Unicredit scrive ai sindacati, annuncia 6mila esuberi e la chiusura di 450 filiali. No di Fabi, Cgil, Cisl e Uil. Landini: il lavoro non è una merce. Mustier accelera i tempi del confronto. La ministra Catalfo si accorge solo ora della gravità

Unicredit scrive ai sindacati, annuncia 6mila esuberi e la chiusura di 450 filiali. No di Fabi, Cgil, Cisl e Uil. Landini: il lavoro non è una merce. Mustier accelera i tempi del confronto. La ministra Catalfo si accorge solo ora della gravità

Nunzia Catalfo, ministra  del Lavoro, ora convoca i vertici di Unicredit. Verrebbe da dire che la convocazione avviene quando i buoi sono usciti dalla stalla. Perché  le intenzioni del ceo, l’amministratore delegato, Jean Pierre Mustier, di chiudere 450 sportelli e di mandare a casa 6 mila dipendenti, erano ben note da tempo. Così come era noto che il piano dei tagli annunciati nel mese di dicembre stava andando avanti, piano che riguardava insieme all’Italia anche Germania e Francia, dove il progetto di tagli è già in fase avanzata. Già allora i sindacati dei bancari si erano  opposti. Era intervenuto anche il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, il quale aveva dato una risposta durissima al piano industriale, chiamiamolo così per carità di patria e per il rispetto che è dovuto ai lavoratori, presentato dal ceo di Unicredit. “Il lavoro non può essere considerato una merce che si prende quando serve e si butta quando fa comodo”, aveva detto Landini. “Unicredit annuncia 8 mila esuberi e chiude i primi nove mesi con un utile di 4,3 miliardi. Questo non è fare impresa, è essere irresponsabili. Non lo possiamo accettare. Il governo – affermava – non può accettarlo. Prima di aprire un gravissimo conflitto, Unicredit riveda tutto. Ritiri quanto ha improvvidamente annunciato e, prima di compiere azioni gravi e irreparabili, discuta con il sindacato”. Ancora: “Come Unicredit – aveva sottolineato il leader della Cgil – ci sono decine di imprese sane che licenziano senza giustificazione. E centinaia di imprese hanno necessità di una politica industriale che le aiuti a uscire dalle secche di una crisi che non passa, anzi che si aggrava. Ilva, Alitalia, i lavoratori LSU, Auchan, Mercatone Uno, Bekart, Whirlpool, e potrei continuare a citare una a una le oltre 160 situazioni di crisi all’attenzione del governo e parlare anche delle centinaia di aziende piccole e medie in grave difficoltà, nelle quali il sindacato sta dando l’anima per salvare posti di lavoro, capacità produttiva, intelligenze e saper fare. Va data una svolta e va data in fretta. Il governo agisca e faccia in fretta. Cambi le leggi sbagliate, a cominciare dal jobs act e dalle norme sugli appalti. Faccia politica industriale, sblocchi gli investimenti”, aveva concluso Landini.  Anche le segreterie nazionali dei bancari avevano giudicato “irricevibile” il piano di Unicredit. Ma Mustier non si ferma, il governo tace. E così arriva la lettera ai sindacati. Unicredit  “ufficializza” il piano, non tiene in alcun conto della presa di posizione delle organizzazioni dei lavoratori, non c’è traccia che vi sia  stato un intervento del ministero del Lavoro.

La banca punta sempre più a digitalizzare processi e servizi. Tagli anche in Germania e Austria, ma in misura minore

Nella lettera si prevede tra il 2019 e il 2023 che in Italia vi siano 6 mila esuberi e la chiusura di 450 sportelli.  La motivazione è che l’attività dei clienti allo sportello si è più che dimezzata in pochi anni, il numero delle operazioni effettuate in filiale è calato del 55% mentre è “costante” l’aumento di clienti che fanno uso esclusivo di canali internet o telefonici e per questo la banca punta sempre più a digitalizzare processi e servizi. Il taglio di personale in Italia rappresenta la gran parte della riduzione dei posti di lavoro all’interno del gruppo, in totale 8 mila. Circa due mila sono stati effettuati in Germania e in Austria e i relativi oneri sono già stati spesati nel quarto trimestre dell’anno. Una cifra “inaccettabile”,  afferma il segretario generale della Fabi , Lando Maria Sileoni.  E  rilancia: ogni due esuberi vogliamo “almeno un’assunzione” e uscite solo concordate. Il segretario generale della Fisac-Cgil, Giuliano Calcagni parla di “numero spropositato”. “La territorialità dell’istituto, i livelli occupazionali e salariali – afferma – non potranno certo essere sacrificati in nome degli utili che il ceo, monsieur Jean Pierre Mustier, pensa di poter redistribuire ai propri azionisti”. “Non esiste un problema di esuberi nel gruppo”, afferma il segretario generale aggiunto della Uilca, Fulvio Furlan. Il segretario della First Cisl, Riccardo Colombani dice che: “Deve essere chiaro che non siamo disposti a discutere di esuberi se contemporaneamente non si parlerà anche di assunzioni. La nostra richiesta è che ogni due uscite sia prevista almeno un’assunzione”. Come ha detto anche Sileoni”, le parole del segretario Riccardo Colombani.

Per quanto riguarda il confronto con i sindacati sugli esuberi, dovrebbe svolgersi il 14 febbraio. Tutto in gran fretta, ma i sindacati respingono la decisione unilaterale di Unicredit e le motivazioni che vengono date. Nella lettera vengono descritte le attività bancarie attuali, i prelievi, i pagamenti, i bonifici, e tutte le operazioni che si facevano tradizionalmente agli sportelli sono diminuiti del 55%. In termini assoluti — sostiene  Unicredit — ci sono state 20,3 milioni di operazioni in meno dai 36,8 milioni del 2016, con oltre 300 milioni di transazioni registrate in media solo negli ultimi dodici mesi sui canali «evoluti», ovvero web e via smartphone. Negli ultimi dodici mesi i prelievi allo sportello sono calati del 53% con 148 milioni eseguiti invece dagli sportelli automatici. Anche i bonifici si sono ridotti del 43% negli ultimi dodici mesi, con 100 milioni in tutto disposti da remoto. Nessun accenno, nella lettera, all’utile dell’azienda che, come abbiamo detto, a novembre risultava pari a 4,7 miliardi di euro, qualcosa in più di quanto aveva denunciato Landini. E non si tratta di bruscolini.

Nella lettera inviata ai sindacati le “eccedenze” nuove previste dal Piano si moltiplicano

Nella lettera inviata ai sindacati (pensiamo, ma non ne siamo certi, che sia stata inviata anche alla ministra Catalfo ed è sperabile che abbia avuto, perlomeno, il tempo di leggerla) si fa presente che da Unicredit vengono ricercate “soluzioni condivise”. Ma per quanto riguarda i seimila esuberi annunciati “500 sono eccedenze di capacità produttiva del piano industriale appena terminato (il cosiddetto Transform 2019) mentre 5.500 riguardano nuove eccedenze legate al piano industriale al 2023 (Team23)”. Per le “uscite”, i licenziamenti per dirla in parole povere, si fa riferimento ai dipendenti che maturano il requisito pensionistico entro il 31 dicembre 2023. Per le altre uscite si “intende poi valutare in via prioritaria l’attuazione dello strumento del fondo di solidarietà di settore” verso i dipendenti più vicini alla pensione, con più finestre di uscita. A cominciare dai 400 che hanno chiesto di aderire al fondo di solidarietà sotto il vecchio piano, e non accettate. Infine, nell’ambito della trattativa verranno approfondite «ulteriori forme di esodo che consentano di ampliare le forme e/o le uscite» come “quota 100, opzione donna, riscatti di periodi non coperti da contribuzione”. Proprio queste affermazioni di Mustier trovano immediate risposte, ancor prima che si apra il tavolo di confronto. Affermazioni nel segno della arroganza di cui la ministra del Lavoro dovrà tener conto. “Unicredit – afferma  il leader della Fabi, in sintonia con i dirigenti dei sindacati Cgil, Cisl, Uil del settore – continua ad avere un atteggiamento inaccettabile: l’amministratore delegato Jean Pierre Mustier si illude di poterci squadernare un piano a scatola chiusa, di fatto senza discutere i numeri, tutti già cristallizzati nella lettera di avvio di procedura sul confronto che ci è arrivata oggi. Praticamente a soli quattro giorni dalla data del confronto decisa, di fatto, dal ceo di Unicredit”. Quanto “all’ossessione dei tagli, a fine 2019 i costi totali del gruppo si sono attestati a 9,9 miliardi, assai meno rispetto all’obiettivo prefissato a 10,6 miliardi. Vuol dire che il gruppo ha tagliato 700 milioni di troppo, di fatto senza motivo. E Il cost-income, principale indicatore di redditività, è al 52% tra i livelli migliori d’Europa. Inoltre, Unicredit vuole concentrare il 70% dei tagli al personale e alle filiali in Italia, che, però, è l’area di maggior profittabilità del gruppo, a livello europeo. Insomma, idee confuse e solito piano per fare utili sulla pelle dei lavoratori”. Non solo stando ai numeri, a far le spese del piano del gruppo sarebbero in gran parte i lavoratori Italiani, meno colpiti quelli tedeschi e austriaci, e la “polpa” da spremere  è in Italia. Non solo. L’arroganza di Mustier non ha limiti. Nella lettera inviata ai sindacati Unicredit afferma che intende cercare “in ogni caso entro e non oltre il limite del primo trimestre 2020 attraverso il confronto sindacale soluzioni condivise idonee ad attenuare per quanto possibile le ricadute sociali del nuovo piano” sui lavoratori. Ipocrisia a buon mercato, non c’è che dire. Mustier ha dato ai sindacati meno dei fatidici “otto giorni”. Ai sindacati e anche alla ministra del Lavoro. Non è un bel vedere. Sarebbe il caso che  Nunzia Catalfo si facesse sentire.

Share