Valter Vecellio. Salvini, Bonafede, Berlusconi: Italia, paradiso per psichiatri e sociologi?

Valter Vecellio. Salvini, Bonafede, Berlusconi: Italia, paradiso per psichiatri e sociologi?

Italia “paradiso” per psichiatri; florido osservatorio per sociologi? Non è una boutade, una provocazione, neppure una domanda; è piuttosto un’affermazione. Corroborata, da dati di fatto, episodi di queste ultime ore. Primo episodio: un ex ministro dell’Interno, capo di quello che secondo i sondaggi demoscopici è quantitativamente il partito che rastrella maggiori consensi, di “mestiere” senatore, per veicolare i suoi discutibili “argomenti”, e in sostegno della “sua” candidata per la presidenza della regione Emilia-Romagna, di meglio non escogita che suonare a un campanello di un palazzo a Bologna; immortalato da un lieto codazzo di compiacenti giornalisti chiede a chi risponde se sia o no uno spacciatore di droga. Domanda arguta, fiaccante; rivela la cifra di chi la fa, e – anche – la considerazione che si nutre nei confronti di chi è il destinatario di questo “teatrino”, cosa si pensa dell’elettore a cui si chiede fiducia e consenso. Non pago d’aver provocato un mezzo incidente diplomatico con la Tunisia, paese originario dell’inquilino disturbato nella sua intimità con questa arrogante e imbecille domanda, il tipo si dice disposto a chiedere scusa, nel caso l’importunato risulti innocente. Il non irrilevante particolare è che il cittadino così stupidamente importunato non è neppure indagato: quindi è innocente per definizione; ad ogni modo stabilire se si è innocenti o colpevoli è ancora compito di una corte di giustizia, non di Salvini e dei suoi laudatori. Quanto alle scuse ci si può fare quello che grida l’esasperato Totò ne I due colonnelli, quando l’ufficiale nazista sostiene di “avere carta bianca”: “ci si può pulire il…”.

Non è solo per le imprese di Mr. Papeete che verrà ricordata questa campagna elettorale

Secondo episodio: Alfonso Bonafede, il ministro della Giustizia ridens, affida a Otto e mezzo una riflessione che rivela appieno quale sia la “cultura” di cui è imbevuto: in galera, sillaba, gli innocenti non ci vanno; non ci sono. Di fronte a un’affermazione di così elevata, stolta sicumera, vale forse esibire le stesse statistiche del Ministero guidato da chi ha detto una simile bestialità? Il ministro della Giustizia ridens ignora perfino quello che i suoi collaboratori documentano ogni anno; le relazioni alle inaugurazioni degli Anni Giudiziari; i rapporti dei Garanti dei detenuti… Vale ricordare i mille e mille casi Enzo Tortora che si affastellano anno dopo anno, e i milioni di euro che lo Stato deve pagare ogni anno per detenzioni ingiuste? Come sapevano bene gli antichi, difficile est calvum evellere. Dalle rape, non si cava sangue. A questo teatrino surreale e da brivido, poteva mancare all’appello il leader di Forza Italia? Giammai.

Eccolo, il terzo episodio: Berlusconi si appalesa in Calabria, per sostenere la candidata del centro-destra, la parlamentare Jole Santelli. Santelli ha un discreto curriculum che a un certo tipo di elettorato dovrebbe dire qualcosa: è avvocato; inizia la pratica con Tina Lagostena Bassi e Vincenzo Siniscalchi; prima di darsi alla politica è nello staff di Cesare Previti. Buone referenze, insomma, l’ultima in particolare. Forzitaliota dalla prima ora, sottosegretario alla Giustizia negli anni belli del berlusconismo… Berlusconi non evoca nulla di tutto ciò. Dice invece che conosce Santelli da 26 anni; e in tutto questo tempo “non gliel’ha mai data”. Certo, essersi sottratta alle “attenzioni” di Berlusconi, è un indubbio merito; ma forse per governare la Calabria si chiede qualcosa di più? Fatto è che la “battuta” che si vorrebbe definire “da caserma” (ma si offendono le caserme e chi ci alloggia), viene accolta con applausi; la stessa Saltelli invece di mollare, con un sussulto di dignità, un manrovescio al “battutista”, se ne compiace: trova la “battuta” divertente. Ecco, l’iniziale affermazione, relativa agli psichiatri, ai sociologi. Non è roba attinente alla psichiatria, trovare “normale”, perfino condivisibile, tutto ciò? Non è terreno da sociologi, studiare come si sia arrivati al punto in cui siamo?

Salvini con le sue “prodezze”, miete comunque, e nonostante, consistenti consensi. Bonafede continua a fare il ministro della Giustizia, nessuno lo invita a tornarsene a casa. Berlusconi continua a sciorinare le sue “battute”, e c’è chi gli fa credere di essere spiritoso, divertente… Vero è che parte del Paese cerca di difendersi come può: le televisioni sono sempre meno viste, perdono ascoltatori, e soprattutto nelle fasce giovanili; non parliamo dei giornali: una volta, almeno, li usavano per incartare il pesce, ormai neppure quello. Quanto ai politici, il 50 e passa degli aventi diritto di voto non si scomoda più, e diserta le urne. Rifiuta, sbagliando, tutti: in blocco. Quando Matteo Renzi prima, Matteo Salvini dopo dicono di aver raccolto attorno a loro il 40 per cento, omettono sempre di dire che si tratta del 40 per cento di chi ha votato; ma il corpo elettorale è fatto dal 40-45 per cento degli aventi diritto di voto. Significa che milioni di italiani il loro quotidiano, silente, “vaffa…”, lo dicono all’intero ceto politico. Ripetiamolo: sbagliano pensando che sono tutti uguali, perché uno peggiore c’è sempre. Ma di quel 60 per cento sfiduciato, scorato, deluso, che chiede di essere ascoltato, capito, c’è più qualcuno che se ne occupa? Nel loro “piccolo” il movimento delle sardine questo sta a significare. Invece che perdere tempo a chiedere loro programmi, soluzioni, vivisezionare quello che dicono e come lo dicono, si pensi che hanno riempito le piazze recuperando un po’ di entusiasmo; di voglia di stare insieme; che lasciano piazze e strade come le trovano; non ci sono più automobili bruciate, cassonetti rovesciati, bancomat sventrati, vetrine e negozi presi d’assalto. Non facciamo loro domande. Sono loro che le fanno, e che chiedono a noi, risposte. Trattiamoli come avremmo voluto essere trattati noi, quando, alla loro età s’andava noi in piazza e si ponevano, ingenuamente ma con entusiasmo, domande sperando in risposte che non abbiamo avuto.

Forse, chissà, finirà il tempo delle domande stupide al citofono, le bizzarrie di ministri ridens, le “barzellette” sceme che sono solo il segno di un irreversibile, penoso, decadimento senile.

Share