Valter Vecellio. Carcere-coronavirus, alla Trilussa, “quanno ce vò, ce vò!”

Valter Vecellio. Carcere-coronavirus, alla Trilussa, “quanno ce vò, ce vò!”

Non è bello scadere in volgarità, ma con Trilussa “quanno ce vò, ce vò!”; e vorrà dire “che doppo, pè riavé la stima / je chiedo tante scuse e, appena ho fatto, / ritorno gentilomo come prima”. In questo caso è solo il timore di qualche querela che ci trattiene, ma il lettore certamente è dotato di sufficiente fantasia per immaginare quello che ci passa per la testa. S’è fatto il callo a pensosi commentatori ed editorialisti che misurano le loro parole a un tanto al chilo, prudenti al punto che cominciano a centellinare la loro “opinione” il giovedì, quand’è prevista per la pagina della domenica; ad “opinionisti” da talk show specialisti in belluina interruzione e stupefatte banalità; a politici che non vanno mai perdonati, anche se fanno quello che non sanno; anzi, proprio, e a maggior ragione, per questo. E tuttavia, pur avendoci fatto il callo, al tempo stesso ancora ci si meraviglia (e indigna). Scorrete le cronache e gli articoli della giornata di un qualunque quotidiano, a scelta; sintonizzatevi in qualunque canale televisivo o radiofonico: scoprono ora che in Italia esiste un’emergenza carceri; scoprono ora che in luoghi dove dovrebbero esserci 40mila detenuti al massimo, ce ne sono oltre 60mila. Scoprono ora che sono stipati come peggio non si può, in condizioni ripetutamente condannate da tutte le corti di giustizia possibili immaginabili. Scoprono ora, e proclamano ora, alla luce dell’emergenza Coronavirus, che si deve fare qualcosa di urgente. Scoprono – non tutti a dire il vero – che poco, nulla, è stato fatto da chi tanto ha il dovere istituzionale di fare, progettare, capire, immaginare, “governare”.

Che la situazione sia drammatica da anni lo denunciavano Marco Pannella, Rita Bernardini, il Partito Radicale, “Nessuno tocchi Caino”. Da anni Pannella invocava – ascoltato solo da illuminati ambienti del mondo cattolico, e infine da tre pontefici, uno dei quali in carica – amnistia e indulto, primo, preliminare passaggio fondamentale per decongestionare le carceri; primo necessario passo di una più complessiva riforma dell’istituzione carceraria, del modo di amministrare la giustizia, del concepire la “pena”: sul solco di una tradizione di cui l’Italia dovrebbe essere orgogliosa: quella di Cesare Beccaria e del granduca Leopoldo di Toscana, fino a Piero Calamandrei. Per anni inascoltato, silenziato, svillaneggiato, Pannella ha insistito, fin con il suo ultimo respiro. E il Partito Radicale, “Nessuno tocchi Caino”, pochissimi altri, ora: digiuni, marce, sit-in, denunce e ricorsi giudiziari, tutto l’ampio catalogo dell’azione nonviolenta e pacifica. Niente. Mortificati, negato il diritto a essere conosciuti; a potersi esprimere. Sapete citare un programma di approfondimento in TV pubblica o privata che sia che abbia ospitato Rita Bernardini o Irene Testa, Maurizio Turco o Sergio D’Elia, per dibattere, conoscere, e anche – beninteso – controbattere – le loro tesi e proposte? Uno solo, per favore. In quanto ai giornali: certo, fa “notizia” il ritorno a Londra del rampollo di casa Windsor e della di lui consorte. Ma le questioni del carcere, della giustizia; dell’umanità dolente che non sono solo i detenuti e le loro famiglie, ma anche gli agenti della polizia penitenziaria, gli operatori volontari, tutta quella “popolazione” che costituisce la spina dorsale del “sistema”?

Per accorgersi di questa realtà, le manifestazioni violente e le “evasioni” di questi giorni. Manifestazioni sì deprecabili, condannabili. Una cosa è sicura: a pagare i prezzi più alti saranno proprio i detenuti e le loro famiglie; pregiudicate proprio le cause che dicono di avere a cuore. Più che mai si è convinti che l’unica strada praticabile – nel concreto e al di là dell’etica – sia quella della nonviolenza; chi sostiene le manifestazioni di violenza è semplicemente un irresponsabile. Ma detto questo, e guardandoci con onestà diritti negli occhi: cosa deve pensare sia giusto fare chi vuole propagandare e far conoscere la propria causa? Non c’è forse anche una nostra quota di responsabilità, ogni volta che censuriamo, silenziamo i comportamenti e le iniziative nonviolente? Perché al tempo stesso “premiamo” con paginate ed edizioni straordinarie chi si abbandona a comportamenti violenti. Del tipo di “messaggio” che si veicola, vogliamo, finalmente, farcene carico, sentirne la responsabilità?

 

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