Patrizio Paolinelli. Tre domande a… Giorgio Benvenuto. “Se il Consiglio europeo non troverà uno strumento comune di debito per superare la crisi economica l’Unione sarà travolta”

Patrizio Paolinelli. Tre domande a… Giorgio Benvenuto. “Se il Consiglio europeo non troverà uno strumento comune di debito per superare la crisi economica l’Unione sarà travolta”

Dopo sei ore di videoconferenza e il rischio rottura evitato in extremis il Consiglio europeo non ha raggiunto un accordo sugli strumenti da adottare per affrontare la crisi economica determinata dalla pandemia in corso. Ogni decisione è stata rinviata alla prossima riunione che si terrà fra quindici giorni. Come giudica questa situazione?

Non do la partita persa perché l’Italia non è isolata come invece è accaduto in altri momenti. Poi, dei passi in avanti sono già stati fatti. Mi riferisco al Quantitative Easing da 750 miliardi e alla sospensione del patto di stabilità. Guardiamo bene: il patto di stabilità vedeva dei vincoli in base ai quali i Paesi dell’Unione non potevano avere un deficit pubblico superiore al 3% del PIL e un debito pubblico al di sotto del 60%, sempre del PIL. Oggi questi vincoli sono saltati per tutti. Non a caso al Consiglio europeo l’Italia si è si presentata insieme ad altri otto Paesi che hanno presentato un documento con cui si è chiesto uno strumento comune di debito, ossia il coronabond. Sul piano politico una novità importante consiste nel distacco della Francia dal tradizionale asse con la Germania. L’altra novità mi sembra l’articolo di Mario Draghi uscito sul Financial Times. Articolo in cui l’ex presidente della Bce da un lato sostiene la necessità di far leva su un aumento significativo del debito pubblico e, dall’altro, che non ci si deve preoccupare di dare assistenza a chi perde il lavoro, occorre invece darci una linea che mantenga il lavoro. Altrimenti come si mantengono i servizi pubblici? Come si pagano le pensioni? Per tutti questi motivi ritengo che la discussione sia ancora aperta e che il prossimo Consiglio europeo debba arrivare per forza di cose a una soluzione altrimenti l’Unione verrebbe travolta.

Come sempre sui mezzi di comunicazione imperversano gli economisti di scuola neoliberista. Alcuni dei quali sostengono che per ottenere eventuali prestiti da parte dell’Europa occorra dare garanzie e comunque i soldi vadano poi restituiti. Cosa pensa di questo modo di ragionare?

Penso che si tratti di ragionamenti di chi non ha capito cosa sta avvenendo nel mondo. Non voglio esagerare, ma siamo dinanzi a una tragedia biblica. Si pensi al fatto che le scuole sono chiuse e che il governo ha stanziato diversi miliardi in buoni spesa per le famiglie più povere. Se non si immette liquidità nel sistema economico dimenticandoci una volta per tutte delle politiche di austerità si avrà l’assalto alle banche, si avranno problemi di ordine pubblico. In Italia, e non solo in Italia, esistono milioni di persone che vivono alla giornata o che tirano avanti col lavoro nero. Si pensi solo a tutta quell’economia informale che ruota attorno al turismo. Un settore oggi letteralmente in ginocchio. Se l’economia è ferma, come vivono tutte queste persone? Siamo in una situazione di guerra contro un nemico la cui avanzata possiamo solo rallentare, peraltro con costose misure di contenimento, e al momento non siamo in grado di sconfiggerlo. Ribadisco: ragionare in termini contabili significa non capire l’eccezionalità del momento. E aggiungo: proprio per la gravità della situazione occorre che il governo coinvolga sul serio i partiti di opposizione così come i sindacati, le imprese e le associazioni. Occorre istituire un comitato di salute pubblica.

Tuttavia è occorsa una maratona negoziale e la minaccia di sciopero generale per raggiungere un accordo sulla sicurezza nelle aziende tra sindacati, industriali e governo. Si doveva arrivare a tanto?

No, non si doveva arrivare a tanto perché i sindacati hanno offerto una straordinaria disponibilità. Comunque, alla fine l’accordo è stato trovato. Capisco le ragioni degli industriali ma bisogna uscire dalla logica secondo la quale è più importante produrre che salvaguardare la dignità e la salute delle persone. Tanto più in un Paese come l’Italia che registra tassi di infortuni sul lavoro tra i più alti d’Europa. Si dice a voce bassa ma l’ecatombe avvenuta in alcune città del Nord Italia è probabilmente dovuta anche al fatto che si è tardato a chiudere molte attività produttive mentre in tante fabbriche si lavora gomito a gomito e si vive un po’ come nelle case di riposo. Fino a qualche giorno fa la metropolitana di Milano era colma di viaggiatori che andavano a lavorare e lo stesso dicasi sui treni dei pendolari. Certo, a tutto ciò non hanno giovato i problemi di coordinamento tra regioni, comuni e governo a cui abbiamo assistito né il fatto che nel giro di un mese o poco più si siano cambiate per diverse volte le disposizioni per uscire di casa.

Share