Roberto Bertoni. Facciamo di Italo Moretti un testimone di pace

Roberto Bertoni. Facciamo di Italo Moretti un testimone di pace

La scomparsa di Italo Moretti, volto storico della RAI, protagonista della miglior stagione dell’approfondimento e dell’inchiesta televisiva che non lasciava inevaso alcun interrogativo, giunge al termine di una delle settimane peggiori per la storia dell’umanità. Una settimana nel corso della quale si è sfiorato lo scoppio di una nuova guerra mondiale, una settimana nella quale abbiamo visto all’opera un presidente inadeguato e uno stuolo di falchi, pasdaran e servi sciocchi che hanno provato a scatenare un conflitto dal quale nessuno degli attori coinvolti sarebbe potuto uscire incolume. Un’escalation di parole vuote, frasi fatte, luoghi comuni e toni roboanti che ha messo a nudo la pochezza dei protagonisti della scena politica globale, compresi alcuni governanti europei che preferiscono fare i dispetti ai vicini anziché collaborare alla soluzione di una crisi, quella libica, che rischia di travolgere l’intera Europa e di modificarne irrimediabilmente gli equilibri politici interni.

Italo Moretti, se fosse stato ancora inviato, corrispondente o direttore, avrebbe descritto ogni minimo dettaglio con la consueta cura, con l’attenzione ai particolari più infinitesimali che tutti gli hanno sempre riconosciuto, con la precisione e la dolcezza del grande giornalista che era, con l’umiltà di chi si sforzava sempre non solo di capire ma di porsi dei panni dei personaggi che descriveva e delle situazioni che si trovava a narrare. Per questo, l’invito che mi permetto di rivolgere a tanti colleghi, soprattutto ai più giovani, è di prendere a esempio Moretti e il suo modo di intendere questa professione. Facciamone un testimone di pace, lavoriamo esattamente come lui, consumiamo le suole, non accontentiamoci mai delle verità ufficiali, dei comunicati stampa, dei lanci d’agenzia; andiamo a verificare ogni singolo spiffero, ogni voce dal sen fuggita, a intervistare vittime e carnefici, gli ultimi e i persecutori, a filmare, a comprendere e a spiegare come stanno realmente le cose non con il tono del giudice, che mal si addice a un giornalista, ma con quello di chi non ha tesi precostituite e si rende conto di essere un piccolo e involontario protagonista della storia in atto. L’invito che rivolgo alla mia generazione, giornalisti e non, è di trasformare il 2020 nell’anno delle manifestazioni per la pace, perché di pace ne ha bisogno il pianeta, ne abbiamo bisogno tutti noi, ne ha bisogno una convivenza civile sempre più messa a rischio, ne ha bisogno il nostro percorso di crescita e maturazione che, in questo clima guerresco e perennemente teso, non può compiersi.

Italo Moretti è stato un testimone del tempo, un cronista e un narratore di molteplici vicende, sempre animato dalla curiosità di chi non si accontentava di sapere ma voleva entrare nella personalità, nelle singole dinamiche, nei pensieri più reconditi e inconfessabili di chi ha scritto, talvolta suo malgrado, pagine, memorabili di una storia collettiva. Dobbiamo guardarci dentro, noi ventenni e trentenni, e renderci conto che questo complesso e intricato mondo non può essere analizzato secondo paradigmi logori e interpretazioni da cortile, fra una felpa e una sagra paesana, ma che bisogna sempre avere una visione globale, porre persino le questioni del condominio in un quadro più ampio, scavare a fondo e cercare di entrare nel merito di argomenti delicati, che ci interrogano e ai quali, al momento, non siamo in grado di fornire risposte. Dobbiamo capire che non esiste più alcuna certezza, il che è un male ma tant’è, e che da un momento all’altro ogni sicurezza acquisita può rivelarsi un castello di carte che viene giù al soffio di una crisi improvvisa e imprevedibile. Nel mondo dei sovranisti, dei nazionalisti e dei ciarlatani variamente assortiti non basta essere buoni per avere ragione, anche perché l’illusione di essere dalla parte giusta della storia è, per l’appunto, un’illusione, una forma consolatoria di tranquillità che appaga la nostra esigenza momentanea di sentirci al sicuro ma ci tradisce un attimo dopo. Nel mondo in cui un generale iraniano viene assassinato in modo barbaro, in cui sorgono dazi come funghi, muri, barriere e ostacoli d’ogni sorta, in cui il fenomeno migratorio è ormai una realtà innegabile, in cui i cambiamenti climatici generano catastrofi e la siccità fa il resto, in un universo delicato e aspro in cui non esiste questione che non ci riguardi da vicino, seguire l’esempio di Italo Moretti significa sentirsi pienamente cittadini del mondo e protagonisti di ogni patria, senza cedere all’apolidismo tecnocratico ma sentendosi, al contrario, davvero cosmopoliti e fratelli di chiunque sia in difficoltà in ogni angolo della Terra.

Portare avanti una certa idea di giornalismo, e qui torniamo alla nostra categoria, significa contrastare i pregiudizi, combattere il cancro neofascista che sta infestando il globo, ampliare lo sguardo e rendere giustizia agli oppressi; in poche parole, vivere intensamente e credere in un’altra idea di mondo, proprio come ha fatto lui per tutta la vita, a cominciare dalle sue innumerevoli corrispondenze. Seppe portarci nel Cile di Pinochet, nel Sudamerica insanguinato dai dittatori, nella Spagna del post-franchismo e nel Portogallo che si affrancava progressivamente dalla dittatura di Salazar. Ha sempre lottato contro ogni tiranno e ogni tirannia. Oggi ci servirebbe come l’aria, al cospetto di nuovi regimi se possibile ancor più sanguinari e pericolosi. Facciamo tesoro della sua lezione e andiamo avanti.

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