Alfonso Gianni. Da cosa cattiva può nascere cosa buona? I paradossi della politica

Alfonso Gianni. Da cosa cattiva può nascere cosa buona? I paradossi della politica

Scriveva Thomas Mann che “Certe conquiste dell’anima e della conoscenza non sono possibili senza malattia”. Ma l’evento della malattia è qui inteso come un accadimento all’individuo, non ad una collettività. Si pensi a Dostoevskij, alla sua terribilmente affascinante descrizione dell’attacco epilettico. Nell’Idiota, quei momenti sono come “caratterizzati da una folgorazione della coscienza e da una suprema esaltazione emotiva del soggetto”. Riconosciamo qui un sorta di misticismo della malattia. Non a caso questo è un tratto comune della grande letteratura europea a cavallo del XIX° e del XX° secolo. Si pensi a Proust. “La Recherche è la grande opera di un malato” Sono le prime parole del potente saggio di Giovanni Macchia che ci introduce alla lettura della grande opera dello scrittore francese nell’edizione einaudiana. La malattia, dunque, come viaggio della e nell’anima alla scoperta non solo di un mondo interiore, ma di una nuova relazione fra sé e la realtà esteriore che l’apparente o transitoria sanità del corpo impediva di vedere con tanta vibrante lucidità.

Ma quando la malattia, un’epidemia alle soglie d’essere catalogata come pandemia, investe non una comunità, ma potenzialmente e sempre più di fatto l’intera popolazione mondiale senza zone franche, si può mantenere lo stesso giudizio, quello che ci porta a dire più semplicemente che da cosa cattiva potrebbe anche nascere una cosa buona?

Se leggiamo e osserviamo le migliori riflessioni che si fanno strada tra l’opprimente volume di banalità che le soffoca, troviamo qualche cosa di nuovo. Non solo la sottolineatura di elementi critici al sistema economico e all’impalcatura istituzionale messi in atto dal moderno capitalismo, ma persino elementi che alludono ad una strada diversa. Nel nostro paese la cosa è abbastanza evidente, Non passa giorno che anche antichi fautori della medesima non mettano sotto accusa la regionalizzazione della sanità incapace di sostenere la sfida di una epidemia che si muove con rapidità a livello mondiale. Per non parlare del ridicolo di cui oggi si copre lo scellerato progetto di una autonomia differenziata voluta e sostenuta dalle regioni del Nord, le prime ad essere travolte dalla inedita emergenza sanitaria.

Per fortuna le riflessioni non si fermano ai confini nazionali, ma investono l’operato dell’Unione europea nel suo complesso. Quante volte abbiamo sentito dire, secondo i consunti schemi della retorica convegnistica che “L’Europa deve parlare con una voce sola”, espressione di volta in volta riferita ai più diversi argomenti, quali la politica energetica o a quella che dovrebbe trasformare il nostro continente in un agente attivo della pace.

Ora il tema si pone in modo grave, acuto, urgentissimo su due versanti: uno non nuovo, ma riproposto in modi terribili e strazianti, quello dei migranti spinti da Erdogan contro le militarizzate frontiere in di una  Grecia dove ben si coglie il carattere barbaricamente regressivo del cambio tra una politica di un governo di sinistra e uno di destra. L’altro è quello del terreno delle politiche economiche da attuare subito al fine di fornire strumenti e risorse per fermare l’ondata epidemica e per contenere e possibilmente invertire gli effetti depressivi che comunque lascerà nella società e nella economia europea.

In entrambi i casi non siamo di fronte a fenomeni episodici, transeunti ed emergenziali, ma covati a lungo nella profondità e nella lunga durata dei processi di trasformazione degli assetti capitalistici del mondo contemporaneo. Questi due aspetti, persino brutale l’uno, drammatico l’altro, incastonati in uno sfondo di guerre e di deterioramento climatico-ambientale non sono a guardar bene separati ma sono sfaccettature di un prisma di ottusità unico, caratterizzato dall’assenza di qualunque pratica di solidarietà che segna le relazioni fra i paesi dell’attuale Ue. Ma se questa non affronta e risolve questi nodi che ci sta a fare? I fenomeni di deglobalizzazione non hanno aspettato le recenti drammatiche congiunture per manifestarsi. Da tempo sono in crisi i vecchi assetti dei rapporti commerciali. Non da oggi la curva della profittabilità delle multinazionali, che delocalizzavano intere fabbriche alla ricerca del minore costo del lavoro possibile, si è volta verso il basso o quantomeno appiattita. Non è certo di questi giorni la reazione che il sistema economico dominante ha messo in atto a queste tendenze, inventandosi nuove tipologie e modalità di formazione e di organizzazione delle catene del valore, puntando sul “capitalismo delle piattaforme” e su quello “della sorveglianza”, ove sono abbattute le spese per impianti fissi e per personale stabile agendo essenzialmente grazie al lavoro precario o addirittura gratuito in quanto nascosto nella crisalide del consumo. Ma tutto ciò viene oggi accentuato  e messo a nudo.

Se al di là di sciocche e vuote parole, verso i processi migratori, indotti da guerre e da disastri ambientali da noi stessi europei in gran parte provocati, persiste la cieca politica della negazione della vita, sul versante economico – e non a caso – si fa strada, seppure con molta fatica, qualche barlume di consapevolezza. Il tema degli Eurobond, pur nelle sue molteplici versioni possibili, non è più un tabù e neppure l’idea stravagante di qualche economista fuori dal mainstream. Anzi è nato un nuovo neologismo: il coronabond aspetto finanziario decisivo  per una nuova coronaconomics. Si tratterebbe di obbligazioni emesse dai singoli Stati nazionali ma garantite dall’insieme dei membri dell’Unione e vincolati a finanziare il contrasto alle conseguenze economiche dell’epidemia in corso. Si tratta come è noto di superare le logiche sovraniste e separatiste di diversi paesi, non i “frugali” ma i “tirchi” come li ha definiti il capo del governo portoghese, e soprattutto le ataviche resistenze della Germania. La suddivisione fra i vari paesi del rischio ne conterrebbe fino alla nullità la misura.

Anziché discutere delle modifiche regressive al Mes, che cristallizzano la divisione  dei Paesi in quelli a rischio e quelli no, è di questa innovazione che bisognerebbe urgentemente parlare e decidere. Tanto più che la pioggia di liquidità del Quantitative easing,  ha perso sempre più di efficacia, ha fomentato nuove bolle, e non raggiunge né imprese né persone, ma si ferma nelle banche. Particolarmente in una situazione, determinata dalle misure antiepidemiche, in cui la crisi si fa sentire su entrambi i lati, quello della domanda e quello dell’offerta.

Nello stesso tempo una svolta solidale in economia servirebbe anche a contrastare la disumanità con cui viene trattata la questione dei processi migratori. Anziché fili spinati, pallottole e bastonate, servirebbe aprire le porte della Ue, ridare speranza di vita a chi è stata tolta anche per nostra responsabilità, non solo per smontare la forza ricattatoria e criminale di Erdogan, ma anche trovare insieme le strade di un nuovo modello di società.

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