Roberto Bertoni. La rivincita dei buoni

Roberto Bertoni. La rivincita dei buoni
Può anche darsi che, alla fine, tutto rimanga come prima o, come temono i pessimisti incalliti, che la situazione possa addirittura peggiorare. Personalmente, ne dubito. Non tanto perché confidi nella politica: la amo, la considero una parte essenziale della mia vita ma sarei insincero se negassi di essere estremamente preoccupato per la brutta china che ha preso, a livello nazionale ma anche in ambito internazionale, con un’Europa la cui indecisione e inadeguatezza ormai si commenta da sola. Credo che saremo migliori, invece, come cittadini. L’Italia che si sta mostrando in queste settimane, con le sue strade e le sue piazze vuote, i suoi riti improvvisati ma efficaci come i canti dai balconi e i piccoli, grandi gesti di solidarietà cui assistiamo ogni giorno, l’Italia dei commessi, dei portantini, degli infermieri, dei trasportatori, degli umili e degli ultimi che, all’improvviso, si trasformano in colonne portanti, quest’Italia ha già vinto. Ha vinto perché ci ha aperto gli occhi sulle innumerevoli scemenze cui prima prestavamo un’attenzione eccessiva. Ci ha aperto gli occhi sulla nostra assurda frenesia, sul nostro produttivismo cinico e disattento, sulla nostra incapacità di prenderci cura del prossimo, di tenerci per mano, di goderci un semplice cappuccino o una chiacchierata con l’edicolante. Ci ha aperto gli occhi su un modello di sviluppo che, in realtà, costituisce una fonte di arricchimento dissennato per i soliti noti e di impoverimento per tutti gli altri. Ci ha aperto gli occhi su una certa televisione, su un certo modo di intendere tanto il giornalismo quanto l’intrattenimento e sul fatto che noi quelle oscenità non le vogliamo più vedere.
Torneranno i pollai in cui ci si accapiglia e ci si parla addosso, possibilmente insultandosi e scadendo nella sconcezza, certamente sì. Torneranno le trasmissioni che destano ribrezzo solo a guardarle per sbaglio, magari facendo zapping in un momento in cui si cerca un attimo di leggerezza e di distrazione, senz’altro. Torneranno le brutture, le schifezze, i conduttori incapaci, gli urlatori d’accatto, gli agit-prop da quattro soldi e gli opinionisti un tanto al chilo, non c’è dubbio. Fatto sta che penso anche, forse ingenuamente, che avranno un peso assai minore rispetto a prima. Perché questa devastazione, questo deserto, questo vuoto interiore che stiamo provando e che sempre più sconvolge le nostre vite, tutto ciò ci pone di fronte a una sfida talmente dura che nessuna marionetta potrà colmare il nostro costante senso d’incertezza. E allora avremo bisogno di bontà, di gentilezza, di parole dolci, di scrittori degni di questo nome, di giornalisti-giornalisti, di persone cui magari non prestavamo ascolto nel mondo di ieri ma che in quello di domani ci sembreranno indispensabili. Accadrà per pochi, sostiene qualcuno, magari per chi ha già un elevato livello culturale, e anche se fosse così non sarebbe male, ma non credo neanche questo. Credo, al contrario, che saranno soprattutto i più fragili a cercare di cambiare e di modificare in meglio la propria condizione, imparando a distinguere le parole dal rumore, le idee dai berci, l’informazione dai ciarlatani, lo spettacolo e il varietà dalle nullità assolute che si spacciano per cantanti, attori, attrici, soubrette e via elencando.
Credo che nel mondo di domani tornerà di moda la competenza, che si comincerà a guardare negli occhi un commesso per dirgli grazie, che si daranno per scontate molte meno cose, che anche una semplice passeggiata senza che un drone ti segnali o un agente ti venga a fermare per dirti di tornare a casa ci sembrerà meravigliosa, e così un tramonto, un’alba, una serata sulla spiaggia con gli amici quando è Ferragosto e si avverte il bisogno di stare tutti all’aria aperta. Credo che saremo assai meno schizzinosi perché questa crisi ci avrà insegnato a non illuderci che le conquiste democratiche siano per sempre e che anche Bobbio, pur essendo morto da sedici anni, tornerà d’attualità, magari inconsciamente. Mi auguro, poi, che in politica passino di moda gli odiatori, i sindaci che emettono ordinanze cretine e malvagie, i presidenti di regione che sembrano macchiette, i ministri venuti dal niente e che niente resteranno, i finti alleati, i finti sostenitori del governo, i finti oppositori e coloro che, pur di stare al potere, sarebbero pronti a sgovernare con chiunque. Diciamo che questo è il settore in cui sono più pessimista, poiché non sono nato ieri e so bene che molte di queste speranze rimarranno tali, almeno nel breve periodo.
Tuttavia, il solo fatto che siamo tornati a rivolgerci alle edicole e agli edicolanti, a rimpiangere le librerie e a sognare di poterci andare a vedere un film al cinema, solo questo mi consente di dire che la stagione in cui ci siamo illusi che bastasse uno smartphone per dominare il mondo si è definitivamente conclusa e difficilmente tornerà. Lo useremo con maggiore intelligenza, magari per darci un appuntamento, scambiarci un video o una riflessione, chiacchierare al telefono, giocare, perché anche l’aspetto ludico ci sta, postare una foto sui social e persino per cazzeggiare un po’. Lo useremo ancora molto ma non sarà più l’unico orizzonte della nostra vita. Assisteremo, in poche parole, a una parte speriamo non minima di quello spirito del dopoguerra più volte auspicato dal presidente Mattarella. E forse torneranno d’attualità anche alcuni discorsi ed esempi di allora, quelli che ci hanno reso grandi e rispettati nel mondo. In alcuni passaggi di quest’articolo ho peccato di eccesso d’ottimismo, tutto voluto, in altri credo di essere stato profondamente realista. Sarà la rivincita dei buoni, al crepuscolo del trentennio del cattivismo inutile.
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