Roberto Bertoni. Elezioni regionali. Cara sinistra, andiamo comunque avanti

Roberto Bertoni. Elezioni regionali. Cara sinistra, andiamo comunque avanti
C’è un’idea profonda: si chiama Emilia Romagna. È una concezione del mondo, una visione storica, un modo di essere che affonda le proprie radici in un’antica tradizione contadina e operaia e, attraverso i decenni, giunge fino a noi. Non è un caso che l’Emilia Romagna sia stata la patria della Resistenza e, prima ancora, delle leghe e delle cooperative, dei movimenti per l’emancipazione femminile, delle lotte per un salario equo e per la rivendicazione dei diritti e della dignità delle persone. Bersani l’ha chiamata “la sala macchine del riformismo italiano” e la definizione non fa una piega. Allo stesso modo, non è un caso che, proprio da Bologna, sia partito il movimento delle Sardine: festoso, irriverente, sbarazzino ma, al tempo stesso, dotato di uno spirito critico e di una coscienza politica che fanno ben sperare per il futuro. Del resto, cosa sarebbe l’Emilia Romagna senza la sua passione civile, motore di ogni conquista e segreto delle innumerevoli meraviglie, in ogni ambito, che provengono da quella regione?
Dire Emilia Romagna significa immaginare, e avere prove concrete, dei migliori asili e delle scuole più all’avanguardia d’Italia e, in alcuni casi, del mondo. Significa pensare alla Ferrari e alla Ducati, ai grandi sceneggiatori e registi, da Zavattini a Fellini, a giornalisti come Biagi e Zavoli, a poeti come Tonino Guerra e Marino Moretti, a cantautori come Dalla e Guccini, alla buona tavola e allo squadrone del presidente Dall’Ara che negli anni Trenta faceva tremare il mondo e nel ’64 strappò all’Inter di Herrera l’ultimo, memorabile scudetto di una storia gloriosa. La Calabria, invece, è una terra lontana, solitaria e agra, da sempre caratterizzata da ingiustizie e malversazioni ma, al tempo stesso, dotata di uno spirito battagliero che la rende comunque unica nel suo genere. È una terra difficile, certo, avvelenata dalla piaga della ‘ndrangheta e segnata dalle ingiustizie. Una terra nella quale c’è sempre qualcuno che pretende di essere più uguale degli altri ma nella quale, per fortuna, non mancano esempi di ribellione allo status quo.
Voteranno, dunque, domenica 26 gennaio, due regioni completamente diverse: potremmo quasi dire l’alfa e l’omega della nostra Penisola. Eppure, ad accomunarle, oltre all’apertura delle urne, c’è il bisogno disperato di una comunità chiamata sinistra di ritrovare se stessa. Un bisogno materializzatosi, più che mai, al termine dell’ubriacatura renziana, quando finalmente è stato chiaro a tutti che il blairismo ha fallito, che la Terza via appartiene ormai al passato, che gli anni Novanta non torneranno e che un mondo complesso e intricato come quello in cui ci troviamo a vivere non può essere interpretato alla luce di schemi consunti né letto con occhi incapaci di concepire il futuro.
Emilia Romagna e Calabria sono accomunate dal medesimo destino: quello di costituire uno spartiacque per il panorama politico italiano, dato che è chiaro a tutti che nulla, dopo il voto di domenica, sarà più come prima. E così, questi due lembi d’Italia si prendono per mano e ci restituiscono un quadro d’insieme che dovrebbe indurci a riflettere su cosa siamo diventati, sui nostri punti di forza e di debolezza, sui nostri splendori e sulle nostre miserie, sulla grandezza di cui siamo ancora capaci e sulla devastante violenza che permea il nostro tessuto sociale. La scena di Salvini al Pilastro, quell’indegna citofonata a un immigrato tunisino, ingiustamente accusato di essere uno spacciatore, la scia d’odio, solitudine e abbandono che determinati gesti lasciano dietro di sé, la ferocia che il Capitano leghista incarna e su cui fa leva per conquistare i consensi di pancia di chi si sente tradito, tutto ciò è un dato di fatto e non può essere ignorato. Come non può essere ignorato il distacco, talvolta persino ostentato, della sinistra dai problemi reali del Paese, in nome di un vincismo e di un’esaltazione del successo che va al di là del buonsenso e rende l’idea di una cultura elitaria e fondata sull’esclusione e sul disprezzo per il concetto stesso di fragilità, ossia l’opposto di ciò per cui la sinistra è nata e della sua missione di ieri, di oggi e di sempre. Questo è stato il renzismo, zavorra con cui oggi Zingaretti si trova a dover fare i conti, ben cosciente della necessità di cambiare tutto, forse anche il nome del partito, e di dover guardare avanti attraverso lenti completamente diverse, ricostruendo un tessuto sociale e civico che in questi anni è andato perduto, aprendosi e coinvolgendo i tanti mondi che si sono sentiti presi in giro dalla stagione del renzismo ma che oggi sono disposti a tornare e a fare la propria parte per non lasciare l’Italia nelle mani di chi non potrebbe far altro che distruggerla o, comunque, renderla nettamente peggiore.
Emilia Romagna e Calabria, in questi freddi giorni di fine gennaio, ci appaiono due specchi opposti di ciò che siamo diventati. Ci restituiscono, infatti, l’immagine di un Paese spezzato, come se esistessero due, tre, forse venti Italie diverse e destinate ad andare ognuna per conto proprio. Una secessione di fatto che precede quella tanto cara ai leghisti d’antan e rilanciata da alcuni illustri governatori sotto forma di autonomia differenziata, ossia una secessione mascherata in cui chi ha di più se lo tiene e gli altri si arrangino. Anche per questo, domenica prossima, è necessario che la sinistra sia una e che si batta per l’articolo 5 della Costituzione, il quale prevede che l’Italia sia, a sua volta, “una e indivisibile”. Dopodiché, comunque vada, sarà necessario andare oltre e proseguire lungo un cammino di progresso e riaffermazione dei diritti, senza perdersi di vista né lasciarsi fermare dal peso di eventuali insuccessi. Con meno di questo, stavolta, è davvero finita. Forse per sempre.
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