Nuccio Iovene. Papa Francesco e Sergio Mattarella, due giganti al cospetto del mondo malato

Nuccio Iovene. Papa Francesco e Sergio Mattarella, due giganti al cospetto del mondo malato

Ci sono giorni che segnano un discrimine, e venerdì 27 marzo 2020 sarà molto probabilmente ricordato come uno di questi. Certamente in Italia, ma anche nel resto del mondo. Mentre il nostro Paese si piegava di fronte ad un nuovo record di decessi in un solo giorno a causa del Covid-19 che così frustrava il barlume di speranza lasciato intravedere dal calo dei giorni precedenti e la pandemia si diffondeva ovunque, spingendo addirittura il più negazionista degli stati (gli USA) in cima alla classifica mondiale per numero di contagiati e colpendo il leader che con maggior cinismo solo pochi giorni prima aveva liquidato il pericolo invocando l’immunità di gregge ed il necessario tributo di morti da dedicare ad essa (Boris Johnson), dall’Italia e da Roma sono partiti due messaggi, potenti non solo per le parole pronunciate e l’autorevolezza di chi se ne è fatto carico, ma per il valore simbolico ed in un caso senza precedenti che li ha accompagnati.

Papa Francesco ha scelto di parlare al mondo da una piazza San Pietro deserta, sotto la pioggia, da solo come mai prima era successo ad un pontefice. Ha interpretato le paure e le speranze non solo dei fedeli, ma dell’intera umanità e nello stesso tempo è andato al cuore dei problemi sottolineando che “non ci siamo ridestati di fronte a guerre e ingiustizie planetarie, non abbiamo ascoltato il grido dei poveri, e del nostro pianeta gravemente malato. Abbiamo proseguito imperterriti, pensando di rimanere sempre sani in un mondo malato”. Ed ha continuato: “non è il tempo del tuo giudizio, ma del nostro giudizio: il tempo di scegliere che cosa conta e che cosa passa, di separare ciò che è necessario da ciò che non lo è. È il tempo di reimpostare la rotta della vita verso di Te, Signore, e verso gli altri”. Il papa che già aveva indicato con l’enciclica “Laudato si’” la centralità della tutela dell’ambiente e della natura, e si era fatto portatore di una ecologia integrale in cui il bene comune, l’equità verso i poveri, la sobrietà devono guidare le scelte non solo dei singoli credenti, ma quelle dei governi e della comunità internazionale, e che si apprestava ad Assisi a mettere a nudo le contraddizioni dell’economia e gli squilibri e le ingiustizie che essa provoca nel mondo contemporaneo con il suo manifesto globale sull’Economy of Francesco ha scelto non solo di ricordare le vittime del virus, confortare le persone colpite e l’umanità smarrita, sostenere quanti si adoperano in forma diversa nel fare fronte alla malattia e alla sua diffusione, alleviare le sofferenze, ma anche di indicare una via d’uscita fatta di solidarietà e rimessa in discussione profonda del sistema economico sociale imperante.

Poco più tardi anche il Presidente della Repubblica, Mattarella, ha rivolto un suo messaggio al Paese ed all’Europa. Un messaggio chiaro, umano anche nei suoi fuori onda, e fermo. Non si è limitato a ricordare doverosamente le vittime e i loro familiari, i malati e tutti coloro i quali sono impegnati in prima linea nel contenimento del contagio e nella cura della malattia, anche a rischio della propria vita. Senza dimenticare nessuno tra coloro che in questi giorni difficili continuano a fare il loro dovere per garantire i servizi essenziali e il funzionamento del Paese, in un passaggio complicato nelle relazioni tra i Paesi dell’Unione Europea Mattarella ha ricordato, dando forza alle richieste del governo, che “sono indispensabili ulteriori iniziative comuni, superando vecchi schemi ormai fuori dalla realtà delle drammatiche condizioni in cui si trova il nostro continente. Mi auguro che tutti comprendano appieno, prima che sia troppo tardi, la gravità della minaccia per l’Europa. La solidarietà non è soltanto richiesta dai valori dell’Unione ma è anche nel comune interesse” e ribadito che unità e coesione sociale sono indispensabili nella condizione attuale.

Due giganti al confronto della gran parte dei leader politici del pianeta ancora incapaci di comprendere fino in fondo la gravità della situazione e la profondità delle conseguenze che già ora sta determinando. Basti pensare alla riottosità con cui alcuni Paesi europei hanno accolto le proposte dei loro partner, al momento più colpiti dal Coronavirus, per un intervento comune e straordinario di sostegno dell’economia e delle società europee, o al discorso fatto dal presidente brasiliano Bolsonaro, sostenendo che “il Brasile non si può fermare a causa di un virus, alcuni moriranno, è certo, ma è la vita”. C’è chi pensa, anche qui da noi, che quella che stiamo vivendo è solo una brutta parentesi da archiviare il prima possibile (con le opposizioni nostrane che dopo aver anch’esse minimizzato a lungo la gravità della situazione ora hanno scelto la strada del dire che qualunque scelta fatta dal Governo è comunque insufficiente, o Renzi che senza neanche aspettare gli sviluppi della situazione chiede di riaprire le fabbriche prima di Pasqua e tornare alla “normalità”) e che si possa ricominciare esattamente da lì dove ci siamo fermati alla fine dello scorso febbraio come se niente fosse, con le stesse modalità, priorità e meccanismi.

Non è e non sarà così. Oggi occorre continuare a contenere e combattere il contagio, mettere in sicurezza i cittadini e garantire loro le cure più adeguate, sostenendo al tempo stesso (come si è cominciato a fare) economicamente e socialmente le aree più fragili ed esposte della società. E cominciare a mettere in campo una idea di modello di sviluppo e di Paese in grado di fare i conti con i mali e gli errori che hanno portato noi, e l’intero pianeta, in questa situazione drammatica. Solo così potremo uscirne fuori, dimostrando di avere imparato la lezione.

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