Patrizio Paolinelli. Tre domande a… Giorgio Benvenuto. “Disuguaglianza crescente tra i padroni dell’innovazione tecnologica e i cittadini comuni”

Patrizio Paolinelli. Tre domande a… Giorgio Benvenuto. “Disuguaglianza crescente tra i padroni dell’innovazione tecnologica e i cittadini comuni”

Secondo il Rapporto Oxfam il 20% della popolazione più ricca del nostro Paese detiene quasi il 70% della ricchezza nazionale. Allo stesso tempo le disuguaglianze sociali aumentano. Cosa è necessario fare per invertite questa tendenza?

Innanzitutto questa tendenza non riguarda solo l’Italia, ma l’Europa e il mondo intero. Le sue cause si chiamano: globalizzazione, finanziarizzazione e mercato. A tali cause dobbiamo aggiungerne altre due: la messa all’angolo delle forze sindacali e dei corpi intermedi da un lato, e l’ubriacatura per il mercato da parte di partiti e movimenti che si richiamavano alla sinistra, dall’altro. Nel loro insieme queste cause hanno determinato quanto denuncia il Rapporto Oxfam. Mi permetto di aggiungere però che non c’è solo la disuguaglianza economica. C’è anche una disuguaglianza crescente tra i padroni dell’innovazione tecnologica e i cittadini comuni. Le grandi multinazionali del Web stanno monopolizzando il sapere, la conoscenza. Allo stesso tempo l’intelligenza artificiale sta facendo scomparire mestieri, attività professionali, sta modificando radicalmente il nostro modo di vivere. Questa trasformazione indebolisce il potere e il sapere dei cittadini.

Cosa bisogna fare per uscire da questa situazione? Ebbene, per prima cosa occorre che la sinistra superi la fase nella quale subisce e giustifica l’innovazione tecnologica. Poi che avvii un profondo cambiamento nei confronti della politica fiscale. Per esempio, non giova vedere che ancora una volta è stata bloccata la tassazione dei giganti del Web. I quali rappresentano un nuovo potere che avanza. Un potere che è economico e allo stesso detiene le fonti sia della conoscenza sia dell’innovazione. Tutto ciò ci fa capire l’importanza della politica. La quale deve difendere la propria autonomia e affrontare di petto il problema delle disuguaglianze. Per chi si richiama ai valori della sinistra c’è un grande spazio per fare le necessarie correzioni a patto che esca dal silenzio e dalla complicità con la logica del mercato.

A Davos i super ricchi ipotizzano la nascita di un capitalismo verde. In altre parole, dopo aver devastato l’ambiente per i loro interessi adesso lo vogliono rimettere a posto sempre per i loro interessi. Non le sembra una pesante contraddizione?

Sì. Quello che viene pomposamente chiamato il Green New Deal viene affidato al mercato mentre il New Deal fu realizzato da Roosevelt in una chiave quasi socialista, se così posso dire. Inoltre, al momento c’è molta propaganda, molte indicazioni, molte richieste di risorse ma non ci sono progetti precisi. Dove, come, quando spendere i miliardi promessi non è dato sapere. Facciamo un esempio. Se in Polonia si vuole passare dal carbone a combustibili meno inquinanti ci deve essere un piano. Che non c’è e che qualora ci fosse certo non può essere affidato al mercato. Insomma, vedo molte chiacchiere e molta approssimazione. Le stesse che si riscontrano sul piano delle opere infrastrutturali. Infatti il meeting di Davos è praticamente fallito. E perché è fallito? Perché dappertutto ci sono promesse di enormi investimenti ma non ci sono progetti concreti.

Senza voler apparire anticlericale, cosa che non sono affatto, mi sembra che Davos sia diventato una specie di confessionale dove, appunto, ci si confessa e poi si continua a peccare come prima. Dinanzi alle catastrofiche crisi ambientali, che ormai non risparmiano nessun angolo del mondo, Davos, l’Onu e altri consessi simili mi ricordano il Medioevo, quando si pensava di combattere le pestilenze facendo delle grandissime processioni. È quanto sta avvenendo oggi anche con le scene teatrali di Trump che duella con Greta Thunberg. Conclusione: non si fa niente. O meglio, ci si preoccupa di organizzare la successiva conferenza.

Non tutto resta fermo, anzi qualcosa sembra cambiare davvero. Mi riferisco a una sentenza della Cassazione che riconosce i rider come lavoratori subordinati. Questo risultato apre una breccia nel sistema di sfruttamento messo in atto dall’economia digitale o rimarrà isolato?

Non credo che rimarrà isolato perché la gig economy, ossia l’economia dei lavoretti sottopagati, è dilagante. Pensi che l’Italia detiene il primato europeo di questa forma di utilizzo della manodopera. È paradossale: celebriamo i cinquant’anni dello Statuto dei lavoratori e poi il modello di lavoro che prevale è paraschiavistico.

In merito alla Cassazione debbo dire che è sempre stata molto attenta a quanto si muove nella società. Tuttavia a me colpisce che non si tenga conto di due fatti poco conosciuti. Il primo: a settembre scorso c’è stata una direttiva del parlamento europeo che si muove in sintonia con la sentenza della Cassazione. Il secondo fatto: in California, patria di piattaforme digitali mondiali come Uber, è stata approvata una legge che applica questo principio e che è entrata in vigore il 1° gennaio di quest’anno. Naturalmente c’è stata una reazione fortissima con tanto di richiesta di un referendum per abrogarla. Mi meraviglio che queste notizie non circolino come dovrebbero.

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