Renzi, sconfitto dalla storia, presume di dare lezioni a Corbyn sulla sinistra. Ma dice enormi fake news. Dovrebbe scusarsi

Renzi, sconfitto dalla storia, presume di dare lezioni a Corbyn sulla sinistra. Ma dice enormi fake news. Dovrebbe scusarsi

Il leader di Italia viva Matteo Renzi, nel suo intervento in occasione dell’apertura dei lavori della prima Assemblea nazionale di Iv a Cinecittà, a Roma, affida a una serie di “riflessioni” la differenza tra una sinistra che vince e una sinistra che perde. Insomma, spiega come si va al governo, vincendo le elezioni, con chi ci si va e soprattutto con chi non ci si va. Le riflessioni di Renzi sarebbero perfino di interesse politologico se però non avessero un limite: la smemoratezza. O meglio, una finta perdita di memoria, una tattica, usata da tanti politici in modo retorico per evitare di affrontare di petto questioni decisive.

Renzi infatti ha affermato: “noi parliamo di futuro: se qualcuno vuole Giuseppe Conte come leader dei progressisti fa bene. Se qualcuno immagina di fare un partito – ha continuato l’ex premier – insieme con Movimento cinque stelle, Partito democratico, Liberi e uguali e reduci di Leu diremo in bocca al lupo, ma saremo da un’altra parte. Per noi non può esistere quella visione del progressismo, è la stessa che contestiamo a Corbyn o che non funzionerebbe in America. Noi vogliamo essere quelli che sono coerenti con una visione innovatrice, per coniugare riformismo e sogno. A noi non interessa quello che accadrà tra Pd e M5s, ma non possiamo cedere alla cultura populista, anche se non grillina. Non possiamo stare con chi ha detto certe cose. Noi siamo orgogliosamente diversi – ha concluso Renzi – da chi strumentalizza le paure”.  Fermiamoci qui per un attimo. Si tratta, come si evince, della retorica di chi punta a convincere l’uditorio che colui che parla non ha un passato, non ha una storia, non ha tratti salienti sui quali forse varrebbe la pena, con umiltà, legittimare un cambiamento di visione (consigliamo un prezioso volume di Chaim Perelman, su questo tema, a chiunque, tra i lettori renziani, e non, volesse approfondire, il Trattato dell’argomentazione). E tuttavia, ripartendo da zero, trova il modo per giudicare le esperienze politiche di altri leader, come fosse la dimostrazione di un teorema. Non si parla delle proprie sconfitte, ma si usano le sconfitte di altri per nascondere le proprie. Ecco perché Renzi usa lo stratagemma retorico di Corbyn, lo sconfitto. Senza dire però che mentre Corbyn vinceva, proprio lui veniva sconfitto dalla storia, prima nel referendum costituzionale del 4 dicembre e poi in tutte le elezioni amministrative e politiche tra 2017 e 2019 (in fondo andrebbe rammentato che la sconfitta fu del Pd renziano). Ma andiamo avanti.

“Il miglior assistman di Boris Johnson sulla Brexit è stato Jeremy Corbyn. La storia si sta incaricando di insegnarci che l’unica sinistra capace di vincere era quella di Tony Blair e non quella di Corbyn”. Anche questa è una frase di Renzi, che però ha tutto il sapore demagogico della fake news. Alcuni dati smentiscono Renzi. Alle elezioni del 1997, Blair fa il pieno, con 13.500.000 voti, superando di parecchio l’allora leader conservatore John Major. Alle elezioni del 2001, il primo capitombolo di Blair, che pur arrivando in testa perse la bellezza di 3 milioni di voti, consentendo l’avvicinamento dei conservatori (la differenza tra laburisti e tory passò da 4 milioni a circa 1 milione e mezzo). Quattro anni dopo, nel 2005, Blair prese un’ulteriore legnata, raggiungendo la cifra “storica”, questa sì, di 9 milioni e mezzo di voti, distanziando di poche centinaia di migliaia di voti i conservatori. Ergo, in circa otto anni, il blairismo ha perso quasi 5 milioni di voti. Ed erano anni “facili”, non c’era ancora la crisi finanziaria, né la Brexit, la Germania entrava ed usciva da una crisi devastante, la Ue non era ancora l’odiato nemico dei sudditi di sua maestà, e imporre politiche neoliberiste era più semplice. Vediamo invece i risultati di Corbyn. Primo dato rilevante: l’ex leader dei laburisti non è mai sceso sotto i 10 milioni di voti, come invece è accaduto a Blair. Nelle due tornate elettorali in cui ha guidato i laburisti, Corbyn totalizza nel 2017 (anno difficile), 12.877.000 voti, un enorme bottino, che solo il sistema elettorale Westminster aveva limitato; nel 2019, Corbyn e il Labour ottengono 10.265.000 voti, e il minimo storico di deputati proprio per effetto della vittoria di Johnson, sostenuto dai brexiteers di Farage, e del sistema elettorale, basato sul concetto del “chi prende un voto in più nel collegio vince”, il cosiddetto “first past the post”. Ora, dinanzi a questi dati, non solo viene smentita la teoria di Renzi per la quale con la sinistra radicale non si vince, ma soprattutto si scopre l’uso strumentale che è stato fatto di Jeremy Corbyn. Al quale, suggeriamo, Renzi dovrebbe delle pubbliche scuse.

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