Alfonso Gianni. La diffusione del virus peggiora l’economia mondiale

Alfonso Gianni. La diffusione del virus peggiora l’economia mondiale

Seguendo l’andamento assai preoccupante dell’epidemia di coronavirus non può non venire in mente un libro che, per chi l’ha letto, resta indimenticabile: Armi, acciaio, malattie (ma l’originale inglese è più preciso su quest’ultimo termine: germs) di Jered Diamond, dove  l’antropologo (e molto altro) statunitense compone una “breve storia del mondo degli ultimi tredicimila anni” attraverso l’influenza che nella storia umana e nel prevalere di alcuni popoli e nazioni su altri ebbero le vicende militari, quelle economiche e le epidemie infettive più o meno mortali.

Agli inizi del nuovo millennio fu la Sars (Severe Acute Respiratory Syndrome) avente come epicentro sempre la Cina a seminare fondate preoccupazioni nel mondo intero. Una  volta debellata, ne comparve un’altra, dieci anni dopo, con epicentro in Arabia Saudita, la Mers (Middle Eastern Respiratiory Syntome), quest’ultima non ancora del tutto vinta. Quindi dagli inizi del duemila ben tre sono state le malattie infettive che riguardano e vengono trasmesse dall’apparato respiratorio. Nessuno è in grado di potere dire se quella attuale sarà più o meno micidiale delle altre, essendo ancora  in piena espansione. E soprattutto non si sono ancora individuati i farmaci per sconfiggerla.

Giorni addietro era circolata la notizia della rilevazione dell’efficace funzionamento di due farmaci su persone affette dal virus, Ma in queste ore l’ottimismo è del tutto venuto meno, dal momento che l’Organizzazione mondiale della sanità ha dichiarato che rebus sic stantibus non sono ancora state trovate terapie veramente efficaci contro il coronavirus. Sono in diversi ad ingegnarsi, giustamente, per comprendere quale è la linea e il ritmo di sviluppo  e di espansione del virus e soprattutto la percentuale dei casi mortali sugli infetti accertati. Naturalmente le valutazioni non sono unanimi.

Conviene perciò stare ai dati di fatto, quelli che avevamo a disposizione fino a due giorni fa. Il quadro non è disastroso ma neppure allegro: i decessi sono 494, di cui due fuori dalla Cina (Filippine e Hong Kong), dove peraltro si prevede la quarantena per chiunque provenga dal grande paese asiatico, i guariti sono più di mille, mentre si calcola che i contagi siano in totale 24.597, di cui 24.400 circa in Cina. Questi numeri ci dicono che il rapporto tra morti e contagiati è ancora basso, e pare in linea discendente, ma il punto interrogativo riguarda la vera entità della estensione del contagio e, in assenza di terapie risolutrici, la sua durata.

Ma il virus porta con sé altri gravissimi danni. Il primo riguarda l’incremento di fenomeni di sinofobia, di vero e proprio razzismo, del tutto irrazionali, “la diceria dell’untore” per dirla con Gesualdo Bufalino, oppure artatamente suscitati e alimentati dallo sciacallaggio delle destre alla Salvini. L’immagine del Presidente Mattarella che saluta bambini cinesi in una scuola evidenzia il grado di allarme che questi fenomeni creano e la giusta risposta che viene dal colle.

La seconda immediata conseguenza dell’epidemia si riscontra a livello economico. Pur avendo la Cina già contratto il ritmo di crescita del proprio Pil, restava sempre uno degli assi principali dell’economia e del mercato mondiali. Ma questo ruolo oggi viene inceppato dalla diffusione del coronavirus, con ripercussioni che, nell’epoca del capitalismo globalizzato, non possono che assumere una dimensione mondiale. I segnali che già si avvertivano di un rallentamento nel processo di globalizzazione e di una mutazione delle sue forme e dei suoi protagonisti subisce un ulteriore freno, con effetti fra loro contrastanti.

L’economia cinese si trova improvvisamente in un momento di grave difficoltà. Conseguentemente diminuiscono i suoi bisogni di petrolio, che veniva consumato dal Dragone nella misura del 13% del disponibile su scala mondiale. Il che ha comportato nel giro di due settimane la perdita del 12% del prezzo del barile di greggio. Il che, seppure in modo rallentato dalla presenza delle famigerate accise, ha portato una diminuzione del costo del carburante alla pompa anche nel nostro paese.

Goldman Sachs stima che il coronavirus porterà ad una diminuzione sul Pil mondiale tra lo 0,1% e  lo 0,2%. Un rallentamento che ha anche effetti positivi per chi ha contratto mutui variabili e per i conti pubblici dei paesi in difficoltà, fra cui il nostro. Qualcuno già chiede di aumentare i tassi di interesse. Ma contemporaneamente molti settori chiave della nostra economia, e non solo nostra ma anche di altri paesi della Ue, come la Germania, si trovano in difficoltà impreviste o aggravate. È il caso del turismo, il settore più immediatamente esposto a fenomeni di questa natura. Ma anche il settore della meccanica, del vino, dell’arredamento che negli ultimi tempi avevano aumentato l’export in Cina impattano in una brusca frenata. Per non parlare dei settori del lusso, cui la nostra economia si aggrappa, che dalla assai più limitata circolazione non solo cinese ma internazionale subiscono una botta non da poco.

Insomma se l’anno passato non si è rivelato bellissimo e l’infelice battuta del Presidente del Consiglio è stata falsificata da una triste realtà, questo 2020 comincia il suo cammino sotto i peggiori auspici. Gli ingranaggi della globalizzazione si rivelano più fragili che potenti, esposti quanto mai all’imprevisto.

Ma proprio tutto ciò conferma che linee di galleggiamento, come vorrebbe essere la manovra economica dell’attuale governo, possono essere travolte nello spazio di un amen. Invece sarebbe servita e ancora di più oggi servirebbe, una manovra in controtendenza, realmente espansiva, basata su una spesa pubblica oculata ma incisiva. I media ci hanno raccontato la storia della ricercatrice precaria che ha dato un contributo decisivo alla individuazione del coronavirus. Ma tutta la ricerca italiana è in questa condizione: pochi fondi, tanta precarietà. La realtà ci indica invece che non solo il nostro paese ma il mondo intero di quelle intelligenze ha un estremo e immediato bisogno. Non dare loro una sicurezza e un adeguato riconoscimento economico è più criminale che stupido.

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