Roberto Bertoni. Tutti i giovani di Bernie Sanders

Roberto Bertoni. Tutti i giovani di Bernie Sanders
Possono fare quello che vogliono. Possono anche metterlo fuori gioco o sfavorirlo in tutti i modi, proprio come accadde nel 2016, quando l’improvvida strategia dei vertici del Partito Democratico favorì a dismisura la Clinton durante le Primarie, salvo poi costare carissima all’Asinello durante le elezioni vere. Possono anche andare avanti con trucchi e magheggi di varia natura, in quanto questo anziano senatore indipendente del Vermont, dichiaratamente socialista e troppo a sinistra per gli standard di una compagine innamorata del liberismo e delle sue storture, disturba non poco i piani di quanti vorrebbero che tutto cambiasse affinché tutto restasse com’è, in una riedizione in salsa americana della celebre opera di Tomasi di Lampedusa. Può succedere qualunque cosa da qui a giugno, quando si conoscerà ufficialmente il nome dello sfidante di Donald Trump alle Presidenziali di novembre. Ciò che sappiamo sin d’ora è che Biden è uno sconfitto. Comunque vada, Biden ha perso. Ha perso perché la sua candidatura non ha senso, ha perso perché appartiene a un’altra era geologica, ha perso perché è un dinosauro e come tale si presenta e appare agli occhi di milioni di ragazzi, i cui sogni e le cui speranze sono affidate a tutt’altro genere di candidati.
Anche se non dovesse farcela l’anziano Bernie, infatti, potrebbe toccare alla Warren, paladina dei diritti dei consumatori al cospetto dello strapotere di Wall Street, o all’outsider Buttigieg, ex sindaco di South Bend e figura emblematica della nuova America, attenta ai diritti civili e non certo contraria a rivendicazioni radicali in materia di diritti sociali. Va detto che il nostro è un po’ troppo in continuità con le teorie degli anni Ottanta, che la sua condanna del trickle down e del Washington Consensus sono più di facciata che reali e che non basta promettere di garantire a tutti l’assistenza sanitaria se non si parte dall’assunto che non bisogna rivedere leggermente i piani ma cambiare radialmente i paradigmi interpretativi e il modello di sviluppo. Fatto sta che l’unico a non avere un posto nel mondo è proprio Biden, il vecchio Joe, protagonista di decadi della politica statunitense e ormai giunto al capolinea, chiacchierato per una serie di vicende familiari, innanzitutto quelle legate al figlio Hunter, e incapace di togliersi di dosso la patina del perfetto secondo, del braccio destro, del vice, una figura affidabile e magari ancora sfruttabile in un ruolo apicale ma non spendibile per la corsa alla Casa Bianca.
Il DNC (Democratic National Committee), dal canto suo, deve stare attento perché la suggestione del terzo spazio, del candidato indipendente che si pone fuori dai due schieramenti storici e muta il corso della politica americana, è una tentazione mai sopita, soprattutto in quelle fasi storiche in cui più forte si avverte il bisogno di cambiamento e radicalità. Basti pensare alla scelta compiuta da Theodore Roosevelt nel 1912, quando presentò la propria candidatura sotto le insegne del Partito Progressista e impedì la rielezione del repubblicano Taft. O al disastro di Wallace nel ’68, quando il razzistissimo governatore dell’Alabama si candidò come indipendente e, di fatto, spianò la strada a Nixon, al cospetto di un Partito Democratico già distrutto dall’assassinio di Kennedy a Los Angeles e dilaniato dalle divisioni interne che portarono alla candidatura del fragile Humphrey. O allo scherzetto di Ross Perot nel ’92, quando il miliardario populista, in un certo senso un precursore di Trump, tolse voti preziosi a Bush senior agevolando la vittoria di Clinton. O alla sconfitta di Gore nel 2000, favorita anche dalla candidatura dell’ambientalista Ralph Nader. Infine, basti pensare, sia pur in misura minore, ai voti conquistati da Jill Stein nel 2016: un’altra ambientalista che tolse voti importanti a Hillary Clinton, spianando la strada a Trump. Insomma, la favola dello one to one, della sfida a due e del bipartitismo è, per l’appunto, una favola, sostanzialmente quasi mai concretizzatasi nella realtà del voto americano e, anzi, resa spesso irrealizzabile dagli errori dei due schieramenti principali. Stiano, dunque, attenti i membri della nomenklatura democrat perché stavolta rischiano: non tanto che Sanders si candidi contro l’Asinello (non lo farebbe mai) ma che un altro candidato, fuori dai due blocchi maggiori, animato da idee simili a quelle di nonno Bernie, decida di correre in solitario, drenando consensi preziosi e agevolando la riconferma di Trump.
Potrebbe non esserci neanche bisogno di questo scenario, dato che i sostenitori di Sanders, in particolare i giovanissimi, potrebbero semplicemente, come quattro anni fa, non recarsi alle urne, abbandonando al proprio destino l’ennesimo veterano di mille sconfitte e facendo sprofondare l’America e il mondo intero nell’abisso. In ogni caso, avrebbero perso per sempre, perché il vento del cambiamento, anche per quanto concerne la composizione sociale e demografica del paese, è comunque inarrestabile, e i democratici in stile Ocasio, Omar e Tlaib saranno presto la maggioranza. Forse bisognerà aspettare il 2024 ma il tempo delle Clinton e dei Biden, politicamente parlando, è terminato nel 2008 con il trionfo di Obama. Peccato che non l’abbiano ancora capito.
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