25 aprile. L’omaggio a Massimo Rendina. La relazione al congresso Anpi di Roma, 12 febbraio 2011

25 aprile. L’omaggio a Massimo Rendina. La relazione al congresso Anpi di Roma, 12 febbraio 2011

Nato a Venezia il 4 gennaio 1920, giornalista, partigiano, Massimo Rendina è morto a Roma il 7 febbraio scorso. Abitava a Bologna e si era appena avviato alla professione di giornalista quando era stato chiamato alle armi. Tenente di Fanteria, al momento dell’armistizio era subito passato con la Resistenza al comando, in Piemonte, di una formazione autonoma alla cui guida, col nome di battaglia di «Max il giornalista», aveva combattuto sino al luglio del 1944. Diventato capo di stato maggiore della Ia Divisione Garibaldi, aveva preso parte alla liberazione di Torino e nel capoluogo piemontese aveva ripreso la professione a «l’Unità». Dal quotidiano del Pci, Massimo Rendina è poi passato alla Rai, come direttore del primo telegiornale. Docente di Storia della comunicazione, Rendina, che risiedeva a Roma, dove presiedeva la locale Associazione degli ex partigiani, era membro del Comitato scientifico dell’Istituto Luigi Sturzo per le ricerche storiche sulla Resistenza. Nel ’95 ha pubblicato per gli Editori Riuniti, con prefazione di Arrigo Boldrini, un agile e prezioso «Dizionario della Resistenza italiana». Nel rendergli omaggio in questo 75esimo anniversario della Liberazione, pubblichiamo qui di seguito la sua Relazione al Congresso dell’Anpi di Roma del 12 febbraio 2011. Parole ancora di grande attualità.

A centocinquant’anni dall’unità d’Italia va ribadito che fu la Resistenza a completare il Risorgimento, la Resistenza, come disse Aldo Moro, in uno dei memorabili e illuminanti discorsi rievocativi, a superare quella frattura che molte volte si ebbe nel Risorgimento tra le masse popolari e i fautori del moto unitario. Un processo costitutivo della nazione che ci fa guardare con sdegno e preoccupazione quanto accade di meschino, contraddittorio, volgare, ma anche pericoloso per la convivenza democratica. Ci preoccupano i conflitti istituzionali per sottrarre il Presidente del Consiglio alle indagini processuali e al relativo eventuale giudizio. Come non condividere l’invito di scendere in piazza per manifestare lo sdegno, sulla scia dei comitati femminili nati spontaneamente per salvaguardare la dignità della donna e denunciare acclarati scandali che fatalmente entrano nella sfera politica ponendo l’interrogativo sull’inefficienza del governo asserragliato nelle manovre protettive offerte a un presidente che antepone i propri interessi finanziari, l’incolumità di vizi certi e di probabili reati, alla crisi economica e sociale nella quale versa il popolo italiano? Come non aderire alle iniziative intese a tutelare la Magistratura e il giornalismo più responsabile? In questo scenario, nel quale si accentua il distacco dei cittadini dalla politica e pertanto dalla partecipazione si confida sempre di più nel Capo dello Stato, nel suo magistero. Anche noi confidiamo sulla sua saggezza, ma non possiamo investirlo di prerogative e competenze che la Costituzione, di cui è l’alto custode, non gli assegna.

    Dobbiamo allora rassegnarci a quanto accade come se il tunnel che abbiamo imboccato fosse senza uscita? Anche qui ci soccorre il ricordo della Resistenza quando non pochi di noi ritenevano che Hitler da un giorno all’altro mettesse in campo le armi di distruzione di massa. Saremmo stati così sicuramente annientati. Non lo davamo a vedere per non scoraggiare i combattenti e la popolazione che ci sosteneva, ma nello stesso tempo non si spegneva in noi la certezza che il combattere per la libertà e la dignità dell’uomo si sarebbe imposta sulla normalità del male – per dirla con Hannah Arendt – male rappresentato nelle forme più crudeli di oppressione e di sterminio di inermi praticate dal nazifascismo. Per poco, del resto, permettetemi la breve parentesi, Hitler non le ebbe le armi di distruzione di massa. Una scienziata tedesca era riuscita nella scissione dell’atomo, ma era ebrea e Hitler fece sospendere gli esperimenti mai più ripresi.
Ci tormenta il pensiero che riguarda l’adesione al governo perché pone il quesito sulla democrazia in quanto è tale se i cittadini sono pienamente coscienti e non fuorviati. Ricordiamo che il fascismo e il nazismo ebbero un largo consenso. I tempi sono cambiati e irripetibili, ma il metodo della suggestione popolare si è arricchito di nuove possibilità con nuovi mezzi di comunicazioni di massa. Fortunatamente i principi fondamentali costituzionali delle libertà fondamentali sembrano resistere ad ogni insidia. Lo ha dimostrato qualche anno fa il referendum sulla intangibilità della Costituzione. Dobbiamo riconoscenza al presidente emerito della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, come al nostro presidente Raimondo Ricci e a Mattia Stella che gli sono stati vicini nell’organizzarlo.

Affidiamoci dunque alla speranza, in una situazione certamente meno drammatica, che le libertà democratiche che l’Italia si è data con la Resistenza e Guerra di Liberazione, vinta con l’apporto determinante degli Alleati, e dei militari italiani con loro – occorre precisarlo sempre – si faccia certezza della rigenerazione democratica. Ma la speranza può diventare certezza, mi scuso dell’ovvietà, solo mediante l’impegno unitario delle forze politiche democratiche, cui l’A.N.P.I. deve concorrere. Certamente non favoriscono  l’attuazione di un disegno di ripresa democratica le difficoltà economiche derivate da una parte dalla crisi internazionale e dall’altra dalla incapacità del governo di assumere iniziative opportune, ma anche della comunità europea di darsi una struttura in grado di risolvere con  celerità ed efficienza i problemi che ostacolano la ripresa. Lo prevedeva l’adozione della moneta unica. Non è andata così. Prevalgono interessi nazionali a volte inconciliabili. Anche in Europa predomina la finanza speculativa sui sistemi produttivi. Il problema che ci si pone è come regolare il sistema economico finanziario. Quanto accade negli Stati Uniti sembra il banco di prova di un rinnovamento dei concetti basilari del capitalismo. Processi di grande interesse economico politico si stanno svolgendo in Cina, India, Brasile e in altre aree. Ciò che ci interessa, lasciando agli esperti in economia le valutazioni e le previsioni, è la salvaguardia dei diritti di libertà che definirono le motivazioni ideali della Resistenza alle quali oggi più che mai dobbiamo riferirci e sono la nostra stessa ragione d’essere.

Conclusa la Seconda Guerra Mondiale si confidava nell’organizzazione delle Nazioni Unite tutrice dei diritti umani, autorità regolatrice del rapporto tra i popoli, secondo equità, giustizia, solidarietà. A fare di tutto ciò un’illusione è venuta la guerra fredda, e finita questa sappiamo quali tensioni sono subentrate, quale la proliferazione dei conflitti armati locali, alcuni in atto, e con esse le contrapposizioni ideologiche dalle quali si è andato sviluppando il terrorismo. È in questo scenario che si determina l’involuzione democratica italiana aggravata da tangentopoli, dell’esaurimento delle ideologie. E qui che prende spazio il fenomeno qualunquistico rappresentato da Berlusconi. L’analisi meriterebbe ben altro spazio e approfondimento ma bastano pochi cenni per darci un quadro desolante al quale occorre, ripeto, reagire con le armi del confronto democratico, della proposta programmatica.

Per quanto si proceda per cenni in questa analisi, non vanno sottovalutati gli squilibri ambientali dovuti allo sfruttamento disordinato ed egoistico delle risorse e all’uso inquinante della motorizzazione e dell’industria. Sullo sfondo c’è il dato sconvolgente del miliardo e più di esseri umani che soffre la fame. Ed è qui che la cultura resistenziale orientata a identificare la libertà con la giustizia sociale diventa ineludibile per noi dell’A.N.P.I., e impone il comportamento politico coerente. Respingiamo dunque l’idea di un’A.N.P.I. sopra le parti, ce lo hanno detto tutti i nostri associati impegnati nei congressi di circolo e sezione. Se il termine sinistra ci sembra obsoleto troviamone un altro per definirci movimento che ha come scopo inderogabile la libertà coniugata, perdonate la ripetizione, con la centralità della persona umana.

Le domande si fanno drammatiche, senza ottenere risposte convincenti dagli ambienti scientifici anche i più qualificati. Un secolo fa sulla Terra c’era un miliardo e duecento milioni di esseri umani. Ora siamo sette miliardi. Con i sistemi attuali è impossibile assicurare a ciascuno lo stesso tenore di vita. Tra venti o trent’anni saranno nove miliardi. Lo scenario impone il rinnovamento culturale incidente sulle modalità di crescita e di sussistenza. Politica e cultura si fondono. Estraniarci dal processo culturale senza mettere in campo i valori resistenziali della libertà coniugata, ripeto, con la giustizia sociale oggi a dimensioni planetarie, diventa rinuncia al mandato che abbiamo ricevuto dalla Resistenza, per farne partecipi le nuove generazioni. Ci chiediamo se con le sollecitazioni che ci vengono dal presente, noi partigiani dell’A.N.P.I. non dobbiamo rispondere alle sollecitazioni della nostra Presidenza Nazionale per riportare al presente i nostri ideali, in modo da influire sulla società condizionata dal pragmatismo e dall’individualismo.

Con il progresso tecnologico dei mezzi di comunicazione la società mondiale è profondamente cambiata, l’uomo stesso è cambiato, le donne hanno assunto un ruolo determinante anche nella politica e nelle classi dirigenti. Assistiamo però all’intreccio di fenomeni sociali contraddittori se l’individuo sente il bisogno impellente di aggregazione, di unirsi in movimenti di affermazione delle libertà fondamentali, nello stesso tempo sembra rifugiarsi nel privato sordo ai richiami dell’impegno sociale cadute le suggestioni ideologiche. Ai tempi della Guerra Fredda la contrapposizione dei due blocchi semplificava il quadro politico. La minaccia della guerra atomica assumeva paradossalmente la funzione di impedire il conflitto armato dalle prospettive apocalittiche.

L’armamentario per la distruzione di massa assume oggi nelle nazioni il ruolo identificativo di grande potenza lasciando spazio a conflitti locali con le armi convenzionali. Una società vieppiù complessa nella quale agiscono fattori disparati dove il liberalismo dei paesi più avanzati è diventato liberismo soggetto ai poteri speculativi finanziari che hanno originato la crisi economica mondiale difficile da superare se è crisi di sistema.

Ci chiediamo dunque se non sia nostro compito, in coerenza con la nostra storia, noi e le associazioni che nel mondo rappresentano i movimenti di liberazione della Seconda Guerra Mondiale, richiamare l e forze politiche ad attuare il disegno di pace e solidarietà garantito dalle Nazioni Unite, se non spetti a noi riproporre le idealità progettuali politiche che rivelavano nella Resistenza la sintesi degli umanesimi liberale, marxista, cristiano, imperniati sul primato della persona umana antitetico alle aberrazioni nazionalistiche e razziste del nazifascismo. Lo affermo perché l’antifascismo non può essere considerato solo storicamente. È intimamente connesso con il rispetto della dignità umana. Il fascismo si presenta in vari modi, è anche, se non soprattutto, una una mentalità, diceva Benedetto Croce. Sul piano dei comportamenti di stretta attualità l’antifascismo continua ad essere garanzia delle libertà costituzionali nel momento in cui sono insidiate anche a livello di governo quando si piegano le prerogative parlamentari ai voleri dell’esecutivo gestito, per dirla con Giovanni Sartori, come un sultanato. Il fascismo ha preso nuova lena anche attraverso lo squadrismo, con attacchi proditori e sanguinari. Ricordiamo qui con dolore Renato Biagetti, un nostro giovane appena laureato, morto accoltellato. Esistono ancora nel mondo governi di stampo fascista che rendono insopportabile la vita dei cittadini per incapacità di gestione delle risorse, nepotismo, arricchimenti.
Forse è prematuro dare un giudizio sui movimenti di ribellione popolare che si stanno sviluppando contro i regimi autoritari, ma essi sono il segno più evidente del cambiamento della società mondiale che aspira alla libertà e alla giustizia sociale. Ci auguriamo che gli sbocchi siano davvero democratici e non si risolvano nel ricambio tra forme autoritarie. Ci affascina comunque il pensiero che si lotti per la dignità della persona, per una società giusta.

Tornando a noi, si pone con urgenza, dicevo, l’approfondimento culturale-politico del pensiero che guidava l’azione antifascista e resistenziale tradotta in norme e propositi dai Padri Costituenti riproponendo indirizzi e temi condivisi che nella resistenza non erano stati precisati, trattenuti nel proprio ambito ideologico per tema di rompere l’unità del C.L.N. Furono i Costituenti a interpretare lo spirito resistenziale cui ispirare propositi e norme. L’A.N.PI di Roma e del Lazio ha dedicato convegni, incontri, studi a questo tema. Ha promosso confronti tra leader nazionali di compagini politiche che li ritengono in qualche modo, anche con altra denominazione, originati dall’antifascismo e dalla Resistenza. Ha in corso una ricerca con antropologi sociali e psicologi in relazione ai fenomeni della ritrosia popolare nei confronti dell’impegno politico, e un’altra con studiosi e uomini politici sul sistema democratico parlamentare là dove la formazione delle leggi subisce gravi ritardi a causa delle strutture ripetitive ed eccessivamente burocratizzate. Ha ispirato la formazione di un comitato di consultazione permanente tra i partiti, composto da esponenti iscritti all’A.N.P.I., associazione prescelta come luogo di chiarimento delle varie posizioni a fine collaborativo.
Descrivere la nostra attività in questi ultimi anni, così ricca e impegnata, comporterebbe troppo tempo. Accenno soltanto all’istituzione della casa della Memoria e della Storia, allo sviluppo del Centro Telematica di Storia Contemporanea, sistema che consente l’intercomunicazione con centri culturali e archivi storici di tutto il mondo. Abbiamo stabilito, in quest’ambito, il collegamento istantaneo con la società editrice Thompson di Londra dalla quale abbiamo acquistato i diritti di accesso ai documenti britannici relativi alla Seconda Guerra Mondiale. Documentano pure le attività di intelligence che rivelano situazioni che interessano anche l’Italia e il Vaticano. Sono a disposizione degli studiosi. La cinenastroteca del Centro Telematico offre un notevole numero di documentari e di filmati di intrattenimento a tema storico, integrante la biblioteca gestita per noi dal Comune di Roma con il quale stiamo ristabilendo i collegamenti telematici audio-video per la compartecipazione in tempo reale del pubblico delle biblioteche pubbliche alla nostra attività culturale. Intensa è stata l’attività didattica nelle università e nelle scuole di ogni ordine e grado. Abbiamo svolto convegni internazionali, uno anche con i comandanti superstiti della Resistenza in Europa, stabilito rapporti di collaborazione con l e associazioni internazionali della guerra di Liberazione.

Nostre delegazioni sono state invitate in Russia e Bielorussia per partecipare a manifestazioni rievocative della vittoria sul nazifascismo.
Abbiamo svolto e svolgiamo una intensa attività editoriale pubblicando una collana di libri e il periodico Persona e Società. Intensa è anche la nostra attività di ricerca storica.
Prestiamo particolare attenzione ai problemi dell’immigrazione, ai fenomeni razzisti che li accompagnano, alla insensibilità ottusa anche di esponenti della maggioranza governativa. Ne parlerà brevemente Laura Gabriele del nostro circolo del Villaggio Globale.
Due parole sulla questione delle foibe. Nel condannarne gli orrori di cui furono vittime anche italiani della Resistenza, nel respingere le insinuazioni su presunte responsabilità dei partigiani italiani, ci stupiamo davvero che non vengano ricordati i delitti altrettanto atroci commessi da militari italiani nei confronti delle popolazioni istriane, croate, slovene e poi in Montenegro e in Grecia. Stragi di innocenti, incendi di villaggi, fucilazioni di inermi. Ne abbiamo discusso in convegni di studio anche con i rappresentanti della ex Jugoslavia. Si tratta di responsabilità che non possono essere affrontate a senso unico. Abbiamo commissionato a questo scopo una ricerca a Davide Conti che ne riferirà in sintesi. Allestirà a giorni una mostra fotografica contemporaneamente all’uscita in libreria del suo volume sulle accuse, i processi, le impunità relativi ai criminali di guerra.
Non vi tedio oltre, avviandomi alle conclusioni, di questa introduzione cui farà seguito la relazione sullo svolgimento e conclusioni dei congressi delle nostre sezioni e dei nostri circoli.
Ci recheremo al 15° congresso nazionale che si celebrerà a Torino alla fine di marzo con spirito costruttivo, consci della difficoltà di strutturare in modo nuovo la nostra associazione che non potrà più essere associazione dei partigiani combattenti, ormai in strettissima minoranza.
Sarà nostro compito non solo individuare la nuova forma associativa ma anche stabilire tempi e modi per assicurare all’A.N.P.I. il completamento della nuova classe dirigente.
Permettetemi in chiusura di rivolgere un pensiero ai nostri caduti e a quanti superstiti ci hanno lasciato. Chiedo loro, dal luogo misterioso in cui si trovano, di proteggere il nostro Paese, di assicurare al popolo italiano, nel contesto internazionale di cui facciamo parte come un’unica entità, la pace, la giustizia sociale, la libertà per le quali abbiamo combattuto.

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