Roberto Bertoni. Superare il Novecento

Roberto Bertoni. Superare il Novecento

Nei giorni in cui ricorrono molti importanti anniversari, dai vent’anni della scomparsa di Bettino Craxi ai settanta della tragica repressione della celere di Scelba presso le Fonderie Riunite modenesi, nella quale persero la vita sei operai in lotta per i propri diritti, ci appare evidente la necessità di riflettere su noi stessi. Dobbiamo riflettere, infatti, su ciò che siamo diventati, sul livello barbaro di violenza che pervade ormai la nostra società e sulle ragioni per cui tutto questo avviene. Sono giunto alla conclusione che, consciamente o inconsciamente, la spasmodica attenzione verso alcune significative ricorrenze politiche, da Moro a Craxi, sia dovuta soprattutto al vuoto della politica contemporanea. Comunque la si pensi, Moro e Craxi erano due personalità di primo piano, due protagonisti della vita pubblica e due figure dotate di una precisa visione del mondo e delle singole questioni. Nel baratro attuale, è ovvio che basti una loro rievocazione per rendersi conto della differenza straziante rispetto ai twittatori contemporanei. Fatto sta che questa continua attenzione a vicende del passato, per quanto giusta e direi persino doverosa, è al contempo la nostra croce. Un paese che non sa storicizzare, con la testa costantemente rivolta all’indietro e incapace di confrontarsi serenamente con ciò che è stato e non può essere modificato è un paese in guerra con se stesso, e questo è il ritratto dell’Italia di oggi.

“Nel vuoto – sosteneva proprio Craxi – tutto si logora” mentre Moro poneva l’accento sullo “sfascio del Paese” e sul rischio che la DC affondasse con esso: due previsioni rivelatesi tristemente esatte, a  dimostrazione della lungimiranza di una classe dirigente cui certo non è possibile attribuire patenti di santità ma che, complessivamente, era dotata di un livello culturale e di una profondità d’analisi che le traballanti leadership odierne non si sognano neanche lontanamente. È il vuoto a perseguitarci, il vuoto di esistenze senza respiro, di vite stanche, spente, di questo trascinarsi indistinto lungo un mare in cui si naviga a vista. È questa mancanza assoluta di idee, proposte e progetti a logorare la democrazia e a dilaniare definitivamente il nostro già fragile tessuto sociale. Superare il Novecento, non senza averlo prima studiato e capito, si rivela pertanto una necessità storica non rinviabile.  Non si tratta, infatti, di stabilire se Scelba o Craxi siano meritevoli dell’aureola né si può ridurre ogni grande vicenda politica a una mera questione giudiziaria. Si tratta, piuttosto, di lasciarsi alle spalle un secolo che, oggettivamente, è difficile riporre in archivio ma che se continuerà a condizionare la nostra vita quotidiana, finirà con l’avvelenarla.

Il Novecento, con i suoi due conflitti mondiali, le sue ideologie totalitarie o, comunque, pervasive, il tutto della politica e gli scontri di livello mondiale fra statisti che hanno combattuto in prima linea per la riconquista della democrazia dopo il diluvio dei totalitarismi degli anni Venti e Trenta, è stato un crogiolo ardente col quale bisognerà confrontarsi ancora a lungo. Tuttavia, un conto è sedersi alla scrivania e redigere un saggio, un conto è discuterne civilmente, ben diverso è essere ancora immersi in un clima che non abbiamo più gli strumenti per affrontare e che ricorda tanto il morto che afferra il vivo e, di fatto, lo divora. Ecco, noi cosiddetti “millennials” non possiamo essere divorati da una storia di cui non siamo stati parte. Conoscerla in ogni minimo aspetto, valutarla con il dovuto distacco critico e interiorizzarla con la passione che sempre deve contraddistinguere le nuove generazioni è doveroso. Lasciarsi trascinare nel gorgo che quella storia ancora è in grado di generare sarebbe, per la nostra generazione, una rinuncia a vivere. Siamo i primi che non hanno visto con i propri occhi le sezioni di partito di un tempo, che non hanno partecipato a certi dibattiti, che non hanno vissuto sotto le bombe né sono stati chiamati a misurarsi con l’estremismo che sfociava spesso in agguati, barbarie e interminabili scie di sangue, da una parte e dall’altra.

Siamo i figli del nostro tempo e non possiamo sfuggire a quest’evidenza. Non si tratta di buonismo o di tendenza a lasciar perdere o a sminuire vicende drammatiche che hanno segnato intere generazioni. Da parte nostra, si tratta di chiudere per sempre quella storia e cominciare a scrivere la nostra. Nell’ultimo anno, ho maturato la convinzione che la logica della faida che ormai caratterizza una parte significativa del nostro pseudo-dibattito pubblico sia quanto di peggio possa esistere. Voltar pagina, pertanto, non significa assolvere chi ha commesso reati, talvolta anche gravi, o consegnare all’oblio i meriti e le responsabilità di chicchessia. Significa avere la forza di fare i conti con ciò che è stato e andare oltre. Chi pensa che abbia senso la persecuzione degli autori di delitti consumatisi oltre quarant’anni fa o chi invoca la damnatio memoriae per Craxi non si rende conto di star sfogando unicamente i propri istinti ferini, senza avere la minima intenzione di intraprendere un cammino nuovo e diverso. Uno stato forte, quale il nostro non è più da troppi anni, non avrebbe remore nel gestire in tutt’altro modo determinate vicende e i loro remoti interpreti. Uno stato forte saprebbe che la Storia, quella vera, quella con la S maiuscola, ha già ampiamente condannato tanto le Brigate Rosse quanto i NAR, pertanto quella pagina oscura della nostra vita pubblica, con tutto ciò che ne è derivato in termini di destabilizzazione del quadro politico e di messa in discussione di certezze che sembravano granitiche, non solo non può tornare ma sarebbe opportuno avviare un processo di riconciliazione come quello che Agnese Moro ha promosso da anni nei confronti di alcuni ex brigatisti.

Lo stesso dicasi per Craxi, che non può essere né elevato agli altari della notte di Sigonella né gettato nella polvere del discredito più assoluto, facendo credere che un secolo di storia socialista e sedici anni di segreteria possano essere racchiusi in un paio di sentenze di condanna, per quanto gravi.Una nuova generazione, specie a sinistra, dovrebbe prendere ago e filo e provare a ricucire la tela che la nostra litigiosissima parte politica ha pensato bene di disfare. Le condanne alla dannazione eterna, emesse peraltro da un insieme di invasati da salotto che non esiste al di là dello schermo del proprio tablet, dovrebbero essere trattate per ciò che sono realmente: deliri. E il fatto che alcuni giornali si prestino al medesimo gioco dimostra quanto anche la nostra categoria sia responsabile del degrado del Paese. Partire dal presupposto che il tribunale della storia, assai più attento e oculato delle bacheche di qualche analfabeta funzionale, abbia già emesso i propri verdetti ci aiuterebbe a vivere meglio, a chiudere una volta per tutte i capitoli più bui degli ultimi decenni, a ricostruire partiti degni di questo nome, a dotarli di un’ideologia adeguata al Ventunesimo secolo e a combattere strenuamente i fascismi e le ruberie contemporanee, i cui punti in comune con quelle del passato denotano unicamente quanto avesse ragione Vico quando parlava di “corsi e ricorsi storici”. Occorre, dunque, un’amnistia morale, oltre che giudiziaria, non dissimile da quella che varò saggiamente Togliatti nei confronti dei fascisti, ed era il ’46, con il sangue della guerra civile ancora caldissimo.

Tra i primi aspetti da affrontare c’è quello relativo al conflitto. Oggi più che mai, il conflitto novecentesco deve essere sostituito da un confronto pacato e costruttivo, in cui si cerchi sempre di comprendere le ragioni dell’altro, senza rinunciare alla lotta quando questa si riveli necessaria ma senza trasformarla in una ragione di vita. La storia non è finita e non finirà mai, ma oggi non c’è una Spagna da liberare dal franchismo o un Mussolini o un Hitler contro cui scagliarsi. Oggi la necessità, restando al contesto europeo, è quella di contrastare la logica dello scarto e di far sì che le nuove tecnologie, ovviamente inarrestabili, non sanciscano la sostanziale inutilità dell’uomo o, peggio ancora, la sua sottomissione alle macchine. E per quanto concerne l’altra, immensa sfida contemporanea, ossia l’immigrazione, bisogna fondare la società del futuro sul valore dell’accoglienza e dell’integrazione.

Gli urlatori hanno stufato, forse ancor più dei nostalgici.

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