutti i partiti, assumendo però il governo quale unico interlocutore prioritario e unitario, come riferisce il fido Sole 24 Ore di venerdì 17 aprile.

In effetti Matteo Renzi in più di un’occasione ha dato fiato alle richieste confindustriali, come da ultimo alla  riapertura delle attività produttive, che faceva seguito all’attenzione ostentata al mondo delle imprese nella definizione dei decreti economici del governo Conte. Le prime dichiarazioni del presidente designato – che non ha tenuto la tradizionale conferenza stampa causa le restrizioni antipandemiche – vanno esattamente in quella direzione. Ovvero di accelerare la riapertura delle aziende, “Confindustria deve essere al centro del tavolo in cui la politica decide il metodo delle prossime riaperture delle attività economiche”; di affrettare i tempi del loro finanziamento (la Confindustria chiede 30 miliardi entro giugno, ma certo non si fermerà lì), perché “fare indebitare le aziende non è la strada giusta”; di scartare in partenza qualsiasi ipotesi di un salario minimo per legge; di proporre una sorta di “patto pubblico-privato” dove però la parte preponderante sarebbe la seconda, dal momento che solo la produzione fornisce reddito e lavoro “non certo lo Stato come molti vorrebbero”. E infatti punta il dito contro un presunto spirito anti-industriale che sarebbe alimentato anche da forze interne al governo.

Ma forse la cosa più interessante è cercare di capire cosa rappresenti l’elezione di Bonomi dal punto di vista della composizione materiale dello schieramento capitalistico che incarna. Carlo Bonomi è un piccolo imprenditore, proprietario di un’impresa con otto addetti nel settore medicale, che però nella sua formazione ha inglobato l’esperienza manageriale di grandi strutture produttive nazionali e internazionali. E’ a tutti gli effetti un funzionario-manager del moderno capitalismo, che teorizza che non ci deve essere divisione e contrasto tra grandi e piccoli, tra industria e servizi e persino tra Sud e Nord del paese. A Davos aveva infatti affermato che bisogna “inserire le nostre imprese nelle sedi in cui si disegna il futuro della manifattura globale”.

Bonomi si presenta quindi come l’alfiere di quello che è stato definito il “quarto capitalismo” ove non dominano più le grandi imprese, che peraltro in Italia sono in declino da tempo se non scomparse del tutto in più settori, quanto le medie e le piccole, legate tra loro da filiere lunghe che non hanno confini nazionali, capaci di muoversi nei diversi contesti socio politici con la dovuta agilità, con un baricentro nel triangolo formato dal fitto tessuto produttivo di  Lombardia, Veneto e Emilia-Romagna (le regioni, non a caso, che vogliono l’autonomia differenziata attente ai nuovi settori che si aprono di fronte come quel Green New Deal che da Davos ci porta fino al Manifesto di Assisi, ove la modernizzazione di industria 4.0 vorrebbe unirsi alla responsabilità sociale dell’impresa, alla sensibilità ambientale e a un’attenzione verso il messaggio cristiano. Più parole che fatti, come sappiamo. Ma ci fanno capire che la nuova mano forte della Confindustria non può essere costretta all’interno della contrapposizione falchi – colombe (queste ultime poi dove sarebbero?). E che è pronta a giocare le sue carte in Europa e nel mondo, cercando di guidare a modo suo la fase successiva all’attuale recessione.

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