Ue. Sugli Eurobond e il Mes si decide il futuro dell’Europa unita. Per nove Paesi sono indispensabili, ma per Von der Leyen sono solo slogan. I paesi del nord non capiscono, puntano all’austerità

Ue. Sugli Eurobond e il Mes si decide il futuro dell’Europa unita. Per nove Paesi sono indispensabili, ma per Von der Leyen sono solo slogan. I paesi del nord non capiscono, puntano all’austerità

Due concezioni dell’Europa, due visioni del suo futuro, si stanno scontrando drammaticamente in questi giorni fra i governi e le istituzioni dell’Ue, con una polarizzazione crescente fra i due fronti che le sostengono, mentre appare sempre più difficile un compromesso politico capace di riconciliarle. Queste due visioni si esprimono ormai chiaramente nell’appoggio o nell’opposizione a due ipotesi alternative per sostenere finanziariamente nel medio-lungo termine gli Stati membri più colpiti dalla pandemia del Covid-19 e dalle sue conseguenza economiche: da una parte la proposta di istituire gli eurobond (o Coronabond), strumenti di emissione di debito comune europeo; dall’altra il ricorso ai crediti del Mes, il Fondo salva Stati dell’Eurozona. A Bruxelles ci sono parole che non si possono pronunciare, veri e propri tabù che chiudono immediatamente ogni discussione, e creano scandalo come una bestemmia in chiesa. La  doccia gelata giunge direttamente da Ursula von der Leyen sui coronabond auspicati dall’Italia e da altri Paesi europei per rispondere all’emergenza coronavirus. In un’intervista alla Dpa, la presidente della Commissione Ue ha detto: “La parola coronabond è una sorta di slogan, dietro c’è la grande questione delle garanzie, le riserve della Germania ma anche di altri Paesi europei sono giustificate”. Inoltre, “ci sono limiti giuridici molto chiari, non stiamo lavorando ad un piano” per i coronabond. Tuttavia, aggiunge la presidente della Commissione europea, “l’Italia non è colpevole della crisi esplosa col coronavirus e viene colpita economicamente in modo molto pesante e le imprese vanno salvate”. E quindi, conclude, “per questo, come Commissione, abbiamo ricevuto il mandato dal Consiglio di elaborare un piano di ricostruzione. Questo è il binario sul quale stiamo lavorando”, conclude. La prima reazione a questa dichiarazione tranchant proviene dal Pd, da Piero Fassino. “I coronabond non sono uno ‘slogan’ come con infelice espressione li ha definiti oggi la Presidente della Commissione europea Von der Leyen. I coronabonds sono uno strumento finanziario prezioso per mobilitare capitali necessari a far fronte alla più grave crisi che l’Europa abbia conosciuto dal dopoguerra” ha dichiarato Piero Fassino, vicepresidente della Commissione Esteri della Camera e membro della Presidenza del PSE. E in conferenza stampa, in serata, il ministro dell’Economia Gualtieri ha giudicato sbagliate le parole di Von der Leyen, stigmatizzandone la pericolosità..

Come si vede, c’è un dibattito centrale in questo momento per il futuro dell’Unione europea e dell’Eurozona, ed è proprio quello su come dovrà essere finanziato il debito pubblico che sarà generato, inevitabilmente, dall’emergenza sanitaria del Covid 19 e dalle sue conseguenze socio-economiche di medio e lungo termine. Ma che cosa significa quell’impegno a prendere “tutte le misure necessarie”, di cui parla il documento del Consiglio europeo, per rispondere a “una sfida senza precedenti” per gli olandesi, gli austriaci, i tedeschi, i finlandesi, che sanno dire solo “no” a qualunque proposta che vada al di là dello status quo, che non sia la ripetizione di quanto abbiamo già visto durante la crisi del debito sovrano dell’Eurozona? Si può rispondere con gli strumenti ordinari, già esistenti, senza cambiare nulla, a uno shock così tragicamente nuovo e imprevedibile, con le file di camion militari che portano centinaia di bare nei crematori, con i dottori e gli infermieri negli ospedali in Lombardia e in Spagna costretti a decidere chi tentare di salvare e chi lasciar morire, per la mancanza di posti in terapia intensiva? Che cosa significa “adotteremo tutte le misure necessarie per proteggere i nostri cittadini e superare la crisi, preservando i valori e lo stile di vita europei”, sapendo che questa crisi provocherà un enorme e rapido aumento del debito pubblico nell’Ue, se non si pensa a un modo solidale di sostenere quell’onere, evitando che ricada solo sui paesi più colpiti dalla pandemia e dalle sue conseguenze economiche, e che divida ancora di più l’Europa? Sono le domande che stanno alla base della proposta dei capi di Stato e di governo di Italia, Francia, Spagna, Belgio, Lussemburgo, Portogallo, Grecia, Slovenia e Irlanda, favorevoli a “uno strumento di debito comune a beneficio di tutti gli Stati membri”, come hanno spiegato nella lettera inviata mercoledì al presidente del Consiglio europeo, Charles Michel. Ed è questo il senso del richiamo di ieri del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, a quelle “importanti e decisioni finanziarie ed economiche” che sono state prese finora dalla Bce e dalla Commissione europea, con l’appoggio del Parlamento europeo, ma non dal Consiglio dei capi dei governi nazionali, e dell’avvertimento che ha lanciato il capo dello Stato: “Sono indispensabili ulteriori iniziative comuni, superando vecchi schemi ormai fuori dalla realtà delle drammatiche condizioni in cui si trova il nostro Continente. Mi auguro che tutti comprendano appieno, prima che sia troppo tardi – ha ammonito Mattarella -, la gravità della minaccia per l’Europa”.

Eurobond significa emissione di debito comune, con garanzie comuni e a tassi d’interesse bassi e uguali per tutti. Niente spread, condizioni di partenza identiche, nessun effetto di stigmatizzazione da parte dei mercati per i paesi che finanziano in questo modo il loro nuovo debito. Ma per i tedeschi, gli olandesi, gli austriaci, i finlandesi, la mutualizzazione del debito è un’eresia, morale prima ancora che economica. E’ inaccettabile, perché incoraggerebbe comportamenti non virtuosi, toglierebbe l’incentivo a realizzare le “riforme strutturali”, assolverebbe i colpevoli e gli indebitati dalla giusta condanna dei mercati, pagata con tassi d’interesse più alti. Sul tema, l’allarme lo ha lanciato il ministro Giuseppe Provenzano in un’intervista a Repubblica: “Ho paura che le preoccupazioni che stanno attraversando larghe fasce della popolazione per la salute, il reddito, il futuro con il perdurare della crisi si trasformino in rabbia e odio. Ci sono aree sociali e territoriali fragili ed esposte a qualsiasi avventura. Il bilancio pubblico si deve prendere cura dell’intero tessuto sociale. E lo deve fare adesso”. Provenzano prosegue: “ora dobbiamo mettere i soldi nelle tasche degli italiani a cui fin qui non siamo arrivati. Questa è la priorità del decreto di aprile. Così come va assicurata liquidità al sistema delle imprese per tenerlo in vita, bisogna tenere in vita la società. Liquidità anche per le famiglie, per chi ha perso il lavoro e non ha tutele. In gioco – sottolinea – c’è l’ossatura della democrazia”. E in un’altra intervista su Avvenire, il viceministro Antonio Misiani è stato altrettanto chiaro:  “Oggi debito e deficit vengono dopo. La priorità è la tenuta del sistema economico e dell’occupazione. Adesso la parola d’ordine è whatever it takes. Deve valere anche per la politica di bilancio”. Inoltre, “”Siamo difronte afferma a una sfida senza precedenti, che non è solo sanitaria, economica e sociale ma riguarda anche il nostro essere comunità, la tenuta spirituale e psicologica del Paese”, continua Misiani. Il mantenimento dell’occupazione preoccupa il viceministro: “stiamo raccogliendo le istanze del mondo economico partendo dall’assunto che nessuno deve perdere il lavoro”.

L’impressione chiara è che, a Bruxelles, la strada del ricorso al Mes sia già tracciata, mentre quella degli eurobond è considerata impraticabile. Durante il vertice Ue di giovedì sera, il premier italiano Giuseppe Conte e lo spagnolo Sanchez si sono ribellati alla bozza di dichiarazione finale che non menzionava neanche la proposta dello “strumento di debito comune” richiesta nella lettera dei Nove, mentre invece si dava indicazione all’Eurogruppo di continuare il lavoro per definire le “specifiche tecniche” della nuova linea di credito del Mes per il “Pandemic Crisis Support”. Conte e Sanchez, facendo infuriare la Merkel (che li ha accusati di creare divisioni fra i Ventisette), hanno ottenuto di eliminare questo riferimento al Mes dalla dichiarazione finale, in modo che le due ipotesi restassero almeno sullo stesso piano, nel mandato affidato all’Eurogruppo di continuare la discussione e “presentare proposte (al plurale, ndr) entro due settimane” al Consiglio europeo.

E’ una questione politica, non possiamo lasciarla ai ministri delle Finanze, che riproducono le posizioni di ciascuno di noi”, ha detto Macron secondo la ricostruzione di El Paìs. Per questo, Sanchez ha avanzato l’ipotesi che il lavoro sulle due proposte venga affidato ai presidenti delle cinque istituzioni europee (Commissione, Consiglio europeo, Europarlamento, Bce ed Eurogruppo); ma, sempre a quanto rivela El Paìs, Merkel si è opposta temendo che i cinque (anche a causa delle nazionalità coinvolte, sembra di capire) finirebbero col proporre qualche forma di mutualizzazione del debito. In questo contesto di scontro fra fronti contrapposti, un possibile compromesso potrebbe essere forse l’eliminazione della “condizionalità futura” (l’impegno al ritorno alla stabilità finanziaria) per accedere alla linea di credito del Mes. Una soluzione che, pur non avendo la stessa efficacia dei “Coronabond”, almeno garantirebbe tassi d’interesse uguali per tutti i paesi che volessero accedervi. Ma non sembra che i falchi dell’austerità siano disposti a fare neanche questa concessione.

L’impressione è che sia sempre più un dialogo fra sordi, che le divisioni stiano continuando ad approfondirsi, fino a minacciare la tenuta dell’Eurozona, e della stessa Unione europea. E’ un rischio che non è mai stato così grande, neanche durante la crisi greca. Perché non è più solo un negoziato politico: pesano le migliaia di morti in Italia e in Spagna, e quelli che purtroppo si aggiungeranno ancora nei prossimi giorni, anche negli altri paesi. Oggi è intervenuto, dopo un lungo silenzio anche l’ex presidente della Commissione Jacques Delors, padre del mercato unico e dell’euro avvertendo che la mancanza di solidarietà europea fa correre “un pericolo mortale” all’Unione. E sarebbe davvero una tragedia che il futuro dell’Europa unita fosse condizionata così pesantemente dagli egoismi di certi stati nel corso di un’emergenza sanitaria che sta colpendo in modo massiccio e come mai era avvenuto prima.

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