Cinquant’anni fa Bertrand Russell…

Cinquant’anni fa Bertrand Russell…

Come canta Lucio Dalla: chiedi alla ragazzina bellina di quindici anni e il suo sguardo garbato “chi erano i Beatles?”, e lei risponde che non li conosce, “neanche il mondo conosco / ma del resto ne so molto poco / ne so proprio poco…”. Invece dei Beatles provo a chiedere di Bertrand Russell, e non solo la ragazzina; anche i suoi genitori. Un personaggio di cui si smarrisce la memoria, e non è cosa buona. Bertrand Arthur William Russell, nato a Trellech, nel Galles, il 18 maggio 1872, morto a Penrhyndeudraeth, un villaggio vicino Gwynedd, anch’esso nel Galles, il 2 febbraio 1970, cinquant’anni fa: anniversario “scivolato” come acqua di fonte su pietra liscia. Marchese, membro della Camera dei Lords. Una lunga vita, la sua, definirla anticonformista è poco. Difficile inquadrarlo in uno schema: filosofo, logico matematico; autore di quasi un centinaio di saggi sui più vari argomenti; trova il tempo per dedicarsi alla letteratura: nel 1950, gli accademici di Stoccolma gli conferiscono il premio Nobel; “profeta” della vita creativa e razionale. Le fotografie lo immortalano come un tipico “british”; spesso la pipa, il viso spigoloso, spirito arguto e dissacrante: per intenderci, alla George Bernard Shaw o alla Winston Churchill. Il gusto per il buon vivere, la “vocazione” a cercare il bello del brutto, il buono del cattivo (e, naturalmente, viceversa). Chissà cosa pensa, nei tanti anni della sua lunga vita, quando riflette su quello che è stato, e può essere ancora. Forse, come tutti, a volte è sfiorato dal dubbio; ma è consapevole, come dice un bardo, che la sua sia “un’assurda battaglia, ma ignorare non puoi, che l’assurdo ci sfida per spingerci ad essere fieri di noi”.

Libertario, sostiene che il miglior governo debba essere una sorta di federazione mondiale tra comunità libere. Un’utopia che insegue tenacemente; meno isolato di quanto si può pensare. A medesime conclusioni arrivano altre personalità, e si può citare tra tutte, Thomas Mann. C’è chi elabora un “Disegno preliminare di Costituzione mondiale”, dieci eminenti studiosi: Robert E. Hutchins, Mortimer J. Adler, Stringfellow Barr, Albert Leon Guerard, Harold A. Innis, Erich Kahler, Wilbert G. Katz, Charles H. MC Ilwain, Robert Redfield, Rexford Guy Tugwell; tutti luminari e docenti di diritto nelle sue varie branche. Cuore, cervello e anima del progetto, è uno dei tredici universitari che non giurano fedeltà al fascismo, e ripara negli Stati Uniti: Giuseppe Antonio Borgese autore di “Golia, marcia del fascismo”, lettura imprescindibile per capire la genesi e lo sviluppo mussoliniano. Nella Nota di presentazione (badate: del 2 luglio 1948), Hutchins e Borgese scrivono: “…Non è una esagerazione il supporre che la presente Costituzione possa fornire sagome e capisaldi di studio, e istigare a ulteriori discussioni del problema del Governo Mondiale. Tale problema, fondamentalmente e in ultima analisi, è il problema dell’economia atomico. Fuor da quadro di tal problema generale è impossibile, non che risolvere, neppure tentar di risolvere i singoli problemi che travagliano il nostro tempo”. La prefazione è di Piero Calamandrei (per inciso, il volume è disponibile, curato da Silvia Bertolotti, “Una Costituzione per il mondo”, edizioni di Storia e Letteratura). Per tornare a Russell: si oppone alla partecipazione del Regno Unito alla prima guerra mondiale. Per questo perde la cattedra al Trinity College dell’Università di Cambridge, per sei mesi viene incarcerato nella prigione di Bixton, colpevole d’essere “dissidente”.

Pacifista di un relativo pacifismo (torna a suo onore, beninteso, che i dogmatismi, quali siano, sono sempre da aborrire): negli anni precedenti la seconda guerra mondiale, inizialmente è fautore di una politica di pacificazione, appeasement; disponibile perfino a un dialogo con i nazisti; i fatti concreti lo costringono a ricredersi: nel 1940, riconosce che Hitler deve essere combattuto con determinazione e risolutezza. Da “pacifista relativo” ritiene che la guerra sia un male, ma in circostanze estreme (il caso di Hitler, appunto), è il male minore. Il suo può essere definito un socialismo democratico e riformatore; per un periodo è aperto sostenitore del Partito Laburista, approda a sponde fabiane. A partire dagli anni ’50 con Albert Einstein diventa attivista delle campagne per il disarmo nucleare. Nel 1961 nuovamente processato, e condannato a due mesi di carcere, in seguito al suo arresto in una manifestazione a Londra contro il proliferare delle armi nucleari. Il giudice gli concede, data l’età avanzata (89 anni), la libertà condizionale; deve però promettere sul suo onore che per il futuro adotterà un “buon comportamento”. Russell rifiuta; e rinuncia al privilegio, come Pari d’Inghilterra, di essere esentato dall’arresto senza autorizzazione della Camera dei Lords. Russell sostiene che il totalitarismo, e in particolare quello nazista e stalinista, sono figli di quella “volontà generale” teorizzata da Jean-Jacques Rousseau, e successivamente elaborata con diversi nomi e accenti da altre filosofie; in estrema sintesi si riconosce nella democrazia moderna, intesa come figlia legittima del pensiero illuminista classico, il filone che si snoda da John Locke e gli illuministi francesi.

Scrive decine di libri, e non saprei dire da quale cominciare, anche per la varietà dei generi. Da “I principi della matematica”, a “Socialismo, anarchismo, sindacalismo”; da “Cosa io credo” a “Saggi scettici”; da “Matrimonio e morale” a “Storia delle idee del secolo XIX”; da “Elogio dell’ozio” a “Storia della filosofia occidentale”; da “Ritratti a memoria” a… fermiamoci qui: prendete uno, e cominciate. Un inglese fluente ed elegante, “musicale”, il suo: sia quando scrive, che quando parla: nelle private conversazioni, ma anche quando megafono in mano, “dialoga” con ragazze e ragazzi che potrebbero essere suoi nipoti: lui, una chioma bianca che spicca, inappuntabile nel suo vestito classico; attorno una folla accovacciata che indossa “divise” le più chiassose e stravaganti, libera da orpelli convenzionali d’estetica; lo ascoltano estasiati, quel canuto più giovane di tanti di loro: e lui si diverte in quella festa di cosce impudicamente esibite, e per nulla scosso dai primi “spinelli” che passano di bocca in bocca. Ben altro, occorre, per scuotere un aplomb sedimentato da generazioni. “Loro” che attingono dai suoi paradossi; come quando propone l’istituzione di una doppia polizia: una impegnata a cercare le prove che incastrano un presunto colpevole, l’altra in senso contrario, che deve scagionarlo. Perché, spiega, lo Stato deve non solo perseguire, ma anche difendere il cittadino imputato.

Negli ultimi suoi anni, “dona” il suo nome al Tribunale Internazionale contro i crimini di guerra: un organismo indipendente non giurisdizionale che fonda assieme a Jean-Paul Sartre nel novembre 1966; l’iniziale scopo è indagare sui crimini commessi dall’esercito statunitense durante la guerra in Vietnam; i resoconti di quelle “sedute” li si possono trovare nel volume “War Crimes i Vietnam”. I “giurati” sono personaggi del calibro di James Baldwin, Lelio Basso, Julio Cortazar, Simone de Beauvoir, Gisèle Halimi. Inutile chiedersi se ci sia un “erede” del patrimonio ideale di Russell. Viviamo altri tempi, che pur non troppo lontani, da un certo punto di vista sideralmente lo sono. Altre situazioni, altri “contesti”, altri “testi”. Non si può meccanicamente sovrapporre quello che è accaduto e raffrontarlo con quanto succede; le stesse persone spesso in modo diverso, se non opposto si comportano, a seconda dei momenti. Però non è inutile operazione serbarne il ricordo, cercare di non smarrirne la memoria; ogni tanto sfogliare ancora qualche sua pagina. Se oggi abbiamo qualche diritto in più, qualche oppressione in meno, lo dobbiamo anche a personaggi come Russell. Ricordarlo non fa male.

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