Valter Vecellio. Da innocente lo Stato mi costringe a pagare al posto di un criminale. Da cittadino vengo trattato da suddito

Valter Vecellio. Da innocente lo Stato mi costringe a pagare al posto di un criminale. Da cittadino vengo trattato da suddito

Ho “bussato” invano. Mi sono rivolto alla presidente del Senato e al presidente della Camera; al ministro della Giustizia; a tutti i leader dei partiti e dei movimenti presenti in Parlamento: ho posto per undici volte, a tutti, la stessa, semplice, domanda: è giusto che da innocente riconosciuto da tre tribunali della Repubblica, debba essere io a pagare al posto del dichiarato colpevole? Se mi dite che è giusto, lo faccio. Era semplice: si poteva rispondere: “Sì, è giusto”; oppure: “No, non è giusto”; o anche: “Lo prevede la legge, una legge sbagliata, faremo il possibile per mutarla; ma è in vigore, dunque, purtroppo se ne faccia una ragione”. Nulla di tutto ciò. Solo e unicamente silenzio e indifferenza. Anche questa, beninteso, una risposta. Una risposta che equivale a: “Lei, signor Valter Vecellio è un cittadino solo formalmente; nel concreto è un suddito, deve obbedire, subire e patire. E non si lamenti perché questo è e sarà”.

Ecco perché da oggi mi sono dimesso da “cittadino” di questa Repubblica, e mi sono iscritto al folto “partito” dei sudditi.

Sono un “suddito” e non sono più un “cittadino” perché mi sono presentato all’ufficio postale con un bollettino, e versato trecento e passa euro sul conto intestato all’Agenzia delle Entrate. Non ho saldato un mio debito con l’erario; ho pagato allo Stato italiano quello che era stato condannato a pagare un criminale nazista, condannato in sede definitiva all’ergastolo perché giudicato tra i colpevoli dell’orrendo eccidio alle Fosse Ardeatine. Ho pagato vergognandomi; e meno mi sarei vergognato se mi avessero sorpreso a rubare. E mentre pagavo, montava sorda in me la rabbia, l’indignazione, l’avvilimento. Sì, chiamiamo le cose con il loro nome: ero incazzato nero, come ora, del resto.

Questa la storia.

Comincia nell’ormai lontano 1996. Il 1 agosto di quell’anno una corte di giustizia italiana, pur riconoscendo le responsabilità dell’ex capitano delle SS Erich Priebke per quel che riguarda l’eccidio alle Fosse Ardeatine, ritiene di applicare le attenuanti generiche, e dichiara di “non doversi procedere, essendo il reato estinto per intervenuta prescrizione”; ne ordina l’immediata scarcerazione. Una sentenza accolta con grande indignazione dai familiari delle vittime, dalla comunità ebraica di Roma, dalla Roma civile e democratica. La pacifica protesta attorno alla sede del tribunale militare, si protrae fino a notte fonda. Interviene il ministro della Giustizia di allora, Giovanni Maria Flick, che riesce a trovare una norma che blocca l’iter di scarcerazione, e dispone un nuovo processo. Priebke viene infine condannato all’ergastolo; lo sconta in parte nel carcere militare, poi ai domiciliari, in un appartamento che gli viene messo a disposizione da un suo simpatizzante. Ai domiciliari Priebke resta fino a quando non sopraggiunge la morte, l’11 ottobre 2013.

Priebke non dimentica quella manifestazione del 1 agosto 1996: si ritiene vittima di una sorta di sequestro di persona, e – con i suoi legali – individua in Pacifici e in chi scrive, gli organizzatori del sequestro. Ci troviamo indagati, finiamo sotto processo. Curioso: il magistrato non si dà neppure pena di interrogarci, di conoscere la nostra versione. Si arriva così al processo. Assolti in primo grado, nel successivo, e in Cassazione. Pago di tasca mia l’avvocato che mi ha difeso, non chiedo un centesimo di risarcimento per il danno che la vicenda mi ha procurato: con Priebke non voglio aver nulla a che spartire, avere da simile individuo anche un solo centesimo mi avrebbe provocato l’orticaria. Priebke, in quanto querelante-soccombente è condannato a pagare le spese processuali. Per quel che mi riguarda la vicenda finisce. Passano gli anni; nel maggio 2013 mi viene recapitata una busta, con l’ingiunzione a pagare 285 euro per spese processuali. Chiedo chiarimenti; come mai mi si chiede di pagare al posto di chi ha perso, ed è stato condannato? A questo punto il dialogo si fa surreale: “Priebke risulta nullatenente, dunque anche se voi avete vinto la causa, dovete pagare. Lo Stato non può andare in perdita. Però, dopo, se vuole, lei si può rivalere nei confronti di Priebke”. Non è questione di alcune centinaia di euro; è questione di principio. In generale, perché non mi sembra giusto che chi viene assolto debba far fronte a spese che chi è condannato non paga; nello specifico: un nazista mi perseguita, e alla fine devo pagare al suo posto, pur essendo messo nero su bianco che non sono colpevole di nulla? Roba da matti.

Sono, politicamente parlando, allievo della scuola di Marco Pannella, radicale da quando indossavo i calzoni corti. Inerme, ma non inerte. Sollevo mediaticamente il caso. Se ne occupano giornali e televisioni. Trascorrono un paio di giorni, colleziono un robusto dossier di reazioni e dichiarazioni indignate e stupite. Infine la notizia: un anonimo benefattore decide di pagare lui, le spese processuali. E’ evidente che qualcuno ha pensato di metterci una toppa in questo modo. Grazie, “anonimo”. Non ci penso più.

Storia chiusa? No. Qualche mese fa nuova busta dell’Agenzia delle entrate-riscossione, con un papiro di carte che non finisce mai; il cui succo è in un bollettino, che mi invita a pagare 291 euro e 21 centesimi entro sessanta giorni dalla notifica: “277.02 controllo tasse e imposte indirette anno 2007; 8.31 oneri di riscossione spettanti a Agenzia delle entrate-Riscossione; 5,88 diritti di notifica spettanti a Agenzia delle entrate-Riscossione”. E “l’anonimo benefattore”? Evidentemente non è mai esistito; se lo sono inventati per tacitarci nei giorni della polemica. Ammirevole, non c’è che dire, la “Agenzia delle entrate-Riscossione”, che tace, ma implacabile non dimentica: e torna a farsi viva, sei anni dopo la prima ingiunzione; ventitré anni dopo la notte del presunto sequestro; una dozzina d’anni dopo che tre sentenze “in nome del popolo italiano” hanno certificato che quel sequestro non c’era stato, e che comunque né Riccardo Pacifici né io siamo colpevoli di alcunché.

Torno a sollevare mediaticamente la questione. Il presidente della Federazione Nazionale della Stampa, Beppe Giulietti, l’USIGRAI con i suoi dirigenti, altri colleghi (non troppi, a dire il vero) si schierano al mio fianco, esprimono solidarietà e vicinanza. La più cara e preziosa è quella della presidente della comunità ebraica di Roma, Ruth Dureghello: “Mi auguro sinceramente che le istituzioni e le autorità sappiano comprendere quanto gravi possono essere gli effetti e le ricadute di questa stortura giudiziaria e riportare nei giusti canali il messaggio che la memoria di una società democratica e civile deve diffondere. Per questa ragione ci siamo offerti di pagare noi le spese, affinché diventi ancora più evidente l’assurdità di questa decisione”. Credo che Ruth e la Comunità abbiano pienamente colto la gravità della cosa: credo che si debba riflettere su quanto hanno colto con esattezza: “quanto gravi possono essere gli effetti e le ricadute di questa stortura giudiziaria”. Sono in errore se la considero frutto di una burocrazia miope e venata di follia; esagero se considero una beffa, un oltraggio, un insulto, quanto mi è accaduto e accade? Evidentemente, sì: sono in errore. Arriva la terza ingiunzione. A questo punto, basta: sono esausto. Hanno vinto loro. Ha vinto Priebke. Hanno vinto gli indifferenti, i silenziosi; quelli che potevano e non hanno mosso un dito, non hanno detto parola. Questa mattina ho pagato la cifra richiesta, con ulteriori 17 centesimi di mora. La considero un’estorsione. Un furto. Lo subisco e patisco.

Ringrazio la comunità ebraica di Roma che attraverso Ruth si è offerta di pagare per me. No; che sia la comunità a pagare il debito di un nazista lo riterrei un ulteriore oltraggio. Non voglio, non posso, non devo. Dai miei amici della comunità accetto tutto, spezzerò sempre con loro il pane, ma questo proprio no. Quella somma molto meglio la destinino a qualche ente che sostiene e aiuta persone bisognose della comunità. Mi aiuterà a superare la rabbia e l’indignazione che mi cova dentro. Li ringrazio e li abbraccio. Il nazista si è comportato da nazista qual era, fino in fondo. Ma gli altri, quelli che tutti i giorni mi chiedono di aver fiducia, di credere nei valori che dovrebbero incarnare e che dovrebbero essere di esempio per tutti: loro riescono a immaginare la rabbia, lo sdegno (e per buona educazione non uso altri termini), che provo nei loro confronti? Sono loro che mi hanno tradito, colpito alle spalle. Non li perdonerò mai, per questo; né mai dimenticherò l’oltraggio subito.

Share