Alfonso Gianni. Il 2019 non è stato affatto un anno bellissimo

Alfonso Gianni. Il 2019 non è stato affatto un anno bellissimo

L’euforia dei partiti di governo per la sconfitta dell’”uomo nero” nelle elezioni emiliano-romagnole è durata poco. I dati forniti venerdì dall’Istat forniscono un quadro capace di raggelare ogni entusiasmo. L’economia italiana subisce una brusca frenata. Il Pil nel quarto trimestre è calato dello 0,3% rispetto al trimestre precedente. I nuovi dati hanno sconvolto le previsioni degli analisti i quali avevano scommesso su un quadro uguale al trimestre precedente. E già non sarebbe stata una pacchia. In sostanza, ci dice l’Istat, il calo registrato “ha interrotto la debole tendenza positiva prevalsa nell’arco dei quattro trimestri precedenti”. La contrazione del Pil nell’ultimo trimestre del 2019 è il peggiore calo trimestrale registrato dal 2013. Il che “determina un abbassamento del tasso di crescita tendenziale del Pil – è sempre l’Istat a certificarlo -, che scende a zero dallo 0,5% del trimestre precedente”.

Questo ci permette di conoscere la realtà dell’andamento dell’economia italiana nel 2019, che, esattamente dodici mesi fa, il Presidente del Consiglio definì “un anno bellissimo”, salvo poi derubricare la dichiarazione come una battuta (riuscita davvero male). La stima dell’Istat sul Pil, corretto per il calendario e la stagionalità, è impietosa. Nel quarto trimestre si è manifestato un consistente calo nell’industria e in agricoltura, mentre nel terziario si è verificato un sostanziale ristagno. Praticamente male o malissimo dappertutto. Ci descrive una crescita nel 2019 – anche se i dati definitivi sull’intero anno saranno comunicati come da tradizione a marzo – dello 0,2%, nettamente inferiore al già poco glorioso +0.8% del 2018. Il Ministro dell’economia Gualtieri prevede un “rimbalzo” nei primi mesi dell’anno in corso, ma non pare che il suo ottimismo riesca a rassicurare alcuno. Anzi. Sarà anche per la paura innescata dal virus, che dalla Cina ha raggiunto anche il nostro paese, ma Piazza Affari venerdì ha chiuso proprio male: -2,3%.

Naturalmente pesa il quadro negativo a livello internazionale. Ma questo è un’aggravante più che una scusante, dal momento che il peggioramento della situazione economica europea non è un elemento di novità. Certamente il 2019 non è stato un anno fortunato. Nell’arco di dodici mesi sono diversi e gravi i fattori che hanno peggiorato la situazione economica del continente: la guerra sui dazi intrapresa da Trump, la Brexit, la pesante frenata dell’economia tedesca, cui gran parte della nostra industria è legata. Anche l’economia francese non se la passa bene. Ma in Francia almeno si sono verificate – e non hanno smesso – settimane e settimane di duro scontro sociale e di scioperi, che possono fare intravedere un miglioramento delle condizioni dei ceti più deboli.

Il 2020 non si presenta nel modo migliore. Il governo Conte, a seguito dei casi di infezione da coronavirus, ha dichiarato uno stato di emergenza per sei mesi, come se fossimo di fronte ad una epidemia di colera. Le precauzioni non sono mai troppe, anche se non hanno impedito a Salvini di fare del puro sciacallaggio. Ma che la vicenda sia seria non c’è dubbio e questa sì davvero imprevedibile. Certamente non è una situazione che possa facilitare le attività e gli scambi economici. Anzi li deprime ulteriormente, per cui appare ancora più improbabile l’ottimismo rimbalzistico praticato da Gualtieri. D’altro canto la manovra economica messa in atto dal governo era espansiva solo nelle dichiarazioni ufficiali. L’intervento sul cuneo fiscale, 3 miliardi per il 2020, non avrà impatti importanti sulla crescita dell’economia e dei consumi. Lo avvertono anche gli economisti più indulgenti nei confronti di questo governo. Ovviamente la Confindustria si è dichiarata a favore. Ma non certo per generosità, quanto perché spera che l’intervento fiscale addolcisca le rivendicazioni salariali dei prossimi rinnovi contrattuali. L’idea di un patto tra lavoratori e imprese per trascinare il paese fuori dal gorgo della crisi, sempre più profondo e travolgente, di cui ha parlato qualche settimana fa il segretario della Cgil non pare prendere forma. Né ci riuscirà se il conflitto sociale e nei luoghi di lavoro continua a battere la fiacca o essere assente.  La strada della concertazione non ha mai portato buoni risultati, anzi il loro contrario, per il movimento operaio.

Intanto il governo parla di una delega da ottenere ad aprile per una riforma fiscale da definire entro l’anno, anche per scaricarsi di dosso le clausole sull’incremento dell’Iva che ci trasciniamo dietro dal 2011. “Semplificazione, razionalizzazione, riduzione del carico fiscale sul lavoro, equità, rispetto del principio costituzionale della progressività delle imposte”, così Gualtieri ha descritto, in una lunga intervista al Sole24Ore, la sfida che il governo intenderebbe intraprendere nel corso dei prossimi mesi. Programma assai ambizioso che per di più si poggia sulle basi di un’economia debolissima, come abbiamo visto. Ma è una sfida che il movimento sindacale dovrebbe e potrebbe raccogliere. Non nel senso di moltiplicare i tavoli di una languida trattativa, ma chiamando lavoratrici e lavoratori alla lotta su tre temi decisivi per gli assetti economici del paese: la cancellazione della legge Fornero sulle pensioni (tema che giustamente non solo in Francia ma in grande parte del mondo muove al conflitto le forze del lavoro), la riforma fiscale che inverta la distruzione del principio della progressività da tempo in atto, l’incremento delle retribuzioni del lavoro dipendente  e la riduzione della crescente area del  lavoro precario, dopo che da più di trent’anni è cresciuta la quota della ricchezza nazionale prodotta che va ai profitti.

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