Alfonso Gianni. Venti di crisi politica nel rallentamento dell’economia mondiale

Alfonso Gianni. Venti di crisi politica nel rallentamento dell’economia mondiale

Scenari di crisi all’orizzonte. Non è una novità nel nostro paese. Questa volta le fibrillazioni si consumano nello scontro fra Giuseppe Conte e Matteo Renzi. L’occasione è data dalla legge sulla prescrizione: un vero cul de sac nel quale si è infilata la maggioranza di governo trascinata dall’improvvido Bonafede. Difficile uscirne. Per i 5stelle, già prostrati dai tracolli elettorali, si tratta dell’ultima bandiera da alzare, altrimenti gli resta solo la decurtazione retroattiva dei vitalizi. Un traballante paravento per nascondersi dai problemi veri del paese, come la cancellazione dei decreti sicurezza o la rinascita del Mezzogiorno. D’altro canto non c’è lodo che tenga; qualunque sia il Conte a proporlo va inevitabilmente a sbattere contro il secondo comma dell’articolo 27 della Costituzione che dice chiaro e tondo che: “L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva”. Non bastasse, lo ribadisce una norma puntuale (art. 6) della Convenzione europea dei diritti dell’uomo.

È assai dubitabile che Renzi, dopo avere preso a calci per mesi la Costituzione fino alla fatale sconfitta nel referendum del 4 dicembre 2016, ne sia improvvisamente diventato un paladino. Ma era facile prevedere che non si sarebbe lasciato sfuggire un’occasione così ghiotta, fornitagli su un piatto d’argento dai suoi stessi avversari, per risalire la china di un’avventura politica negli ultimi tempi assai accidentata. Perciò si torna a danzare sull’orlo di un burrone, mentre dal Colle si fa sapere che altre soluzioni di governo per fare giungere la legislatura al suo termine naturale, sono quanto meno viste con estremo sospetto, se non negate in partenza. Incertezza e instabilità tornano ad essere le “cattive” compagne della politica nostrana. Ma non bisogna guardare la realtà dal buco della serratura della sala dei ministri di Palazzo Chigi.

Vi sono sommovimenti più di fondo che stanno scuotendo il quadro politico, peraltro non solo quello del nostro paese. Il 2020 è cominciato peggio del 2019, l’anno “bellissimo”, secondo l’infelice dichiarazione porta sfortuna di Giuseppe Conte. Il coronavirus non ha tardato a seminare morte e paura e a influenzare pesantemente l’andamento di un’economia globalizzata già complicata da processi di rallentamento e di mutazione del e nel sistema capitalistico, sia sul versante dell’accumulazione che della catena del valore.

Quando apparve la Sars nel 2003 la Cina rallentò per un anno intero. Ma era a un tasso di crescita superiore al 10%, ora più contenute. Se consideriamo il Pil a parità di potere d’acquisto (il Ppa), il paese asiatico ha già superato, dal 2014, l’economia americana. Il suo peso nell’economia mondiale è enormemente cresciuto. Un suo brusco rallentamento ha conseguenze depressive su scala planetaria. Già ora si stima un calo tra lo 0,1 e lo 0,2 del Pil mondiale. In molti sperano che il picco epidemico sia già stato raggiunto o quasi. Ma nessuno lo può dire con certezza. Anzi, l’Organizzazione mondiale della sanità accende i riflettori sull’Africa, particolarmente esposta ai pericoli di contagio, vista l’incidenza crescente della presenza cinese e la fragilità del sistema sanitario.

Per il nostro paese i contraccolpi si sommano alle antiche debolezze strutturali. La Commissione europea stima una crescita della nostra economia dello 0,3% per il 2020 e dello 0,6% per l’anno successivo, ultimi in Europa. Anche se né Germania né Francia se la spassano. Da noi la defaillance è nei settori industriale e agricolo, mentre il ristagno dei servizi è esposto al peggioramento del turismo. Non deve trarre inganno il calo dello spread, il finanziamento a tassi negativi del Tesoro (-0,1%) e il boom di domanda alle aste di Btp.

È un dato coerente con il fatto che per ora i mercati finanziari stimano più l’esito delle elezioni in Emilia e Romagna che non le attuali fibrillazioni sull’asse Conte-Renzi e soprattutto temono l’arretramento economico internazionale tanto da puntare sulla tipologia di investimento più sensibile agli stimoli monetari. Questo vale non solo per l’Italia, ma anche per gli Usa, per non parlare della Germania i cui tassi hanno raggiunto -0,39%. I capitali si rifugiano nei lidi della finanza, alimentando bolle e soprattutto sottraendo risorse a investimenti. Il Green New Deal rimane così una formula vuota. La ricerca del miglior rendimento speculativo l’unica ancora di salvezza. L’incertezza economica alimenta quella politica e viceversa in un vortice senza fondo. E non è certo questo il governo che ha la coesione e la forza per esprimere una politica che vada in controtendenza.

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