Roberto Bertoni. Junaid e la lotta per i diritti delle donne

Roberto Bertoni. Junaid e la lotta per i diritti delle donne
Junaid Hafeez è un professore di trentatre anni che insegna all’università Bahauddin Zakariya in quel di Multan, nella regione del Punjab, e in Pakistan rischia la pena di morte per blasfemia. La sua colpa sarebbe quella di aver trasmesso agli studenti il valore supremo dei diritti delle donne. È una vicenda inquietante, troppo grande per essere descritta, impossibile da accettare, una barbarie contro cui la comunità internazionale ha il dovere di mobilitarsi. Contro le donne, infatti, è in atto una jihad mondiale che vede insolitamente alleati i profeti talebani di una falsa religione basata sull’odio e i trumpisti di ogni ordine e grado sparsi per il globo, in una sorta di union sacrée fra retrogradi che vede nella donna un nemico non in quanto donna ma in quanto esempio di figura in lotta per i propri diritti e per un’idea di progresso sociale collettivo.
Se si trattasse di una mera questione femminista, in quanto uomo, potrei tirarmi indietro e dire: non mi interessa. Sarebbe comunque un grave errore, il tradimento degli insegnamenti e dei valori di don Milani, ma avrebbe un minimo di fondamento. Ma la verità è che la brutalità ai danni delle donne ci riguarda tutti; anzi, riguarda innanzitutto noi uomini, poiché costituisce la cartina al tornasole del modello di società che si ha in mente.
Da una parte, una società chiusa, patriarcale, arrogante, basata sul dominio, sul possesso, sull’oppressione e sulla mercificazione dei corpi delle donne. Dall’altra un’idea di società aperta, in cui ciascuno abbia gli stessi diritti, in cui sia pienamente attuato l’articolo 3 della nostra Costituzione, in cui non esista alcuna forma di discriminazione, in cui nessuno scelga una donna perché donna ma perché persona ritenuta capace di svolgere al meglio un determinato compito. Questo insegnava e vorrebbe tornare a insegnare il professor Hafeez, ed è per lui e per milioni di donne picchiate, stuprate, lapidate e massacrate in ogni angolo del mondo che dobbiamo mobilitarci. Dobbiamo trasformare la lotta in difesa del sacrosanto diritto di vivere di un uomo che rischia l’impiccagione, contro la pena di morte sempre, comunque e dovunque, nella battaglia di tutte e di tutti contro una violenza che è rivolta anche contro chi non la subisce direttamente. Dobbiamo capire che il professor Hafeez che cercava di combattere il machismo diffuso nel suo Paese è un simbolo per tutti e un pericolo per chi vorrebbe non solo una donna sottomessa, prona e subalterna ma un’intera società meno libera e priva dei diritti essenziali, primo fra tutti la libera affermazione della propria personalità.
Dobbiamo scendere in piazza, manifestare sotto l’ambasciata del Pakistan di ogni capitale europea, accendere i riflettori e occuparci costantemente di un uomo che rischia addirittura la morte per essersi opposto alla crudeltà di un contesto che ancora non tollera l’idea che nessun essere umano, meno che mai le donne, possa essere ridotto a un oggetto di consumo e sostanzialmente schiavizzato. Lottare con e per Junaid significa lottare per un’altra idea di mondo. Il mondo di cui abbiamo bisogno per non darla vinta ai fondamentalisti che stanno devastando il concetto stesso di convivenza civile, trasformando la donna nel bersaglio ideale della propria ideologia di sterminio e del proprio desiderio di assoggettare l’umanità a un disegno autoritario senza precedenti.
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