Zingaretti lancia Conte come candidato premier del nuovo centrosinistra. Ma il governo non scioglie ancora diversi nodi, tra i quali la prescrizione

Zingaretti lancia Conte come candidato premier del nuovo centrosinistra. Ma il governo non scioglie ancora diversi nodi, tra i quali la prescrizione

La notizia politica della giornata dopo le elezioni regionali di domenica scorsa è questa: Giuseppe Conte è “il presidente del Consiglio di un nuovo possibile centrosinistra, che secondo me dobbiamo costruire con il protagonismo dei sindaci, da mettere al centro della scena politica, e che ha capito che questo Paese ha bisogno di certezze” ha detto il segretario Pd Nicola Zingaretti ospite a ‘DiMartedì su La7. Ai piani alti del Nazareno, dopo lo scampato pericolo, si predica calma. Il Pd “è vivo e vegeto” e la forza dimostrata alle urne, per i dem, altro non fa che stabilizzare il Governo. Il partito cambierà – Nicola Zingaretti è il primo ad aver ammesso l’esigenza di un cambio di passo – ma non aprendo sin da subito una discussione “sul nostro ombelico, altrimenti dimostriamo di non aver capito molto. Le persone iniziano a fidarsi di nuovo del Pd, non dobbiamo tradire questa fiducia”, insiste il leader dem. E detta la rotta: “Io odio una sinistra che guarda le persone dal dirigibile e lotto per una sinistra che guarda le persone negli occhi, per intercettare le paure e la voglia di riscatto delle persone”. Serve un Pd “molto più aperto” “spalancato”, dice Romano Prodi, quindi, “che faccia contare di più le persone, anche quelli che non sono del Pd” e che dia “nuovo protagonismo” ai sindaci. Congresso sì, quindi, ma non solo gazebo per eleggere il leader. E in ogni caso non prima delle prossime elezioni regionali. In primavera sono sei i governatori da eleggere, quattro quelli attualmente in mano al centrosinistra (Toscana, Campania, Puglia e Marche). Il Pd intende farsi trovare pronto, mantenendo lo schieramento “unito e unitario” che ha portato i dem ad essere primo partito sia in Emilia Romagna che in Calabria. Nell’ottica di aggiungere sempre nuovi tasselli alla ricostruzione del bipolarismo, poi, sta la volontà del leader dem di “non forzare la mano” con il M5S. Un governo stabile e che dà risposte ai cittadini fa bene al Pd – è il ragionamento – è inutile rivendicare rimpasti o nuovi rapporti di forza. La vera ‘mission’ è quella di portare gli alleati sui temi condivisi, in modo da certificare – a partire dalle cose fatte e non da posizioni ideologiche – lo stare dalla stessa parte del campo. Per Zingaretti e i suoi, infatti, è questo l’unico modo di battere la destra. Alle Regionali prima, alle Politiche poi. A fine 2020, poi, anche in base ai risultati portati a casa, si tireranno le somme e partirà il confronto interno. E se Matteo Renzi continua ad attaccare gli ex alleati rimproverando loro di “inseguire il populismo M5S” e rivendica per sé buona parte del merito nella vittoria di Stefano Bonaccini (“forse qualcuno adesso ammetterà che la mossa del cavallo di agosto – mandare a casa Salvini con l’amaro calice dell’accordo con i Cinque Stelle – non ha agevolato i sovranisti”, cinguetta), da dentro il Pd gli ‘ex renziani’ sono altrettanto tranchant: “Il Pd c’è, lui ha fatto una scelta sbagliata”, è il refrain.

Intanto, è ancora stallo sulla prescrizione. La maggioranza non trova una quadra sul cosiddetto ‘lodo Conte’ (che distingue tra assolti e condannati in primo grado) e prende tempo votando il rinvio in commissione della proposta di legge presentata dal responsabile giustizia di FI Enrico Costa che di fatto annulla la riforma Bonafede. Italia viva resta sul piede di guerra ma accorda agli alleati l’ulteriore ‘pausa di riflessione’ non partecipando al voto. I renziani ribadiscono la loro totale contrarietà: “Non è un problema di votare o meno con la maggioranza. Noi votiamo per le nostre idee e sui diritti non si può scendere a compromessi. È una battaglia di civiltà e su questa battaglia non facciamo passi indietro”, mette in chiaro Maria Elena Boschi, tra gli applausi dei penalisti che in piazza Montecitorio manifestano al grido di ‘Imputato per sempre? No grazie’. Si tratta, quindi, di una tregua armata. E c’è già un ultimatum. Italia viva, infatti, mantiene l’emendamento Annibali al decreto che sospende gli effetti della “sciagurata” riforma Bonafede. “Ancora una volta abbiamo mostrato il nostro profilo responsabile. La maggioranza chiede qualche giorno per approfondire una mediazione. A Italia Viva non interessa mettere le bandierine, ma il risultato finale”. Per questo “non c’è opposizione” al rinvio in commissione perché “al massimo tra una settimana” la Camera dovrà votare il Milleproroghe. “Non concederlo sarebbe stata una provocazione. Ma tra una settimana anche il Pd e tutti i riformisti votino con Italia Viva l’emendamento di Lucia Annibali contro la riforma Bonafede”, è l’appello dei renziani. Il Pd, intanto, lavora alla mediazione. “Non siamo giustizialisti, né manettari”, assicura il responsabile giustizia Walter Verini che però boccia senza appello la proposta presentata da FI definendola “un tentativo di minare la stabilità del governo”. E se da Alfonso Bonafede arriva una nuova – timida – apertura sul tema, ancora non è chiaro quale possa essere la strada per una soluzione “equilibrata” che soddisfi tutti. Contrario alla distinzione tra condannati e assolti in primo grado Matteo Renzi (“il lodo Conte è incostituzionale”, ama ripetere il leader Iv), indisponibile ad uno stravolgimento della sua riforma il M5S. Il Guardasigilli si presenta al mattino alla Camera e nel pomeriggio al Senato per illustrare la relazione annuale sull’amministrazione della giustizia. Il dubbio che i renziani si possano mettere di traverso c’è e lo dimostra l’elevato spiegamento di forze tra i pentastellati (anche i ministri sono in aula a votare). Il ministro, comunque, sceglie di puntare tutto sugli investimenti fatti, gli organici da implementare “senza colore politico o contese ideologiche” e i tempi da ridurre. Nomina la prescrizione solo una volta, senza entrare nel merito o affrontare il nodo: “E’ un cantiere aperto, permangono le distanze – ammette – ma il confronto è serrato e leale”. Alla fine la maggioranza vota compatta le risoluzioni e la prova è superata. Fino alla scadenza dell’ultimatum.

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